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Sta suscitando perplessità e notevoli discussioni, anche sul Web (leggete qui, poi qui, qui e poi ancora qui) la decisione, annunciata da una delle più note ed emblematiche aziende produttrici grandi Nebbiolo di Langa, la Bruno Giacosa, con sede e cantine a Neive e vigneti a Serralunga d'Alba nella zona del Barolo, nonché nei pregiatissimi cru Asili, Rabajà e Santo Stefano in quella del Barbaresco di rinunciare ad imbottigliare e commercializzare in toto i Barolo e Barbaresco dell'annata 2006. Le motivazioni di questa rinuncia, nel comunicato diffuso dall'importatore inglese dell'azienda, sono che Bruno Giacosa "is 'not satisfied that the Barolos and the Barbarescos produced at Giacosa meet his exacting standards", ovvero che non era convinto che i Barolo e Barbaresco prodotti raggiungessero i livelli qualitativi desiderati, al punto da prendere "the brave and we think highly honourable decision not to bottle these wines, which is clearly a considerable financial sacrifice", ovvero la coraggiosa decisione di non imbottigliarli, con un considerevole sacrificio economico, e di vendergli sfusi ad altre aziende, viceversa soddisfatte dello standard di quei vini. Questo il punto di vista di quello che viene universalmente considerato, anche da me, come uno dei grandissimi interpreti del Nebbiolo nell'albese, conoscitore palmo a palmo di tutta l'area di produzione dei due più grandi vini della sua zona, una valutazione di questo millesimo che Bruno mi aveva dato quando gli avevo fatto visita in cantina a Neive, accolto anche dalla figlia Bruna (responsabile della parte vendite e pubbliche relazioni dell'azienda) e dal nuovo enologo Giorgio Lavagna, subentrato lo scorso anno a Dante Scaglione, lo scorso maggio per degustare le nuove annate. Giacosa era stato molto risoluto nei suoi giudizi, dicendomi "il 2006 non è un'annata speciale: gli manca tutto, profumo, tipicità, struttura. E' stata un'annata nata storta e difficile da raddrizzare". E, con un pizzico di polemica, riferendosi ai vini, i Barbaresco in particolare, che la maggior parte degli altri produttori da inizio 2009 va tranquillamente immettendo sul mercato, un giudizio molto severo e impegnativo: "se in bottiglia ci va solo vino da uve vendemmiate nell'annata 2006 non può essere un grande vino e in bottiglia ci deve essere anche qualcosa d'altro", ovvero un'aggiunta di vini di altre annate successive, decisamente migliori secondo il produttore di Neive. Per Giacosa, confortato dal parere di Lavagna, "si vedeva già in epoca di vendemmia che il 2006 non andava, a causa delle piogge abbondanti nel periodo della raccolta e dei problemi di maturazione e di sanità delle uve" e a suo dire "i 2006 sono vini destinati a non reggere bene nel tempo e a tirare fuori in evoluzione tutti i loro limiti". Insomma, una stroncatura senza attenuanti, senza se né ma, attenuata, nella sua durezza, dall'assaggio dei suoi stratosferici Barbaresco 2005, con il mio consueto imbarazzo della scelta tra il carattere più virile, potente, carnoso, dotato di una struttura imponente, del Rabajà, la soavità, la florealità, l'elegante suadenza dell'Asili e la temperata scontrosità, da giovane, la larghezza, l'intensità del Santo Stefano, nonché del grande Barolo Rocche 2005 ottenuto dal vigneto Falletto in Serralunga d'Alba: tannino setoso, fitto, un infinito velluto in forma di vino profumato di rosa, lampone, erbe aromatiche, sul palato. Doverosamente registrata la valutazione di Giacosa, devo dire che alla luce delle mie degustazioni di Barbaresco 2006, per l'esattezza 66 campioni, fatte proprio in maggio nel corso dell'edizione 2009 della rassegna Alba Wines Exhibition, posso concordare solo in parte con la decisa bocciatura del 2006 fatta dal Maestro di Neive. E' vero difatti che, in termini puramente percentuali, solo una ventina dei Barbaresco 2006 degustati mi hanno pienamente convinto (meno di dieci dei quali mi sono sembrati di caratura indiscutibile e dotati di tutti i crismi di complessità, eleganza, struttura, equilibrio tra acidità, frutto e tannini che si