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La notizia è di quelle destinate a fare discutere. L’autorevole rivista britannica Decanter, che in copertina si autodefinisce “the world’s best wine magazine” (la migliore rivista di vino del mondo), nel numero di aprile, in larga parte dedicato all’Italia del vino, boccia senza appello quelli che secondo un pensiero diffuso sarebbero tra i più importanti e rappresentativi vini toscani e italiani. Parlo degli ex vini da tavola, poi ribattezzati Super Tuscan, che dal 1992 hanno trovato rifugio sotto il cappello delle Igt Toscana o Colli della Toscana Centrale. I numeri parlano in maniera più eloquente di ogni commento: 92 i vini, tutti espressione dell’eccellente annata 2004, degustati e solo un vino, l’Anfiteatro (Sangiovese 100%) dell’azienda Vecchie Terre di Montefili, ha ottenuto il massimo riconoscimento delle cinque stelle e del Decanter Award, mentre nessuno dei vini ha ottenuto il punteggio, equivalente ad un giudizio da “very good to excellent” (da molto buono ad eccellente) delle quattro stelle. La stragrande maggioranza dei vini presi in esame ha ottenuto valutazioni tutt’altro che soddisfacenti. 60 vini, pari ad una percentuale del 65%, hanno ottenuto una valutazione di tre stelle (equivalente ad un giudizio di good, ovvero buono), mentre 30 altri (una percentuale del 32,60%) hanno ottenuto un punteggio di fair (discreto). Se si sommano i vini che hanno ottenuto tre stelle e quelli che ne hanno ottenute solo due, si ottiene un totale di 90 vini che comprendono una percentuale ben poco soddisfacente del 97%. L’unico vino che completa il totale dei 92 campioni ha invece ottenuto una sola stella ed un giudizio di poor (povero). E questo nonostante tra i vini in degustazione figurassero vini di grande notorietà e prezzo come il Fontalloro della Fattoria di Felsina, il Tignanello dei Marchesi Antinori, il Suolo di Argiano, l’Acciaiolo del Castello d’Albola, il Casalferro del Barone Ricasoli, il Balifico del Castello di Volpaia, il San Martino di Villa Cafaggio, il Torrione di Petrolo, il Cepparello di Isole e Olena, lo Stielle di Rocca di Castagnoli, il Crognolo della Tenuta Sette Ponti, il Flaccianello della Pieve di Fontodi. Le spiegazioni per questo magro risultato sono svariate e piuttosto eloquenti e fornite da un panel tasting di assoluto rispetto e prestigio composto da numerosi master of wine, esperti di vini italiani, addirittura autori di libri sui vini della Toscana come Rosemary George. Si parte dalla valutazione di Nick Dumergue, wine educator, che “desiderava trovare nei vini la tipicità toscana e non ne ho invece trovata alcuna traccia, cosa non sorprendente data la vasta gamma di terroir, da zone poste sulla costa ad altre all’interno, di altitudini e uve, cui i vini degustati facevano riferimento”. Ma c’è di più, perché secondo Stephen Brook, che l’Italia del vino ben conosce e frequenta regolarmente, “il vero problema è che la dizione di IGT in etichetta è del tutto priva di significato. Si può indifferentemente riferire sia al peggior vino che al migliore nella gamma di un’azienda, un vino icona il cui nome generalmente finisce in “aia”. Ci sono centinaia di vini quasi con lo stesso nome, e credo che stiano facendo una specie di autogol basandosi sul puro concetto di IGT”. Anche Steven Spurrier, consultant editor di Decanter e grande esperto di vini bordolesi, è dello stesso avviso, rilevando come il “concetto di Igt sia assolutamente confuso. Va dalle versione italiana di un vin de pays francese ad un cru classé stile bordolese. Ed i prezzi possono variare da 6 a 50 sterline costringendo i consumatori a puntare esclusivamente sul marchio”. A questo proposito nella sua introduzione al wine tasting, nella quale aveva fornito la storia e la genesi dell’IGT Toscana, i suoi pregi e le sue zone d’ombra, ad esempio il rilievo che “la provenienza di un’IGT può spesso essere confusa con la creazione di un nome di fantasia che conduce lo sfortunato consumatore a chiedersi se il vino abbia preso il nome dalla mamma dell’enologo o del produttore, oppure da quello delle moglie, della figlia o dell’amante”, oppure la sottolineatura che “non c’è quasi mai indicazione del contenuto ed una IGT può essere a base di Sangiovese in purezza oppure di un Merlot o di entrambe le cose”, Rosemary George aveva sottolineato altri due punti molto importanti. In primis “la fondamentale motivazione economica dello sviluppo delle Igt”, che ha portato