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Grandissimo successo, giovedì 2 aprile, prima giornata del Vinitaly, per una degustazione speciale ideata, organizzata e condotta dall'Associazione Italiana Sommeliers. Presentata dal presidente Medri, che per l'organizzazione di questa iniziativa si è avvalso della collaborazione e della regia di Cesare Pillon, eno-giornalista dalla lunga esperienza e dall'impeccabile professionalità, questa iniziativa si è proposta come un evento utile a ricordare il ruolo centrale avuto dall'Associazione e dalla categoria dei sommelier nel favorire lo sviluppo, la conoscenza e in alcuni casi "l'entrata nel mito" di una serie di vini che hanno caratterizzato la storia del vino italiano negli ultimi tre decenni. Dieci vini che hanno cambiato la storia presentati dai campioni dall'A.I.S. il titolo che si è voluto dare a questo incontro strutturato secondo una formula originale e innovativa che ha visto affiancare alla presentazione di ognuno dei dieci vini (selezionati da Cesare Pillon) svolta dal produttore la degustazione guidata dello stesso vino affidata ad un sommelier che ha avuto un ruolo importante nella storia dell'associazione nei suoi 44 anni di attività. Due grandi metodo classico, due vini bianchi, cinque vini rossi ed un vino dolce (da dessert e/o meditazione) i vini scelti, tutti vini che hanno segnato una svolta, aperto una pagina nuova, portato sperimentazione e innovazione, che si sono posti come punti di riferimento, come nuovi capitoli nel grande libro del vino italiano degli ultimi decenni. E così per iniziare le "danze" il "re" dei TrentoDoc ed un Franciacorta di caratura superiore, il Giulio Ferrari (annata 1999) ed la Cuvée Annamaria Clementi Zanella (annata 1997), presentati dall'enologo e ideatore del vino, Mauro Lunelli, e dal deus ex machina e simbolo dell'azienda di Erbusco, Maurizio Zanella, e affidati all'analisi tecnica e al tasting rispettivamente di Federico Graziani, campione italiano A.I.S. nel 1998 attivo presso il ritorante Aimo e Nadia a Milano e di Michele Garbuio, sommelier d'Italia otto anni dopo, nel 2006, attivo presso il ristorante Acanto dell'Hotel Principe di Savoia a Milano. Abbinati ai due grandi TrentoDoc e Franciacorta Docg, perché per la serie "non facciamoci mancare nulla" la degustazione prevedeva anche l'abbinamento ad ogni vino di uno appetizer, di un gustoso stuzzichino studiato secondo quella filosofia del veronelliano "matrimonio d'amore", dell'armonico abbinamento cibo-vino che costituisce il "marchio di fabbrica" dello stile A.I.S., della testina di maialetto di cinta senese croccante alle erbe aromatiche sul Giulio Ferrari e una tartare di mazzancolla marinata agli agrumi con patate violette. Dalle "bollicine nobili" a due bianchi importanti, il capostipite degli uvaggi bianchi friulani, mix (misterioso nel dosaggio) di diverse uve bianche (Sauvignon, Chardonnay, Ribolla gialla, Malvasia Istriana, un tocco di Picolit) ed espressione della policlonalità nel vigneto che è condizione fondamentale per ottenere grandi risultati, ovvero il Vintage Tunina (in degustazione il 2006) presentato dal suo creatore, Silvio Jermann, abbinato ad un classico della cucina ligure come il "brandacujun" (a base di stoccafisso) ed il primo vino che ha mostrato come la Langa del Barolo e del Barbaresco potesse diventare anche terra di grandi bianchi, ovvero il Langhe bianco Gaia & Rey (annata 2002), presentato dalla persona cui Angelo Gaja ha dedicato il vino, la primogenita figlia Gaia. A presentare i due bianchi rispettivamente Piero Sattanino miglior sommelier del mondo nel 1971 ora attivo presso l'Hotel Parigi di Bordighera, e Bruno Casetta, del ristorante Birilli di Torino, medaglia argento al concorso per il miglior sommelier del mondo nel 1986, che sullo Chardonnay di Gaja ha proposto dei tocchetti di fegato grasso d'anatra in crosta di nocciole con salsa allo scalogno e aceto balsamico. Cinque i vini rossi in degustazione, uno dal Piemonte, due dalla Toscana, uno dal Veneto e uno dalla Campania, presentati da sommelier che hanno segnato i percorsi della sommellerie italiana dal 1974 al 2008. Il primo, presentato dalla simpatica figlia dell'indimenticabile Giacomo Bologna, Raffaella, il pioniere della nouvelle vague del Barbera, del suo riscatto e dalla sua affermazione come grande vino, il Bricco dell'Uccellone (annata 2006) celebrato da Ivano Antonini, campione italiano A.I.S. nel 2008, in forza al Sole di Ranco, e abbinato ad un carpaccio di carne. A seguire l'antesignano dei vini da tavola innovativi, poi