richiedono ad un Barbaresco davvero degno di questo nome), mentre gli altri, una larga maggioranza, mi hanno destato notevoli perplessità. Non solo per il loro livello qualitativo, che trattandosi di un assaggio fatto in maggio, con vini ancora giovanissimi e decisamente in fieri, veri wine in progress, in molti casi deve ancora essere pienamente definito, ma per difetti costitutivi evidenziati, per quelle carenze strutturali cui faceva riferimento, per motivare la sua sofferta decisione di non imbottigliare alcun Nebbiolo 2006, Bruno Giacosa. Rileggendo i miei appunti di degustazione trovo numerose volte evidenziati rilievi tipo "carenza di complessità, mancanza di struttura, naso estrattivo e vegetale, poca articolazione, tannini amari, astringenti, asciutti", e ancora "note verdi, bocca magra sottile, carenza di polpa, poca personalità, semplice corretto ma niente di più, bocca sottile, pungente, aggressiva, vino che tende a sedersi senza grande nerbo, poca piacevolezza finale, vino disarmonico, note verdi più che floreali che tendono al linfatico", che non costituiscono di certo dei complimenti o delle convinte sottolineature della qualità dei vini. A dispetto però della condanna senza appello pronunciata da Bruno Giacosa, e delle mie perplessità su diversi Barbaresco 2006 degustati, devo dire di essermi anche felicemente imbattuto in vini, voglio citare il Rabajà del Castello di Verduno, il Barbaresco della Cantina Produttori, il Marcarini della Cantina Pertinace, il Tre Stelle ed il Rio Sordo di Cascina delle Rose, il Montersino di Orlando Abrigo, il Basarin Gian Maté dei Fratelli Giacosa, il Campo Quadro del Punset, il Santo Stefano del Castello di Neive, il Pajoré di Rizzi, e poi Bric Mentina della Cà Nova, Sorì Montaribaldi di Montaribaldi, Asili di Cà del Baio, Canova di Ressia, Roncaglie di Poderi Colla, che mi hanno convinto in toto, che mi sono piaciuti, che mi sembrano o già decisamente buoni ora o destinati ad una positiva evoluzione nel tempo. Vini che ho descritto ad esempio così, "colore leggermente evoluto con note leggermente granato aranciate naso molto caldo maturo, belle sfumature speziate cannella accenni caffè e terra, bella struttura ricca piena terrosa di buona fittezza e tessitura un tannino presente, ben sottolineato e non aggressivo materia lunga densa bella pienezza di sapore" oppure "colore di bellissima intensità e integrità, naso fitto, carnoso, con frutta succosa, polpa e freschezza, belle sfumature speziate mazzetto odoroso accenni terrosi minerali e di liquirizia. Bocca ricca di salda costruzione si allarga molto bene con grande densità ed equilibrio, saldo corredo tannico presente ma non aggressivo, materia fitta, grande ricchezza di sapore lungo e persistente". O ancora "bel naso caldo suadente effusivo, con note di frutta ben matura, terra, sottobosco, leggera speziatura e foglie secche thé e tabacco. Bocca ricca, piena di notevole soddisfazione, saldo corredo tannico bell'allungo e dinamismo, largo sul palato, caldo con tannini vellutati non aggressivi di grande impegno e stoffa ha eleganza personalità complessità e carattere finale molto piacevole". Descrizioni decisamente positive, che mi sembrano accreditare l'idea che se anche un grandissimo Maestro come Bruno Giacosa i 2006 ha deciso di saltarli a pié pari, e molti Barbaresco 2006 lasciano un po' a desiderare, eppure validi Barbaresco in vendita, a disposizione del consumatore curioso, che magari si accontenta di nomi meno flamboyant e altisonanti e bada alla sostanza (anche del rapporto qualità prezzo) non mancano. Tanto che forse varrà la pena proporre presto, anche in questa sede, le mie note di degustazione dei 15 vini che mi hanno maggiormente convinto. E magari parlare, passando dall'area del Barbaresco a quella del Barolo, anche di numerosi vini da vigneti in Castiglione Falletto, Serralunga d'Alba, Monforte d'Alba, La Morra, Verduno, Barolo, Novello, che ho avuto modo di degustare in anteprima e che stanno pazientemente affinandosi, senza fretta, nella tranquillità e nel buio delle cantine, nell'amatissima Langa del Barolo... Franco Ziliani |