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A Montalcino, anche se a leggere le cronache di questi mesi verrebbe voglia di pensare il contrario, gli ultimi dieci anni non hanno visto imporsi solo una discutibilissima “filosofia” dell’interpretazione libera e “creativa” del disciplinare di produzione del Brunello che prevede ancora, sino a prova contraria e cambiamenti approvati a maggioranza, esclusivamente l’uso del Sangiovese. Di Montalcino e non di altre zone, ça va sans dire. Nello storico borgo collinare, anche se qualcuno ha “scambiato” il Brunello per un Super Tuscan e ha spacciato una disinvolta e un po’ cialtronesca via alla modernità “brunellesca”, molti produttori, soprattutto piccole e medie aziende agricole, hanno continuato imperterriti, solo leggermente indispettiti e offesi da quanto stava accadendo intorno, a rendere omaggio con spirito di servizio ad un’idea di Brunello autentica e pura, che vede il Sangiovese, Montalcino ed il Brunello come elementi di un legame naturale e inscindibile. Tra questi produttori, uno dei più piccoli, per numeri di bottiglie prodotte, ma dei più prestigiosi è sicuramente Giulio Salvioni, con la sua piccola “boutique winery” La Cerbaiola che conta su quattro ettari vitati. Solo poco più di vent’anni di storia, con un’esordio, fulminante e al fulmicotone, nel 1985 (annata grandissima), con un Brunello che ancora degustato oggi fa sognare, ma già un ruolo importante e centrale, con un rispetto generalizzato e conquistato sul campo e la simpatia di tanti, nella storia del Brunello dagli anni Ottanta in poi. Una bellissima occasione per incontrare Giulio, per sentirlo parlare, per degustare i suoi vini, per cogliere la grandezza baluginante, difficile, scontrosa e non ruffiana del Sangiovese di Montalcino, ci è stata offerta, a inizio giugno, quando le polemiche sullo scandalo del Brunello impazzavano (in verità ancora oggi non si sono sopite, anzi…) a Mogliano Veneto nel corso del Wineday organizzato dalla società Balan, nell’ambito di una verticale di sei vini, quattro Brunello e due Rosso, (le foto sono Claudio Sacco di Altissimo Ceto che ringrazio per la gentile concessione) distribuita nell’arco temporale di annate dal 1997 al 2003. Giornata esemplare, un produttore in vena di raccontare e di raccontarsi, un pubblico di una trentina di persone appassionate ed un paio di ore che resteranno nella memoria di tutti coloro che hanno avuto il privilegio di essere presenti. In grande forma Salvioni ha raccontato la storia dell’azienda, con i vigneti posti nella zona sud-est di Montalcino, ad un’altezza intorno ai 400 metri, su terreni galestrosi, ed una filosofia di lavoro che prevede si ottengano 4000 bottiglie ad ettaro, ovvero 50 quintali contro gli 80 previsti dal disciplinare, si facciano macerazioni di venti, trenta giorni e l’affinamento avvenga in botti di rovere di Slavonia (da 20 ettolitri, cambiate ogni dieci anni), perché “sono in contrasto con la barrique, per me non dovrebbe essere usata per il Brunello”. Prima di avventurarci nella verticale Giulio ha dato la sua misura di toscanaccio terribile dallo spirito arguto che non risparmia battute e non si tira indietro davanti alle polemiche. Basta ricordare la sua definizione del Sangiovese come “animalaccio indomabile”, oppure la sua sottolineatura finto-ingenua secondo la quale “quelli che sono venuti da fuori ad investire a Montalcino lo sapevano o no che qui nel mondo del Brunello c’era il monovitigno Sangiovese? Io credo proprio di sì…”, per capire come la pensi Salvioni e da che parte si schieri in questa disfida, non tanto immaginaria, tra difensori del Brunello storico, come sono, siamo abituati ad amarlo in tutto il mondo, e fautori di uno stil novo non poi così dolce come vogliono farci credere… Brunello di Montalcino 2003 La partenza del nostro viaggio a ritroso negli