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Bisognerà fare al più presto piazza pulita di quei luoghi comuni, che abbiamo avuto il potere negativo di proiettare anche all’estero, contribuendo a determinare un’immagine non perfettamente fedele del nostro vino, che vogliono l’Italia, l’Enotria tellus, grande unicamente nella produzione di vini rossi. Tralasciando il fatto, non secondario, che bisognerebbe discutere, ed intendersi, su cosa s’intenda per “grandezza” dei vini, l’italico stivale mostra di avere molto da dire, oltre che su “spumanti” e qualche vino dolce, anche su quella speciale tipologia, i vini bianchi, per la quale gli osservatori esteri fanno più fatica a riconoscerci quei “quarti di nobiltà” che, bontà loro, ci concedono per i Barolo, i Barbaresco, i Brunello di Montalcino e Super Tuscan vari. Grandi vini bianchi italiani crescono, e non solo i consueti Chardonnay, ben fatti, perbacco, ma sempre Chardonnay, che si possono trovare dal Piemonte alla Sicilia, oppure Sauvignon, o qualche Riesling, ma oltre a quei vini che costituiscono la riserva aurea dell’Italia del vino in bianco, i Soave, i Verdicchio dei Castelli di Jesi e di Matelica, gli Etna bianco, i Fiano ed i Greco, e perché no, anche i Timorasso ed i Vermentino dei Colli di Luni, la grande risposta, forse la più interessante, viene da nord-est. Da quel Friuli Venezia Giulia che offre il suo meglio, salvo nobilissime eccezioni, che non mancano e sono molte, non tanto dai ben noti e affermati vini ottenuti da singole varietà, bensì mediante il ricorso all’uvaggio, che “rispetto al monovitigno conferisce maggior complessità sia olfattiva che gustativa al vino, e permette di minimizzare gli eventuali effetti negativi di annate climaticamente avverse, che incidono in modo diverso sul livello produttivo delle cultivar coinvolte”. Sono questi uvaggi, difatti, frutto di singole “alchimie” aziendali e di un dosaggio dei contributi delle diverse uve che varia da vino a vino, ad indicare la più personale e forte “italian way to white wines”, la capacità, rara, e per questo ancora più preziosa di tradurre in vino la “voce” di un singolo terroir, di un area ristretta, di un peculiare microclima. Il vino che voglio oggi segnalare alla vostra attenzione, come un’istruttiva “case history”, è un vino particolarmente interessante, sia per gli esiti qualititativi (riconosciuti anche da Duemilavini, che per le due ultime annate del vino, 2003 e 2004, gli ha riconosciuto il massimo riconoscimento dei “cinque grappoli”) sia perché esprime un progetto preciso e meditato, che, come scrive il suo artefice, Marco Perco, “nasce dall'elaborazione, da parte dell'azienda, delle proprie convinzioni sul territorio friulano. Si è cercato di dare una "personale", ma non troppo, versione di quello che potrebbe ben esemplificare il territorio, con l'obiettivo di fare del nostro meglio nella qualità. Abbiamo pensato che un uvaggio dovesse essere la soluzione: sia per motivi storici, di tradizione e francamente l'esistente. Una grande varietà di vitigni sparsi nella regione e la convinzione che il territorio si esprima meglio con gli uvaggi”. Un vino particolarissimo il Collio bianco Vecchie Vigne dell'azienda agricola Roncus, azienda sita in Capriva del Friuli (e-mail info@roncus.it) e nata nel 1985, che dispone di 8 ettari vitati di proprietà più quattro in affitto per una produzione complessiva di circa 40.000 bottiglie annue (comprendenti oltre al Vecchie Vigne anche esemplari Pinot bianco, Tocai friulano, Sauvignon, un Collio bianco (a base di Tocai e Pinot grigio) ed un taglio bordolese. A differenza da altri uvaggi bianchi, che vedono interagire vitigni autoctoni e vitigni internazionali come Chardonnay o Sauvignon, oppure sono interamente a base di vitigni alloctoni, anche se da lungo tempo ambientati in Friuli, il Vecchie Vigne è un uvaggio bianco che parla interamente “furlan”, con “la Malvasia base ideale”, grazie ad “aroma e fresca bevibilità accanto alla sapidità del vitigno” combinata con Tocai e Ribolla a marcare la peculiarità friulana”. Per realizzare questo “progetto di vino”, un vino bianco friulano “di territorio” che fosse “importante, ricco, complesso, pronto al momento della messa in vendita e con grandi capacità di invecchiamento senza vecchieggiare”, Perco ha individuato come componente