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Non è andata esattamente come si sperava e sono stati gli spagnoli, pardon, i catalani di Barcellona e non gli italiani gli assoluti dominatori della grande manifestazione che l’A.I.S. e la Worldwide Sommelier Association hanno organizzato a Londra giovedì 31 gennaio, manifestazione culminata nelle finali per il titolo di Miglior Sommelier Professionista d’Europa. Però anche se il titolo è andato a Roger Viusà Barbarà 30 enne capo sommelier a Barcellona nel Ristorante Moo dell’Hotel Omm, e non ai due concorrenti italiani, il nostro Andrea Gori da Firenze, e Gabriele Rappo italiano di nascita ma impegnato a Londra, la manifestazione organizzata a Londra dalla più importante associazione dei sommelier italiane è stata un successo. Successo per la buona partecipazione di wine writer, sommelier, master of wine, importatori, distributori, ristoratori al banco d’assaggio di vini proposti da trenta aziende italiane selezionate dall’A.I.S., questo a dispetto della sfortunata coincidenza con il più importante evento dell’anno riservato ai vini australiani (un’Australian definitive wine tasting con la partecipazione di qualcosa come 400 aziende) che ha calamitato l’attenzione della stampa britannica, notoriamente molto attenta ai vini del Nuovo Mondo. Non un pienone, anche se al pomeriggio c’è stato un notevole afflusso di persone back from Australian wine tasting, ma un grande interesse per le produzioni vinicole provenienti da Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Alto Adige, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna che aziende di grande notorietà hanno presentato, spesso con la presenza ai banchi degli stessi produttori, in assaggio. Di grande successo è stata, oltre alla scelta, da tempo adottata dall’A.I.S., di dare un respiro internazionale alle proprie iniziative e di presentarsi su qualificati palcoscenici mondiali come Londra e precedentemente New York, la decisione di affidare al più celebre e mediatico dei produttori di vino italiani l’incarico di tenere un master class o seminario aperto a tutti coloro e non sono stati pochi che intendessero ascoltare una voce autorevole che testimoniasse in terra inglese il percorso compiuto dal vino italiano negli ultimi vent’anni. Com’era prevedibile “le roi”, ovvero Angelo Gaja, il produttore che l’A.I.S. aveva incaricato di parlare all’uditorio londinese, esprimendosi direttamente in inglese, oppure in italiano, con l’eccellente traduzione della master of wine Jane Hunt, (nota anche come organizzatrice del più importante evento dedicato al vino italiano organizzato ogni anno in UK, il Definitive Italian Wine Tasting http://www.definitiveitalianwine.co.uk) non ha tradito le attese, con una prolusione brillante, circostanziata, divertente, a volte irresistibile, che ha catturato l’attenzione del pubblico presente nella sala del centralissimo Hilton Park Lane Hotel che ha ospitato la giornata. Gaja (ritratto nella foto insieme a Moreno Rossin delegato A.I.S. di Aosta e una delle figure cardine della W.S.A.) nel suo intervento è partito dal presupposto che il mercato inglese ha storicamente guardato al vino italiano con severità, giudicandolo un paese produttore di “cheap and cheerful wines” di vini senza pretese a basso prezzo disponibili in quantità. Ma mentre questa immagine negativa negli Stati Uniti, grazie all’impegno dei produttori che hanno notevolmente migliorato la qualità dei loro vini e si sono dati da fare per fare conoscere questa nuova dimensione produttiva e alla parte importante svolta dalla ristorazione italiana negli States, è stata rovesciata, portando l’Italia a diventare il principale Paese esportatore di vino, con progressivi e continui aumenti in volume e valore, nel Regno Unito questa “rivoluzione” deve essere ancora interamente compiuta. Questo nonostante l’Italia goda di una posizione geografica speciale, con la sua forma ed il suo ingresso nel Mediterraneo che favorisce una varietà di microclimi e l’emergere di un patrimonio ampelografico unico al mondo per quantità, qualità, differenza. Una Enotria tellus dove sia i tantissimi vitigni autoctoni che quelli internazionali si ambientano splendidamente consentendo di ottenere prodotti di qualità che è un dovere far conoscere compiutamente. E che i produttori italiani, ecco l’importanza