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11 Gennaio 2010
Brunello di Montalcino: un vino sopravvalutato. Parola del critico del New York Times

In un doppio articolo, pubblicato nella sezione Dining & Wine del New York Times, di cui è il critico enologico e sul suo blog The Pour, il raffinato wine writer statunitense Eric Asimov, apre l'anno con una stroncatura piuttosto pesante.
Basandosi su una degustazione, alla cieca, di una ventina di vini dell'annata 2004, che forse era stata troppo frettolosamente incoronata come annata "cinque stelle", mentre una valutazione di quattro sarebbe stata ben più calibrata, il giornalista statunitense arriva a definire forse eccessiva la considerazione, e frutto di una valutazione un po' troppo generosa, del Brunello di Montalcino.
Ma vediamo punto per punto, espresse prima
nell'articolo del quotidiano, poi riprese e ampliate nel suo blog, le riserve.
Asimov parte ricordando che "un buon Brunello può essere un magnifico vino, una pura evocazione di quelle note di ciliegia e di note terrose e minerali che sono l'anima del Sangiovese, presentate con una combinazione di grazia e intensità che è tipica dei grandi vini", ma poi prosegue osservando che "il Brunello di Montalcino può essere anche molte altre cose, alcune buone altre no".
Asimov sostiene che questa disparità di risultati costituisce una vera e propria questione d'identità, legata non solo alla composizione ampelografica del vino, al fatto che sia prodotto, come la maggioranza ha più volte ribadito, esclusivamente con Sangiovese di Montalcino, oppure anche con il contributo di altre uve (dal Cabernet Sauvignon al Merlot al Syrah al Montepuluciano), ma al fatto che anche quando viene prodotto rispettando le regole del disciplinare "il Brunello offre molti differenti volti. Può essere leggero, color rubino, complesso e austero, oppure scuro, potente, strutturato e segnato pesantemente da note di cioccolato, vanilla e di tostatura da legno". 
Il critico dice di preferire nettamente i vini del primo tipo "più leggeri, meno segnati dal legno, come una più chiara e distinta espressione del Sangiovese, mentre le versioni più sovrabbondanti esprimono un più generico stile internazionale".
Nella recente degustazione di 20 vini dell'annata 2004, il gruppo dei degustatori ha una volta di più trovato conferma di questa varietà di espressione del vino, con "significative differenze nell'uso del legno, nel grado di maturazione delle uve e nel calore e nella densità dei vini. Differenze attribuibili a varietà stilistiche e alla geografia".
Il wine writer Americano nota un elemento positivo, il fatto che "fortunatamente non abbiamo identificato alcun vino "manipolato" o sospetto, cosa che non era successa, invece, in precedenti degustazioni di Brunello".
Sfortunatamente, però, anche restando tra i vini meno cari della denominazione questi vini continuavano ad apparire cari "e anche in questa vendemmia, che il Consorzio ha presentato come una grande annata, abbiamo riscontrato una tremenda inconsistenza di taluni vini. Molti vini apparivano troppo semplici e monodimensionali per giustificare i loro prezzi elevati.
Molti erano carenti di complessità aromatica, e alcuni duramente tannici. E così anche se abbiamo gustato i migliori vini, i vini in generale non hanno suscitato quell'eccitazione e quell'interesse commisurata alle aspettative che si devono avere nei confronti di un vino denominato Brunello di Montalcino". Tanto che un membro del pane é arrivato a sostenere "che se ci fosse toccata una degustazione di Taurasi 2004, sarebbe stata molto più interessante".
Con 13 dei 20 vini degustati che costavano 50 dollari e più, "rimanendo dei vini costosi", non si può di certo parlare di "un buon rapporto prezzo-qualità e forse Montalcino deve pensare a ri-calibrare i prezzi dei propri vini". Questo nell'articolo pubblicato sul New York Times.
Sul suo blog The Pour, che viene sempre ospitato sul sito del giornale nuovayorchese, Asimov ha rincarato la dose, ricordando che un Brunello "intensifica l'esperienza del Sangiovese che si può avere con un Chianti Classico", ma sottolineando che "nell'odierna economia di crisi, riesce davvero molto difficile sostenere che molti Brunello siano convenienti. Certo, un grande Brunello può rappresentare una superba esperienza, ma il Chianti Classico, nella versione normale più che in quella riserva, costa meno ed è meno rischioso sceglierlo".
Ancora più critico lo sviluppo del ragionamento del wine writer del New York Times, che sebbene sottolineando come il Brunello "occupa uno speciale spazio per gli amanti del Sangiovese", non può mancare di sottolineare come "il problema è che troppi produttori hanno scelto di rivolgersi agli ostentatori di status symbol più che ai veri appassionati di Sangiovese causando un'inflazione dei prezzi e compiacendo un simbolico glamour che ha ben poco a che fare con il piacere del bere".

In conclusione Asimov non può che sostenere che "il Brunello di Montalcino è un po' gonfiato dal punto di vista del prezzo e della reputazione. Alcuni  wine writer sono arrivati a trovare una similitudine tra il Brunello e la Napa Valley come regioni che praticano la stessa politica di alti prezzi a causa della notorietà e non per quello che c'è nella bottiglia, e mi pare che si tratti di un'analogia calzante".
L'augurio, pertanto è "che i prossimi anni costituiscano un periodo di riflessione e di un nuovo orientamento del vino. La gigantesca espansione che la regione di Montalcino ha conosciuto negli ultimi due decenni dovrebbe portare ad una profonda e ben meditata considerazione della questione dell'identità del vino e ad un fortissimo e sentito impegno di ottenere il meglio da Montalcino. Tuttavia non mi sento di contarci molto e sono pessimista".
Osservazioni giuste quelle di Asimov, e critiche puntuali e ben circostanziate le sue, eppure non me la sento proprio, pur essendo stato un puntuale cronista delle vicende di
Brunellopoli ed un tenace critico di taluni eccessi e "sbandamenti" cui una minoranza di produttori si è abbandonata, di arrivare a definire, con tanti vini di innegabile livello su cui il grande vino base Sangiovese di Montalcino può contare, anche in un'annata non certo indimenticabile come il 2004, il Brunello come un vino sopravvalutato... O che gode di una fama immeritata.
Come ho già più volte detto è un vino che deve ritrovare, sino in fondo, con tenacia, la propria identità, anche con operazioni impopolari che passino attraverso la definizione delle aree veramente vocate alla produzione di Sangiovese di alta qualità nei 2000 ettari della denominazione, e persino alla riduzione della zona destinata alla produzione di questo grande vino (e con un ruolo ripensato del secondo vino, il Rosso di Montalcino), ma volendo tracciare un panorama dei vini di sicura eccellenza della Toscana e dell'Italia tutta, come si può prescindere da Messer Brunello?

Franco Ziliani



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