essenziale alcuni elementi fondamentali quali la disponibilità di terroir d’eccezione, posti sia negli areali della Doc Collio che della Doc Isonzo e di vigneti che, sul modello francese delle “vieilles vignes”, fossero effettivamente, con la loro bassa produzione naturale, con l’equilibrio stabile trovato con l’ambiente di coltivazione, con il patrimonio biologico molto ricco di cui dispongono, in grado di conferire profondità e complessità al vino. Importante anche la scelta relativa alle vinificazioni (acciaio o legno e quale legno?) sulla quale Perco ha le idee chiare. Scrive difatti “abbiamo ritenuto che lo sviluppo enologico adeguato per questa idea di vino potesse essere lento, ritenendolo necessario, non per ossidare il vino e ritrovare questo aspetto nel bicchiere, cosa assolutamente non desiderata, ma perchè ci possa essere complessità senza perdita di freschezza dal momento della commercializzazione e ancora possa evolversi in bottiglia per molti anni ancora”. Non la sempiterna barrique, pertanto, ma, del tutto controcorrente (anche se in zona questo modello viene seguito anche da altri, ad esempio dall’ottimo Arbis blanc di Borgo San Daniele), vinificazione e permanenza in botti di legno di Slavonia da venti ettolitri per un anno, poi altri due anni in vasche d'acciaio sempre sui lieviti. Infine, per imprimere “una personalità sempre più territoriale”, niente lieviti selezionati ma l’adozione di un protocollo che valorizzasse il patrimonio microbiologico locale. Un vino speciale, il Collio bianco Vecchie Vigne, un “uvaggio di vigna” perché le tre varietà utilizzate convivono armoniosamente nella decina di appezzamenti, tutte vigne circondate da boschi che godono di un microclima particolare, con la sola apprezzabile differenza, dovuta a chi impiantò i vigneti 40-50 e più anni orsono, che la Ribolla gialla è situata preferibilmente nei posti più caldi ed il Tocai friulano in quelli più freschi, mentre la Malvasia Istriana, che è dominante nel vino, con una percentuale variante dal 60 al 70 per cento, è presente un po’ in tutte le aree. Quale il contributo delle tre diverse uve al vino? La Malvasia istriana dà il “sale”, la speziatura, è lo “scheletro” del vino, il Tocai friulano la rotondità, la bevibilità, la piacevolezza, la Ribolla gialla conferisce nerbo, acidità, carattere. Un vino “naturale” pur senza inalberare alcun manifesto di “vino vero”, che conta su radici di vigna che vanno in profondità anche nelle estati più calde, su uve sane e non botritizzate, e che ha come unico fattore limitante, oltre all’andamento stagionale, la golosa “aggressione” di cinghiali e caprioli, ghiotti delle uve. La produzione, anche negli anni più “scarsi”, non è mai inferiore alle seimila bottiglie, ed i sette, ottomila pezzi sono una quota media che rendono il vino reale e non virtuale. La prima annata di produzione del Collio bianco Vecchie Vigne è stata il 1999 ed il vino non ha sinora saltato nessuna annata. Per cogliere il filo rosso che, millesimo dopo millesimo, collega le sue diverse edizioni e caratterizza la personalità, lo “stile” di questo “uvaggio di vigna”, ho pensato fosse importante ed istruttivo recarmi nella cantina di Capriva del Friuli e cogliendo la preziosa opportunità offertami dal vignaiolo-produttore effettuare una magnifica degustazione verticale a ritroso, partendo dal 2004 (dopo un assaggio à la volée del 2005 e del 2006 ancora in botte, con un’impressionante riscontro per il 2006 che dà idea di grande ricchezza, di una notevole spalla, di una materia importante e di un grandissimo futuro davanti a sé), per poi scendere sino a quel 1999 che già al suo esordio non mancò di far capire che una precisa idea di grande vino bianco friulano vedeva, con quella prima prova, la luce. Ecco le mie impressioni di degustazione, per una delle più belle verticali di vini bianchi italiani che io ricordi. 2004 Colore paglierino dorato splendente, luminoso, multiriflesso. Al primo impatto colpisce subito per la sua spiccata mineralità, per le note di selce e pietra focaia, per poi aprirsi, ricco e complesso, ma fresco, aereo e fragrante, con note di ginestra, glicine, miele d’acacia, mandorle e su un frutto vivo e succoso che ricorda la pesca noce. In bocca è ampio, composto, asciutto ma pieno, si allarga benissimo riempiendo la bocca con grande persistenza, lungo, diretto, pieno di energia. Ancora giovanissimo e non ancora completamente espresso e con un grandissimo potenziale d’invecchiamento, anche grazie ad una calibrata, vibrante acidità. 