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Buone notizie, soprattutto di ritrovato buon senso, testimonianza di una capacità di reagire alla crisi con intelligenza, con scelte ponderate e una certa duttilità mentale, in arrivo dalla Valpolicella dell'Amarone, emerse nel corso della recente Anteprima della nuova annata 2006. I vini, e baso il mio giudizio sull'assaggio dei 66 campioni, di cui ben 25 da botte, degustati a Verona nel corso della presentazione, lasciano ancora troppo spesso a desiderare, apparendo talvolta molto lontani da quella grandezza, multidimensionalità, complessità, varietà di espressione, da quella capacità di esprimere la loro origine, di parlare valpolicellese, che è giusto richiedere ad un vino di grandi ambizioni come il neo Docg. Un vino che, riprendendo un giudizio espresso dall'enologo Daniele Accordini, (anche vicedirettore del Consorzio), soprattutto in presenza di un'annata favorevole come è stata definita la 2006, dovrebbe davvero e non solo a parole mostrare un carattere tale da fare in modo che "la forte personalità del territorio con i suoi vitigni autoctoni Corvina e Corvinone superi l'incidenza della tecnica di appassimento, esaltando ancora una volta l'unicità e la riconoscibilità di questo grande vino". Una "territorialità" di cui, in molti vini, non ho francamente trovato traccia. Non so se si possa parlare, come alcuni commentatori hanno fatto, di "svolta", o di "strada avviata verso la maturità" per l'Amarone della Valpolicella. Sicuramente l'epoca dei trionfalismi di facciata, dell'ottimismo ad ogni costo, del "tutto va bene madama la marchesa" e nessuna critica è ammessa, quando sembrava che non potessero frapporsi ostacoli alla marcia trionfale di un vino particolare come l'Amarone, prodotto in quantitativi sempre più importanti, è stata, finalmente, superata, e complice l'attuale congiuntura economica, tornano a prevalere, nelle strategie e nelle analisi, il buon senso ed un sano realismo. Molto meglio dal punto di vista della lucidità, vanno le cose rispetto a due, tre anni fa, quando l'ex presidente del Consorzio, l'enologo Emilio Pedron, ci presentava quella 2003, l'annata dell'estate tropicale e dell'appassimento delle uve già in pianta, come una "grande annata" e non spendeva una sola parola di allarme o di preoccupazione per l'aumento a dismisura della produzione di un vino che non poteva certo diventare una wine commodity o un prodotto che rischiava di cannibalizzare, in maniera assurda, la produzione della Valpolicella. Vale la pena ricordare, visto quanto siano significative, le cifre che parlano di una quota di uve destinate all'appassimento, per la produzione di Amarone e Recioto della Valpolicella, passata dai 15,9 milioni di chili del 2005 ai 23,6 del 2006, ai 25,7 del 2008 e ai quasi 30 milioni (29,8 per l'esattezza) del 2008. E si consideri che i milioni di chili di uve da appassimento erano 11,7 nel 2000, 16,2 nel 2003 per poi compiere il grande balzo, quasi un raddoppio in sei anni, del 2009. Oggi, come ha affermato il Presidente del Consorzio Valpolicella Luca Sartori nella sua pacata e documentata, preoccupata, ma piena di responsabilità, relazione presentata all'Anteprima, grazie al realismo e al buon senso di "una grande Valpolicella, che ha messo da una parte gli eccessivi individualismi e ha deciso di remare decisamente in un unica e logica direzione" si sono potute prendere, collegialmente, decisioni importanti e ragionevoli, riducendo la "percentuale di uve da mettere a riposo dal 70% al 50% in un ottica di contenimento delle scorte e di un ulteriore selezione qualitativa" e passando dalla quota monstre di 29,8 milioni di chilogrammi del 2008 ai 21,8 milioni di chilogrammi del 2009. E' segno di sicura intelligenza l'essersi presentati a Verona all'Anteprima 2006 dichiarando testualmente, come ha fatto Luca Sartori, che "l'impatto di una crisi internazionale senza precedenti, un anno fa, era solo percepita parzialmente tanto da far ritenere a buona parte della produzione la necessità di aumentare, complice un ottima annata, le scorte di Amarone per fare fronte ad un mercato in presunta grande crescita. Purtroppo, i primi mesi dell'anno hanno evidenziato implacabilmente quanto nessuno abbia potuto chiamarsi fuori da una situazione talmente complessa a cui nemmeno i più grandi analisti economici hanno saputo dare una risposta esauriente. Per quanto riguarda la denominazione Valpolicella, è stato chiaro che fin da subito si dovevano intraprendere tempestivamente decisioni nuove, in un certo senso drastiche, per proteggere il lavoro di grande respiro fatto negli ultimi anni ed evitare per quanto possibile una stagione di saldi economici e ancor di più qualitativi".
