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Forse, nell’attuale clima da campagna elettorale, il titolo potrebbe apparire eccessivamente sbilanciato e tutt’altro che bipartisan o da par condicio, ma non trovo di meglio che questo per sintetizzare, in pillole, il mio entusiasmo per il grande exploit di quello che solo sbrigativamente siamo soliti definire il “secondo vino” di Montalcino, il “fratellino” del Brunello, ma che invece dovremo abituarci a considerare come un’altra grande espressione di quell’uva splendida che è il Sangiovese nella variegata, articolata, complessa summa di terroir e di microclimi che corrisponde al nome di Montalcino. Merito di un’annata superba come il 2006, sulla cui valutazione di cinque stelle (il massimo) per il Brunello non ho proprio nulla da eccepire, il Rosso, che quest’anno a Benvenuto Brunello si è presentato abbinato alla ”nuova Fiat 500, utilitaria deluxe maneggevole e trendy” (come dicono gli uffici stampa), finisce per costituire, per i propri indubbi meriti, e per il non entusiasmante risultato del Brunello 2003, la vera forte attrattiva per i consumatori e gli appassionati che sono soliti premiare, con il loro acquisto e la loro fedeltà, i vini di Montalcino. Con quattro milioni e mezzo di bottiglie a disposizione, con una grande varietà di stili (dal vino più semplice a quello più corposo e impegnativo in grado di evolvere splendidamente e di reggere anche 5-10 anni di invecchiamento), e di prezzi (che vanno dai 4 sino agli 8 ed in alcuni casi anche 10 euro, franco cantina), il Rosso di Montalcino, paragonato ad un Brunello 2003 per forza di cose condizionato nel suo sviluppo e nella sua personalità dalla torrida, tropicale ed eccessiva annata 2003, finisce per darti quelle soddisfazioni, quell’eleganza del tratto, quella succosa e polputa piacevolezza del frutto, quell’equilibrio tra tutte le componenti che concorrono a determinare un vino, che il Brunello salvo poche eccezioni, con questo millesimo non è in grado di dare. E non si tratta di giovinezza dei vini, di mancanza di un’armonia ancora da venire, di un bisogno di bottiglia e di riposo in cantina, ma di un limite strutturale, perché se un’annata è piccola, come piccola e sbilanciata è stata l’annata 2003, i miracoli non si possono fare. Nemmeno nel buio di cantine dove agiscono capaci e tecnicamente ferrati cantinieri ed enologi consulenti. Perché mai quattro stelle all'annata 2003? Verrebbe piuttosto da chiedersi, e di chiedere al Consorzio del Brunello di Montalcino, come abbia fatto la commissione competente (formata da enologi, esperti vari e giornalisi) a decretare di attribuire comunque le quattro stelle, ovvero un giudizio di “annata ottima”, al 2003. La stessa valutazione attribuita, con fondamento, alle grandi annate 1999 e 2001, oppure al 2005. Questo doverosamente rilevato, non si può tacere, nonostante i trionfalismi di alcuni, annunci tipo “vola alto sulla crisi il Brunello di Montalcino: il 2007 vede crescere la domanda dei mercati internazionali, che, smentendo ogni previsione, confermano la grande passione per un vino ormai diventato uno dei simboli del “made in Italy”, ed il riscontro positivo di alcuni dati economici, tipo la richiesta dagli Stati Uniti, vero e proprio mercato di riferimento, che assorbe oltre il 25% della produzione, ), il giro d’affari del distretto del vino di Montalcino che si attesta così su circa 120 milioni di euro, che alla prova dei fatti, l’assaggio in Anteprima, il Brunello di Montalcino 2003 non convince. Anzi, suscita diverse perplessità e fa addirittura rivalutare l’annata 2002, che nelle sue più compiute espressioni aveva offerto vini che avevano una struttura esile, ma un’indubbia piacevolezza. Non posso tacere, ad