anni è avvenuta, e non poteva essere diversamente, con il Brunello di Montalcino 2003, l’annata attualmente in commercio, quella attorno alla quale sono sorte tante discussioni, come se certe pratiche disinvolte fossero improvvisamente nate con il 2003 e non fossero invece nate anni addietro… Un vino ovviamente ancora giovanissimo, che necessita, anche se l’annata non è di quelle a lunghissima gittata, di tempo per armonizzarsi e attenuare il suo carattere scalpitante, ma vino di buona personalità e complessità, di gran lunga superiore alla stragrande maggioranza dei 2003 in circolazione, rosso rubino intenso, naso fitto, maturo, caldo, con prevalenza di note selvatico, speziate, pepate e una nitida presenza floreale che richiama la viola ed il sottobosco. La bocca é ricca, piena, terrosa, di grande sostanza e notevole soddisfazione e quel che sorprende, data l’annata, è la totale assenza di note di surmaturazione o accenni di marmellata, sostituite da una bella freschezza, da una vena acida nervosa molto consistente. Un bel Brunello, che sarà ancora più piacevole gustare nei prossimi 3-5 anni. Brunello di Montalcino 2001 Su questo vino, che assaggiai per la prima volta in compagnia di Giulio a Montalcino in occasione del Benvenuto Brunello di due anni orsono confesso di aver nutrito e di averle chiaramente espresse a Giulio, qualche perplessità, soprattutto dovute al colore, che ancora oggi è impressionante per fittezza e concentrazione, un colore nettamente più fitto rispetto ai vini di Salvioni. La risposta, divertita, che Giulio mi diede allora (ben diversa da quella di un altro produttore di Brunello dal colore totalmente improbabile, che attribuì al suo enologo consulente, come se non fosse un collaboratore da lui stipendiato, la scelta di questa concentrazione cromatica…) e che ha confermato nel corso della degustazione è che in vigna da svariati anni lavorano con cinque cloni diversi di Sangiovese per avere un maggiore corredo antocianico ed una maggiore tenuta di colore. Risposta attendibile e credibile, ma non toglie che questo Brunello 2001, figlio di una signora annata, sorprenda ancora oggi. Detto del colore, non posso che parlare bene del resto, con un aroma denso, caldo, con prevalenza di toni selvatici, speziati, la macchia mediterranea, l’alloro, il ginepro, di humus e un accenno di cuoio e un gusto pieno, strutturato, imponente per fittezza e larghezza, con un legno ancora da assorbire completamente e tannini leggermente asciutti e aggressivi. Vino ancora giovanissimo, tonico, energetico, cui fa difetto un pizzico di eleganza, di freschezza soprattutto sul palato, ma Brunello di grande integrità che sono certo potrà emergere bene alla distanza. Brunello di Montalcino 2000 Annata calda celebratissima il 2000, molto gradita soprattutto alla critica specializzata statunitense e questo 2000, in ottima forma, giustifica appieno la sua bella immagine di vino molto appealing, piacevole, gradevolissimo da bere ora, diretto. Colore rubino fitto e profondo di buona densità, mostra un naso molto compatto, terroso, selvatico, di grande fittezza ed intensità, con una prevalenza del frutto, delle ciliegia succosa, sul carattere floreale. La bocca conferma questa impostazione molto “piaciona” e facilmente decodificabile, con una pienezza dolce, avvolgente, succosa del frutto, una notevole sostanza, un tannino ben sostenuto ma dolce e rotondo, una grande consistenza, pur rimanendo nell’ambito dell’eleganza e di una concentrazione calibrata. Rosso di Montalcino 1999 Ci voleva una grande consapevolezza delle qualità dei propri vini ed un pizzico di simpatica “incoscienza” per proporre come 1999, annata grandissima, non un Brunello, bensì il “secondo vino”, il Rosso, ma Salvioni ha sempre creduto nel Rosso (salvo rinunciare a produrlo in presenza di annate super come il 2006: ma ci sarà invece