del “fattore umano”, stanno facendo conoscere agli appassionati di tutto il mondo grazie alla loro attività di viaggiatori e appassionati promoters che non solo vendono e si occupano di fare business, ma oggettivamente svolgono opera di promozione a favore del vino e del comparto agroalimentare italiano. Con il calo dei consumi di vino in Italia, che è fisiologico, perché i grandi consumatori di una certa età muoiono ed il loro posto viene preso da nuove generazioni che bevono meno e hanno un diverso approccio, non “alimentare” al vino, l’Italia del vino deve sempre più valorizzare la vocazione all’export e maturare una professionalità della qualità e dell’offerta sempre più forte, perché gli altri competitors, che sono sempre più numerosi e sempre più aggressivi, non dormono affatto e si danno maledettamente da fare. Secondo Gaja la promozione è fondamentale, ma occorre coordinare e ridurre gli eventi e prepararli meglio. Questo va fatto, a suo dire, anche in UK, un mercato importante che ha coltivato storicamente una “passione e fiducia nei vini francesi”, ma dove esistono spazi nuovi che il vino italiano deve sforzarsi di conquistare se non vuole che diventino appannaggio esclusivo dell’Australia e del Nuovo Mondo. L’Italia secondo Gaja ha una grandissima carta da giocare anche nel Regno Unito, ed è quella di essere produttore di vini che possiedono (o dovrebbero possedere) un carattere unico, dovuto anche ad un contenuto acido più importante che se da un lato evidenzia i tannini e li rende talvolta più aggressivi esalta, da vero vino “food friendly”, i cibi e si accompagna loro magnificamente, molto meglio di quel che facciano i vini,spesso da wine bar o da consumo a bicchiere, del Nuovo Mondo, più giocati sul frutto, più opulenti o ciccioni. Nel dire questo Gaja ha voluto precisare che non si sente di criticare i produttori italiani che “con criteri imprenditoriali e con scelte ragionate” hanno scelto di produrre vini in linea con lo stile del Nuovo Mondo per occupare spazi in un mercato e in una società dove l’opulenza costituisce un elemento percepibile “viviamo nella società dell’opulenza che deve essere perfetta” ha detto “anche a costo di ricorrere al ritocco e alle cure del chirurgo plastico”. L’eleganza, però, a suo dire, “non ha mai bisogno della perfezione e devi percepirla ricorrendo alla fantasia, all’immaginazione, ad un pizzico di genialità”. Secondo Gaja in futuro, anche su un mercato difficilissimo e selettivo come quello inglese, l’Italia del vino dovrà riscoprire e avere sempre più coscienza di essere il Paese dell’eleganza. Per illustrare questa convinzione è pertanto ricorso, con un fuoco di fila di trovate brillanti, di battute scherzose, di calembour da conferenziere brillantissimo, alla metafora della differenza tra un attore americano come John Wayne, scelto come simbolo dei vini del Nuovo Mondo, bello, onesto, fedele, ad una sola dimensione, forse anche un po’ prevedibile, emblema di un’idea di vini da “palato grasso, ricco, pieno, dominatore”, ed il simbolo del latin lover, del maschio italiano, Marcello Mastroianni, ironico, sarcastico, umbratile, simbolo di un’eleganza che esaltava la bellezza delle donne (bellissime) che ebbero modo di stargli a fianco, così come il vino italiano (food friendly) sa esaltare e fare sembrare ancora più buoni i cibi che gli vengono abbinati. Da “impenitente ottimista" come si è più volte dichiarato, dopo aver reso un commovente omaggio alla figura di suo padre, Giovanni Gaja, pioniere del vino di qualità e di un commercio del vino fatto ricorrendo ad elementi di “marketing” in un’epoca in cui “marketing” era una parola del tutto sconosciuta, Gaja ha concluso dicendosi fiducioso nel futuro del vino italiano, nella capacità dei produttori italiani di conquistare, con le arti della fantasia, dell’intelligenza, nuovi mercati come Brasile, India, Cina, Russia, dove c’è “fame di cucina italiana” e di un vino, quello dell’eleganza, che sappia accompagnarla e farla sembrare ancora più buona. Come non dare ragione, (anche se la sua descrizione del vino italiano come regno dell’eleganza contrapposto al vino muscolare del Nuovo Mondo appartiene più al mondo dei sogni, alla descrizione del migliore dei mondi possibili che alla realtà) a monsù Gaja? Franco Ziliani
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