E così, cambiando radicalmente rispetto al recente passato, e quasi facendo autocritica per determinati pericolosi eccessi, "riducendo di quasi il 30% la quantità delle uve messe a riposo rispetto al 2008, si è mantenuta una remunerazione per ettaro assolutamente interessante a livello italiano e, molto importante, si è prontamente evitato un possibile crollo delle quotazioni dei vini sfusi". I numeri, forniti in occasione dell'Anteprima, (dove uno dei responsabili di un importante istituto bancario ha ricordato che il 50 per cento dell'apparato produttivo veronese ha subito cali del fatturato nell'ordine del 30-40 per cento) parlano chiaramente di una situazione del comparto valpolicella ancora sana, che nonostante determinati eccessi ed errori strategici fatti, è in attivo, visto che parla di 6237 ettari e 2475 aziende iscritte all'Albo Valpolicella, di 1637 aziende che producono uva per l'Amarone, di 395 fruttai per l'appassimento dell'uva, e di una produzione totale di uve salita a quota 76,2 milioni di chilogrammi, contro i 73,4 del 2008 ed i 68,2 del 2007. Ma c'è di più, perché nonostante la crisi, come ricordava Sartori, il prezzo medio delle uve ha sostanzialmente tenuto ed è solo leggermente calato a quota 1,60 euro al chilogrammo contro 1,80 euro del 2006 e 2009 e 2 euro del 2009. E ancora, per tornare alle parole del Presidente del Consorzio, "rispetto ai primi mesi dell'anno, le vendite hanno recuperato terreno rispetto al 2008, tanto che nel 2009 il Consorzio ha consegnato oltre 9 milioni (esattamente 9.224.287) di fascette contro gli 8,6 circa dell'anno precedente e gli 8,3 del 2007". Una svolta è sicuramente stata fatta e, ancora Sartori ritiene "che questa politica di rigore debba essere ancora mantenuta nell'ottica di un equilibrio del mercato anche per i prossimi anni. La nostra è una denominazione complessa da gestire e gli effetti delle decisioni prese oggi sull'Amarone si vedranno a distanza di almeno due anni". Con il Presidente del Consorzio non sono d'accordo solo quando, visti i ragionamenti di prudenza e di buon senso che fa, dichiara di considerare una produzione di 12 milioni di bottiglie un buon potenziale per l'Amarone, una valutazione che a me sembra ancora leggermente improntata all'ottimismo d'antan, se si considera che le bottiglie vendute erano un milione e mezzo nel 1997, meno di tre milioni nel 2000, meno di cinque milioni nel 2003, per poi crescere sino ai 5,7 del 2004, agli 8,2 milioni del 2006, ai 8,5 milioni del 2008, e agli 8,7 milioni del 2009. Chi scrive é persuaso che mantenere la produzione sotto la quota, già rilevante, dei dieci milioni di pezzi possa tenere al riparo l'Amarone e la Valpolicella da fenomeni di "calo indiscriminato dei prezzi" e di Amarone in vendita "a prezzi stracciati" - di cui si è parlato a chiare lettere durante la presentazione della nuova annata - che già si registrano ora. E' poi vero che sul fronte della lotta alle frodi e alla contraffazione si è registrato "un grande successo il cui merito si deve principalmente alla collaborazione importantissima con il Corpo Forestale dello Stato nella persona del comandante Furlan e con l'ICQ Repressione Frodi per aver affrontato con grande determinazione un indagine che ha smascherato un commercio di Amarone completamente falso di oltre 1 milione di bottiglie", e quindi potenzialmente quel milione di pezzi di Amarone fasullo potrebbe ragionevolmente essere sostituito da Amarone vero, ma credo sia sotto gli occhi di tutti e percezione condivisa che l'Amarone potrà continuare a presentarsi, ancora di più, a livello di immagine, ora che è arrivata la Docg (che poi si tramuterà in una Dop che non distinguerà granché tra le vecchie Doc e Docg..) come un grande vino quando l'offerta non sarà nettamente superiore alla domanda, ma quando si farà leggermente "fatica" a far fronte alla richiesta dei vari mercati e si potranno praticare prezzi che siano di piena soddisfazione per tutti gli operatori della filiera produttiva.Cosa ben più difficile, quando di Amarone si renderanno disponibili 12-13 milioni di pezzi...
E' altrettanto vero che, come è stato detto, "la revisione, o meglio la creazione dei nuovi disciplinari di produzione dei nostri vini, con il raggiungimento della DOCG su Amarone e Recioto sono stati una prova di grande coesione e maturità all'interno della nostra filiera. La percentuale delle uve a riposo ridotta a 65%, base ampelografica estesa per un ulteriore 10% ai vitigni autoctoni, imbottigliamento in zona di produzione sono solamente alcuni dei numerosi dettagli di ciò che comporterà la nuova disciplina". Ora questa prova di maturità, questo quadro normativo più adatto ai nuovi tempi, questa ritrovata ragionevolezza attendono solo di essere completate da un atteggiamento altrettanto ragionevole da parte dei produttori, che dovranno sforzarsi sempre di più di produrre Amarone che "parlino" Valpolicella e denotino chiaramente la loro origine e matrice territoriale, legata ai diversi terroir (con una differenza d'espressione non solo legata alla provenienza delle uve dalla "zona classica" o dalla Valpolicella Est o "allargata") su cui questa magnifica zona collinare può contare, e non accontentarsi, come hanno fatto in questi anni e fanno tuttora, di produrre semplicemente dei vini rossi da appassimento. Come si potrebbero produrre, e ormai si producono, in ogni parte del mondo. Vini rossi conformi a determinati dettami stilistici, grande intensità di colore, concentrazione, morbidezza estenuata, acidità smorzate o ridotte al minimo, fruttuosità esasperata, ampio uso del legno (piccolo e francese) pensato per conferire aromi e gusti estranei alle uve utilizzate, che oggi sono chiaramente superati e di cui molti consumatori, interni ed internazionali, si sono stancati, caratteristiche stilistiche che rischiano di far apparire molti vini come inutilmente appariscenti e paradossali. Quando in Valpolicella tutti i soggetti produttivi si saranno persuasi di questa solare evidenza, allora anche i nove, dieci milioni di bottiglie di Amarone, ben caratterizzati, unici e inimitabili nel loro stile, non conformi ad un presunto "gusto internazionale", disponibili da vendere non faranno più paura e saranno una forza, un atout, non una pericolosa zavorra. Franco Ziliani |