2003 Colore paglierino oro splendente, mostra subito l’impronta dell’annata calda, con un naso solare, mediterraneo, espansivo, che sciorina sfumature agrumate, di cedro candito, e di pesca. Al gusto è largo, ampio, compatto, pieno, senza lo “scatto” e l’articolazione del 2004, ma con una vivacità, una freschezza sorprendente. Finale lungo e persistente, di grande soddisfazione e ricchezza. 2002 Annata “delle balle” la definiscono in Langa, ma questo Vecchie Vigne 2002 mostra di avere un’esistenza e un’identità personale davvero notevole, che si esprime nel giallo paglierino vibrante di sfumature, nella freschezza del naso, che è minerale, sapido, nervoso, ma si apre su una cremosità e una consistenza di frutto esuberante e tutt’altro che essenziale, e soprattutto nel gusto che è ben secco, asciutto, incisivo, ma molto articolato e dinamico, largo e croccante, con una presenza “tannica” e un nerbo, uno sprint, una tessitura ampia che non ti saresti aspettato, in un 2002. 2001, ovvero ecco ci siamo, eccoci al cospetto di un vero, grande, originale bianco italiano “di territorio”, unico e inconfondibile. Colore paglierino oro splendente e traslucido, vivido nei suoi riflessi, ti “emoziona” con un bouquet aromatico freschissimo, elegante, suadente, complesso, dove la mineralità scabra e tagliente della pietra focaia si sposa alla grazia dei fiori bianchi, alla screziatura fruttata della pesca, alla leggera “speziatura” del miele, alla sapidità della mandorla e della nocciola, il tutto in sequenza nitida, con tutti i tasselli del mosaico perfettamente al loro posto e indispensabili per comporre esattamente il disegno. Con un perfetto equilibrio naso – bocca questo 2001, in splendida forma e con molte cose ancora da raccontare, ti conquista d’imperio sin dal primo sorso, dolce, pieno, suadente, con quel modo garbato e raffinatissimo, senza eccessi, in souplesse, di riempirti golosamente la bocca e di tenerti sempre in tensione, con una magnifica acidità calibrata e mordente, eppure suadente nella sua freschezza, nella salinità pura, nel sentore di roccia che si è fatta vino. Di classe superiore, ça va sans dire. 2000 Nel 2004 la rivista britannica Decanter lo designò "miglior vino bianco del vecchio mondo" e ancora oggi, con sette anni di età splendidamente portati il Vecchie Vigne 2000 si rivela vino di grande impatto, oro antico splendente multiriflesso di magnifica brillantezza e vivacità, naso suadente come una brezza marina venata di miele e fiori bianchi, il calore dolce dell’albicocca e della pesca, un ricordo di zafferano e di spezie, il nitore salato della mandorla a comporre un insieme molto articolato. La bocca è degna di tanta fragranza, con una stoffa setosa, un frutto ancora succoso e ricco di polpa ed il vino si allarga in bocca pieno e goloso, con un finale lunghissimo e asciutto, la freschezza di un’alba sul mare. 1999. Anno d’esordio per questo Vecchie Vigne d’antan, ed un legno (anche se le botti sono da 20 ettolitri e non barrique dovevano pur essere giovani e cedere qualcosa otto anni fa!) che si fa leggermente sentire, ma il vino, anche se con le sue stravaganti sfumature di cioccolato bianco ed un filo di speziatura, regala emozioni con il suo solare oro antico, spettacolare di riflessi traslucidi e luminosi, la grande complessità e tessitura aromatica, che svaria dal fieno e dai fiori secchi ad albicocca, pesca, miele, frutta secca, crema pasticcera, anice, ma con una vena di mineralità che elettrizza. La bocca, suadente, ampia, calda, avvolgente, stoffa e pienezza da rosso, lunghissima e persistente non può che convincere e testimoniare la bontà del progetto “grande bianco da invecchiamento”, che qui, con questa splendida infilata d’annate ed un carattere saldo, mostra di aver ben colto il segno. Non è più solo madame la Bourgogne, messieurs, a poter vantare un grande bianco da bersi dopo anni: il Vieilles Vignes, pardon, il Vecchie Vigne l’abbiamo anche noi, nato tra Collio e Isonzo, da uve splendidamente italiche, ma che dico, furlane, come Malvasia istriana, Tocai friulano e Ribolla gialla. Come non esserne orgogliosi ? Franco Ziliani |