esempio, che la degustazione dei sempre più numerosi campioni (150 circa più una ventina di selezioni) tutti frutto dell’annata 2003, che solo un eroe o uno sprinter nella speciale tecnica dell’assaggia al volo, sputa e assaggia, poteva completare nei soli due giorni a disposizione, sia stata una delle più faticose, per il palato e per la testa, perché poco gratificante, che io ricordi negli ultimi anni della mia attività di wine writer globe trotter. Una degustazione difficile Ho provato a concentrarmi e ad assaggiare il maggior numero di vini che mi fosse possibile senza mai mollare, se non per brevi assenze “tecniche” o per prendere una boccata d’aria fuori dalla tensostruttura che ospitava Benvenuto Brunello, la mia postazione, ma ad un certo punto, venerdì pomeriggio, ho dovuto dire stop e passare al Rosso. Cosa che ho fatto, dopo aver degustato un’altra trentina di Brunello 2003 sabato mattina, per approfondire il discorso su un Rosso che mi ha rincuorato laddove il Brunello mi aveva lasciato molto ma molto perplesso. Cosa non mi ha convinto nel Brunello di questa annata particolarissima? Il fatto che la stragrande maggioranza dei tanti vini degustati (sugli altri ho sentito il giudizio di amici e colleghi di cui mi fido e con il quale sono in sintonia organolettica e stilistica) fossero privi di grandezza, di complessità e di carattere, di quel quid, di quella somma di elementi che rendono un Brunello, quando è grande, un vino di caratura superiore, di classe e non solo di immagine e notorietà e appeal internazionale. Troppi vini che definirei “vorrei ma non posso”, pesantemente arrangiati in cantina, con robusti ringiovanimenti (pratica sulla quale sarà opportuno prima o poi fare un franco discorso) a base di 2004 o di 2005, fatti per cercare di rinfrescare e dare slancio ad un 2003 tendente allo stanco, al cotto, al sovramaturo. Pratica lecita (anche se discutibile), ma che in questo caso ha finito solo con l’aggiungere squilibrio a squilibrio, con acidità scomposte, mancanza di coerenza espressiva in tanti vini, eccessi di frutta matura, stramatura o ridotta a marmellata, tannini verdi sulla cui maturazione non scommetterei un penny (quando manca la maturazione fenolica tutto diventa difficile!) eccessi di legno e di tostatura dovute ad un uso del legno nuovo, ovviamente si parla di piccoli fusti tipo barrique che tonneau o botti da 15-20-30 ettolitri, che condizionano pesantemente il risultato complessivo. Positive eccezioni... Ci sono state, ovviamente e per fortuna, delle eccezioni, dei vini buoni, anche eccellenti, coerenti, equilibrati, dotati di un’articolazione aromatica e del gusto, di un rapporto virtuoso tra frutta, tannino, acidità. Vini le cui note di degustazione dicono ad esempio “colore rubino violaceo intenso, bella freschezza e sapidità floreale terrosa, salda costruzione, bellissimo frutto succoso pieno consistente, pieno carattere”, oppure “naso fresco vivo floreale sapido con una bella articolazione e sapidità, scattante ben articolato con frutto succoso e tannini ben sottolineati lungo e pieno”, o ancora “colore bellissimo vivo fragranza aromatica con note di macchia mediterranea e alloro, sapido, con accenni minerali di grande precisione, freschezza e sapidità, ha energia, frutto vivo, tannini ben sottolineati”, oppure “naso caldo, leggermente alcolico, con buona compattezza del frutto e articolazione, buona estrazione, ha frutta matura tannino saldo consistenza terrosa e pieno carattere“. ... e ordinarie delusioni... Ma sono solo la positiva eccezione, a fronte di un panorama consolidato scandito e contrassegnato da osservazioni tipo “naso verde, asciutto, sporco aggressivo animale, con bocca molle slavata dolciastra senza peso e senza