conosciuti in tutto il mondo come Super Tuscan, il taglio Sangiovese - Cabernet Tignanello (annata 2001) dei Marchesi Antinori, presentato da Albiera Antinori e "illustrato" da Luca Gardini, campione d'Italia A.I.S. nel 2004, attivo presso il ristorante Cracco di Milano, abbinato ad una terrina di capriolo con mosaico di frutta secca. All'insegna di una sintesi tra culture ed esperienze e sensibilità diverse, valdostano il sommelier, campano, anzi "Super-campano" come viene spesso definito, il vino e la produttrice, la presentazione del rosso successivo, il Montevetrano che l'autrice, Silvia Imparato, ha definito "la sfida del Bordeaux in Campania" con la sua calibrata sintesi di Aglianico, Cabernet e Merlot. A presentare il vino (annata 2004) abbinandolo, con grande originalità e coraggio e risultato impeccabile ad un cubotto di tonno affumicato in crosta di nocciole con salsa di peperone di Montevetrano, Agostino Buillas, campione italiano dei sommelier nel 1995, chef e proprietario del Café Quinson a Morgex ai piedi del Monte Bianco. Ancora Toscana, e la nuova frontiera di Bolgheri, con il più celebrato dei Merlot della terra di Dante, il Masseto (annata 2004) della Tenuta dell'Ornellaia, presentato dall'enologo Leonardo Raspini e affidato per la sua "eno-esegesi" alle parole, applauditissime, di un grande ristoratore e patron, campione italiano dei sommelier A.I.S. nel lontano 1974, come Gianfranco Bolognesi della Frasca (ieri di Castrocaro oggi di Milano Marittima), che ha sottolineato come "non esista ristorante eccelso senza una cantina eccelsa" e stigmatizzato il "narcisismo di certi cuochi che vogliono essere sempre protagonisti". Abbinando al vino una squisita terrina di cacciagione. Data la particolare tipologia dell'ultimo vino, un rosso che nasce da uve in appassimento, un Amarone della Valpolicella, il Vaio Armaron di Serego Alighieri - Agricola Masi (annata 2003) che è stato tra gli antesignani della nuova stagione (e dell'affermazione presso un pubblico sempre più vasto) del celebre rosso base Corvina, Rondinella, Molinara della bellissima zona veneta, vino presentato da Renzo Boscaini, ci voleva un abbinamento speciale, perché reggere un Amarone è sempre impresa difficile. Antonello Maietta, campione italiano dei sommelier nel 1990 e oggi vice-presidente dell'A.I.S., responsabile dell'enoteca A Posaa di Portovenere, ha scelto la strada della semplicità e della classicità, quella del matrimonio con il più grande dei formaggi italiani, il Parmigiano reggiano. Ma non un Parmigiano qualsiasi, bensì un fuoriclasse assoluto come il Parmigiano reggiano Export Malandrone 1477del Caseificio Nuovo Malandrone di Pavullo, stagionato ben 70 mesi. Parmigiano scelto, come ha detto Maietta, perché "il grande formaggio abbandona la pianura e va in montagna, con una "sapidità che sfocia in salinità" indispensabile per reggere l'abbinamento ad un vino "che si presenta con la livrea delle grandi occasioni impossessandosi della cavità orale". A mio avviso uno degli abbinamenti meglio riusciti. Grande finale, in dolce, con un vino storico come il Torcolato di Breganze di Fausto Maculan esaltazione di un uva come la Vespaiola, abbinato, anche in questo caso in clima di semplicità a biscotti tipici come gli zaleti, ovviamente al Torcolato. Presentazione del vino affidata a Fausto Maculan e sua degustazione guidata ad opera di Eddy Furlan Campione italiano nel 1980 e oggi patron della Panoramica di Nervesa della Battaglia. Un vino (2006 l'annata proposta) speciale che, come ha ben fatto notare Cesare Pillon, si sarebbe sposato molto bene a larga parte dei gustosi e raffinati stuzzichini proposti, dai tocchetti di fegato grasso alla terrina di capriolo o a quella di cacciagione. Grande soddisfazione espressa dal presidente dell'A.I.S. Terenzio Medri per la perfetta riuscita di questo incontro tra professionalità diverse tutte protese ad esaltare l'immagine del vino italiano e la sua crescente qualità. Da parte mia, pur confermando la massima stima all'amico Cesare Pillon, un'unica riserva e perplessità: possibile che tra i dieci vini che "hanno cambiato la storia del vino italiano" non ci fosse posto almeno per un vino espresso dai massimi vitigni italiani, Nebbiolo e Sangiovese, e che non fossero stati selezionati nemmeno un Barolo, un Barbaresco, un Brunello di Montalcino? O sono così classici e affermati, così rinomati e riconosciuti a livello mondiale da non apparire, a differenza da altri vini scelti per la degustazione, come vini della "rivoluzione" (enologica) e del cambiamento? Franco Ziliani |