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Sangiovese protagonista, tra luci e ombre, tra corrette interpretazioni e altre che lasciano invece piuttosto a desiderare, nel corso della settimana delle anteprime dei grandi rossi Docg cui ho partecipato, come tanti altri giornalisti italiani e stranieri, tra Firenze, Montepulciano e Montalcino. Il grande vitigno toscano, che è il naturale marcatore, l’elemento discriminante, la spina dorsale, rispettivamente del Chianti Classico, del Vino Nobile di Montepulciano, nonché del Brunello di Montalcino (ma senza dimenticare anche il Rosso), torna ad apparire come il punto di riferimento ovvio e naturale non solo dei vini (quelli di Montalcino) che ne richiedono, per legge, per disciplinare di produzione, l’utilizzo in purezza, ma anche di quel Chianti Classico – vino pirandelliano, stile uno nessuno e centomila – che negli ultimi dieci, dodici anni è apparso sempre più, con un disciplinare che autorizza l’uso sino ad un venti per cento di altre uve (leggi uve bordolesi in primis), ispirarsi alla formula un po' ibrida dei Super Tuscan. Se dall’immersione nel mondo del Vino Nobile di Montepulciano abbiamo ricavato (ne parleremo presto in maniera più precisa) impressioni non sempre convincenti e una diagnosi ben poco incoraggiante della chiarezza d’intenti del mondo produttivo poliziano, e da Montalcino è uscito “vincitore”, una volta tanto, più il Rosso (dell’ottima annata 2006) che il Brunello del torrido millesimo 2003, la degustazione di un cospicuo numero di Chianti Classico del 2006 (svariati i campioni da botte) ha offerto risultanze convincentissime, che potrebbero addirittura indurmi a titolare sul Chianti Classico torna a garrire il Sangiovese. Intendiamoci, esistono ancora gli “irriducibili” che continuano ad utilizzare sino in fondo la possibilità di correggere, con l’uso dei cosiddetti “vitigni migliorativi”, il loro Chianti e che affiancano ad un 80% di Sangiovese (qualche volta con piccole quote di Canaiolo, Colorino o Malvasia nera, un 20% di vitigni internazionali. Ottenendo vini anche impeccabili in alcuni casi, che sacrificano però parte della loro “territorialità” o quella che il grande wine writer americano Matt Kramer ha definito “somewhereness”, in altre parole un adattamento inglese di quello che in Francia si è soliti definire terroir, sull’altare di una maggiore decodificabilità da parte degli appassionati internazionali. Nell’aria, il che non vuol dire solo da quello che gli assaggi hanno detto, ma dai discorsi fatti con i produttori, dal maggior gradimento che i vini base Sangiovese tendono a riscuotere tra i degustatori (svariati "guidaioli" a parte, che devono difendere le loro scelte, spesso incomprensibili e testarde), tra gli appassionati e anche tra i sommelier, che qualche volta, vivaddio, il loro parere di consumatori ed esperti tendono ad esprimerlo, emerge un “rinascimento del Sangiovese”, una voglia di Sangiovese, un ritorno del Chianti Classico alla maniera toscana che mi ha impressionato. Intendiamoci, questo “rinascimento” non significa di certo ritornare ai Chiantini d’antan, o al pittoresco fiasco, o a vinelli senza ambizione. Vuol dire invece, grazie al lavoro serio di ricerca e sperimentazione fatto sul Sangiovese, ad una conoscenza di quest’uva maggiore che in passato, che conoscendo meglio il Sangiovese (anche grazie al progetto Chianti 2000 realizzato anni fa dal Consorzio), che si può progressivamente affrancarsi dai vitigni internazionali, de-supertuscanizzare il Chianti Classico, restituirgli quella fragranza, quella piacevolezza, quel “gout de terroir” che in questi ultimi dieci-quindici anni si era in gran parte perso, per rendere i vini più importanti, larghi, appealing. Soprattutto per il palato e per il consumatore internazionale meno adatto al Sangiovese, alle