sviluppo”, oppure “molto maturo molle con poca tensione e nerbo legno e vaniglia dominanti, colore molto intenso violaceo scuro, sentori medicinali e di caffè aggressivi sgraziati, grande estrazione di frutta senza tensione, con finale amaro e asciutto”, e ancora “stramaturo ossidato stanco senza freschezza frutta sotto spirito molle già evoluto stanco senza storia” e “colore molto intenso concentrato naso molto maturo dolce senza eleganza monocorde bocca ricca molle tannini che asciugano e mordono con astringenza feroce”. E queste sono solo alcune delle note negative di degustazione che con grande fatica e dispiacere ho dovuto via via annotare. Mi chiedo se le annotazioni su “naso molto molle surmaturo con un legno non perfettamente pulito tannini che aggrediscono ancora, sentori di acetone e smalto per unghie pungente verde aggressivo, nessuna idea di piacevolezza, molle stanco e senza carattere, tannini senza bilanciamento con il frutto amaro astringente” siano quelle che è lecito attendersi non come eccezione, ma come regola, da un vino che dovrebbe essere, ed è nelle migliori annate ed espressioni, l’orgoglio dell’enologia italiana... Alcuni buoni Brunello di Montalcino 2003 Come ho detto ci sono dei vini che mi sono piaciuti (per senza entusiasmarmi, diciamo un giudizio da quattro grappoli, che solo in un caso tocca i cinque, il vino de Il Colle, azienda ormai diventata un classico): parlo dei vini di Tenuta Le Potazzine, Villa a Tolli, Le Gode, Poggio dell’Aquila, Uccelliera, Col d’Orcia, Gianni Brunelli, Capanna, Pinino, Pecci Celestino, Citille di Sopra, ed in misura minore Poggio Antico, Tenuta di Sesta, Il Marroneto, Innocenti, Vasco Sassetti, Abbadia Argenga, Le Macioche, Sesta di Sopra. Cambia la musica con il Rosso! Cambia decisamente la musica, invece, con bel altro entusiasmo, e con una disponibilità alla beva molto superiore, con il Rosso di Montalcino 2006 (e qualche selezione 2005), che si può tranquillamente acquistare, ed in buone quantità, e non da consumare entro uno due anni, ma in diversi casi da lasciare in cantina anche 5-6 anni per ottenere vini che abbinino piacevolezza a complessità. Tanto é stata faticosa, poco godibile, impegnativa, la degustazione del Brunello 2003, così é stata divertente, gratificante, piena di allegria, l'esplorazione dei Rosso di Montalcino 2006, davvero, nelle sue migliori espressioni, che sono parecchie, un vino da bere copiosamente, con gioia, ritrovando quella fragranza aromatica, quella freschezza, quella polposità del frutto, quell'articolazione, quel dinamismo, quella sintesi felice di frutto-tannini-acidità, assente nella stragrande maggioranza dei Brunello 2003. Se amate il vero Brunello di Montalcino, preparandovi a godere con il 2004 (che sarà una grande annata per il Brunello: alcuni campioni assaggiati in botte fanno già sognare) e intanto rallegratevi, gioite per la fragranza, la succosità, la polpa, la ricca articolazione, l'immediatezza, il tannino giusto, la fresca acidità, dei tanti Rosso di Montalcino 2006 disponibili. Qualche nome dei vini che mi sono piaciuti di più: Il Colle (l'azienda che ha piazzato un tandem Brunello-Rosso da applauso, come Gorelli Le Potazzine), Lisini, Gianni Brunelli Le Chiuse di Sotto, Pinino, Sesta di Sopra, Uccelliera, Fuligni, Lambardi, Capanna, Brunelli, Villa a Tolli, Quercecchio, Sesta di Sopra, Argiano, Col d’Orcia, Siro Pacenti, Abbadia Ardenga, Campogiovanni, Mastrojanni, Il Marroneto, Brunelli, Terre Nere, Tenute Nardi, Il Poggione. Tutti vini ben fatti, godibili, affidabili, che illustrano al meglio una grande performance e un’annata, il 2006, che illustra al meglio la nobilitate e la definitiva maturità dell’altro grande vino di Montalcino, messere Il Rosso. Franco Ziliani |