del 2007) e queste 8000 bottiglie dimostrano come anche dal vino più giovane e meno impegnativo sappia cavare fuori autentici tesori. Colore rubino granato brillante vivido, naso compatto, terroso, con intreccio tra note selvatiche, di macchia mediterranea, ginepro e tabacco, di viola ed una ciliegia ancora nitida e succosa, croccante nel suo proporsi. In bocca si conferma un frutto polputo e godibile di grande dolcezza ed integrità, un bellissimo, delicato, raffinato sostegno tannico caldo e vellutato, una splendida ricchezza di sapore, un perfetto equilibrio tra tutte le componenti con un finale salato, nervoso, vivo, di grande equilibrio e mirabile finezza. Chapeau! Rosso di Montalcino 1998 Bravissimo Giulio a proporre un 1998, annata “stretta” tra le celebratissime 1997 e 1999, eppure millesimo tutt’altro che minore all’insegna di un mirabile equilibrio e di una piacevolezza di beva totale a dieci anni dalla vendemmia. Per me che amo il ’98 (anche a Barolo) questo Rosso decenne è stato una rivelazione e una conferma, con il suo colore rubino granato brillante vivo, il suo naso misterioso e complesso, dove le note terziarie di tabacco (trinciato), di selvatico, funghi secchi, tartufo, cuoio, goudron e pomodoro secco vanno a trovare esaltazione in una vena sapido minerale nervosa di grande nerbo. In bocca la sorpresa è ancora maggiore, perché l’energia, la spinta, una sorta di purezza, un’acidità che spinge, un frutto che richiama più il lampone che la ciliegia, una verticalità d’accenti, e una godibilità estrema e golosa richiamano climi “pinotnereggianti” e borgognoni ed una finezza, un sale, davvero da grande vino. Brunello di Montalcino 1997 Il finale, quando tra il pubblico dei partecipanti alla degustazione era apparso un altro “innamorato del Sangiovese”, Michele Satta, che l’ha piantato e ci lavora e ci crede in quel di Bolgheri e dintorni, non poteva essere che con un altro grande vino, un 1997 che rende omaggio alla fama spesso immeritata e smentita dall’evoluzione negativa di molti vini alla distanza di questo millesimo, grazie ad un vino che già dai dati analitici (14,5 di alcol, 32 di estratti, 5,60 di acidità) mostrava di avere tutti i crismi per farsi sentire. In quell’anno grande ma difficile (dove Salvioni produsse anche 3500 bottiglie di Rosso di Montalicino) Giulio ha cercato di lavorare con estrema attenzione, ottenendo un signor vino che oggi si propone con un colore rubino intenso integro e profondo, un naso compatto, molto toscano, inconfondibilmente ilcinese, con macchia mediterranea, note selvatiche e pepate e di alloro, striature di liquirizia, cuoio, tabacco biondo, una terrosità stregante e una freschezza e vivacità aromatica da lasciare senza parole. Meglio ancora al gusto, con una bocca ricca, piena, strutturata, ancora con una componente leggermente terrosa presente, un tannino dolce e levigato, una magnifica dolcezza di frutto, una sorprendente freschezza e vivacità di vino che ha ancora molto da dare e lunga vita davanti a sé, godibilissimo, elegante, peno di sapore. Una celebrazione del Sangiovese, un’uva magnifica e difficile che a Montalcino ha trovato il suo habitat ideale, una cultivar, per dirla con Satta, davanti alla quale, come fu necessario in un anno estremo e difficile come il 2003, occorre anche “piegarsi” per tentare di capirla ed interpretarla, ma un’uva che “va conosciuta, amata e trattata con devozione” e solo così facendo ti ripaga regalandoti testimonianza della sua grandezza, di un’eleganza senza pari. Ma quanti, a Montalcino ed in Toscana, hanno il tempo e l’umiltà per “capire” il Sangiovese e accettare il suo carattere brado di “animalaccio indomabile” con spirito di servizio? Spiace dirlo, ma temo siano davvero una minoranza, Giulio Salvioni sicuramente tra questi.
Franco Ziliani
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