sue caratteristiche, che sono di eleganza, e non certo di potenza. Cosa è emerso dunque dagli assaggi di Chianti Classico impeccabilmente organizzati dal Consorzio in quel posto stupendo che è l’ex Stazione Leopolda? E’ saltato fuori, innegabilmente, che l’annata 2006 di Chianti Classico è una di quelle che meritano attenzione e fiducia da parte del consumatore, da parte degli operatori (enoteche e ristoranti), degli importatori esteri più attenti e più bravi nel valorizzare l’anima toscana, più che “super toscana” del Chianti caratterizzato dallo storico marchio del Gallo nero. Tanta piacevolezza (e considerando che molti dei vini presentati erano – correttamente presentati come tali nell’elegantissimo, utile catalogo ad uso dei giornalisti di questa Chianti Classico Collection – solo dei campioni da botte), equilibrio, fragranza aromatica, un bel bilanciamento tra frutto succoso e croccante (la ciliegia nera innanzitutto), corredo tannico e acidità, profumi netti, polpa, nasi fortemente varietali, con la viola, il sottobosco, il mazzetto odoroso, il lilium in evidenza, rotondità e dolcezze naturali da frutto maturo il giusto e non sovramaturo, poco disturbo da legno, freschezza, sapidità, un colore rubino violaceo splendente e vivo e meno scuro e concentrato che nel recente passato, un insieme che in molti casi invitava noi degustatori a passare dall’assaggio alla beva vera e propria. Belle sensazioni anche dal riassaggio di una serie di Chianti Classico 2005, ai quali la permanenza di un anno in più in bottiglia ha fatto solo bene, anche se il 2006 come annata ha dimostrato di avere una marcia in più di essere in grado di esprimere vini che abbineranno alla godibilità immediata la possibilità di evolvere splendidamente nel tempo. Oggettivo questo riscontro, mentre soggettiva, e qui ci metto la mia faccia e la mia firma, la preferenza per alcuni vini più che per altri. Tra i miei favoriti, tra i 2006, metto i vini di Isole e Olena, San Giusto a Rentennano, Fontodi, Bibbiano, Badia a Coltibuono, Monteraponi (un’azienda a Radda in Chianti che vi consiglio di seguire, anche per i 2005 e 2004 riserva), Tenuta di Liliano, Castello di San Donato in Perano, Massanera, Concadoro, Querciabella, San Felice, Casa Emma, Felsina, Castello di Vichiomaggio. Interessantissimi anche i vini di una realtà produttiva grande come Castelli del Grevepesa (in particolare la selezione Sangiovese 100% Clemente VII), e sorprendentissimi risultati da due outsider da seguire. Parlo di Spadaio e Piecorto a Barberino Val d’Elsa (un Chianti Classico 2006 solo Sangiovese, disponibile in 40 mila esemplari) e del piccolissimo (solo 5000 bottiglie ma scommettiamo che andranno a ruba?) Castellinuzza e Piuca nella zona di Lamole a Greve in Chianti, che produce un Chianti Classico di quelli “pericolosi” che stappi la bottiglia e senza che te ne accorgi è già finita, tanto il vino è buono, schietto, beverino. Se ci si aggiunge poi un rapporto prezzo-qualità stellare (verificare per credere il listino prezzi sul sito Internet http://www.castellinuzzaepiuca.it) allora cosa dire di più? Tra i 2005, giudizio ottimo confermato per Castellinuzza e Piuca e per Bibbiano, la palma dell’eccellenza ai vini di Ormanni, ancora Monteraponi, e poi Castello di Tornano, Rocca di Montegrossi, Il Molino di Grace e Pieve di Campoli. Gaudeamus igitur (con un complimento, doveroso, ai sommelier provenienti da diverse delegazioni della Toscana, ben coordinati dal delegato di Arezzo Massimo Rossi e dal presidente regionale Osvaldo Baroncelli, che hanno fatto, come del resto a Montalcino, un eccellente lavoro e hanno reso il lavoro di noi giornalisti più agevole), perché il ritorno del Chianti Classico è uno di quei ritorni per il quale sacrificare il vitello grasso e stappare grandi bottiglie. Evviva! Franco Ziliani |