produttori che avrebbero dovuto proporre i loro vini sotto il cappello di denominazioni minori come Chianti delle Colline Pisane, o dei Colli Fiorentini, o dei Colli Senesi, a scegliere l’IGT personalizzata con nome di fantasia, perché in tal modo avrebbero potuto spuntare quei prezzi che con i loro Chianti, non Classico, non avrebbero mai potuto raggiungere. Questo stato di cose, secondo la master of wine autrice di libri straordinari come Chianti and the wines of Tuscany e Treading grapes, Walking through the Vineyard of Tuscany, porta ad un “marketing da incubo, che non comporta alcuna tipicità tra le enormi varietà di IGT toscane. E pertanto la decisione di acquistare o no un vino può essere fatta unicamente in base al nome e alla credibilità del produttore”. Quanto alle caratteristiche dei vini degustati, secondo un’altra degustatrice, Margaret Rand, i vini erano “privi di connotazioni riconducibili ad una determinata origine e con ben poche sfumature aromatiche. Un sacco di note terrose e di ciliegie candite, ma anche un sacco di somiglianza tra i vini, con differenze di stile che andavano da un carattere più rustico di alcuni ad un quid di eleganza e delicatezza in altri”. Vini non da degustazione, secondo alcuni, ma, secondo la master of wine Sarah-Jane Evans, “da gustare nella campagna toscana, con un cibo robusto e succoso che controbilanci i tannini. In molti vini non c’era una vibrazione e un’articolazione del frutto, l’acidità era sostenuta, il che è buona cosa e serve a dare quell’equilibrio che altrimenti mancherebbe”. Un elemento che ha messo d’accordo tutti i degustatori è il fatto, sgradevole, che “molti vini vedessero il legno usato per l’affinamento ergersi a protagonista assoluto, con un frutto di fatto prosciugato e pressoché annullato”. Secondo un altro degustatore, Anthony Moss, wine educator, “troppi vini presentavano un invadente presenza di legno tostato, aromatico e speziato che prevaleva sul frutto e di fatto normalizzava annullandola ogni caratteristica peculiare del vino”. Solo Steven Spurrier era più positivo, trovando “alcuni esempi dove il legno era bilanciato conferendo un quid di speziato e di intrigante nei vini”. Estrema eterogeneità varietale dei vini si è detto, ma anche i vini base Sangiovese hanno deluso: “mi aspettavo di più dai vini Sangiovese in purezza – ha osservato Spurrier – mi attendevo una sorta di “vibrazione” tipicamente toscana, qualcosa di più e di meglio che nei Chianti, ma mi sono trovato a vini decisamente inferiori ai Chianti, arrivando a preferire i blend sui monovarietali base Sangiovese”. Secondo Rosemary George “l’aggiunta di Merlot in un blend rende i vini decisamente meno toscani e più internazionali nel loro carattere”, punto di vista condiviso da Dumergue, secondo il quale “anche una piccola aggiunta di Merlot, Cabernet o Syrah tende a caratterizzare i vini e a diventare protagonista, molto meglio ricorrere al più neutro Colorino”. Secondo un altro componente del panel tasting, Sebastian Payne, master of wine e wine buyer, l’aggiunta di Merlot “conferisce struttura ed un gusto internazionale” e forse i produttori scelgono di ricorrere ad un mix di uve “per sopperire alla qualità del Sangiovese, soprattutto quando le produzioni sono eccessive ed i cloni di Sangiovese di cui si dispone sono quelli sbagliati”. La conclusione del dibattito seguito alla degustazione è tranchant: si tratta di vini da provare, anche solo per dire di averli conosciuti? Per molti la risposta è no. Per Nick Dumergue “molti di questi vini sono molto costosi e a quel prezzo allora è molto meglio comprare dei Chianti Classico pari annata”, opinione condivisa anche da Anthony Moss. Margaret Rand invece si è chiesta “quale potesse essere il mercato per questi vini, anche considerando che alcuni erano piacevoli e che l’alcol era bilanciato. Ma che si tratti di vini per i quali si è disposti a spendere un sacco di soldi – i prezzi dei vini andavano da 8 a 80 sterline, con parecchi campioni nella fascia tra le 15 e le 30 sterline – questo è tutto da dimostrare”. E con una valutazione, lucidissima e oggettiva, del genere, come è possibile pensare che il fascino (residuo) del nome Super Tuscan, del nome blasonato del produttore in etichetta e dell’enologo consulente che ha collaborato alla costruzione del vino, possano vincere le legittime perplessità non solo dei giornalisti specializzati, ma soprattutto del consumatore inglese e internazionale? Franco Ziliani |