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3 Febbraio 2009
Amarone della Valpolicella: una crescita che suscita molte perplessitą

Incredibile ma vero, continua inarrestabile la crescita dell'Amarone della Valpolicella che mette a segno sempre nuovi mirabolanti record. Ecco subito i numeri che danno le dimensioni della vera e propria rivoluzione che da qualche anno ha cambiato la fisionomia della celebre zona vinicola veronese, trasformandola da zona dove l'Amarone era solo un tradizionale "vino di nicchia", venduto soprattutto in regione e su pochi mercati esteri, in area dove l'Amarone si avvia a diventare il principale numero prodotto, in quantità sempre crescenti per rispondere alla domanda di un numero a sua volta crescente di mercati esteri. Primo dato:
Produzione uve Valpolicella in milioni di chilogrammi:
1997 49,8
2001 56,5
2003 60,4
2004 61,5
2005 59,9
2006 66,3
2007 68,2
2008 71
Secondo dato:
Produzione uve Valpolicella destinate all'appassimento (Amarone e Recioto) in milioni di chilogrammi:
1997   8,2
2001 12,7
2003 16,2
2005 15,9
2006 23,6
2007 25,7
2008 29,8
Come si può vedere, a fronte di un considerevole aumento della superficie vitata in Valpolicella, 6022 ettari, di cui dal 2001 al 2008 è stato rinnovato il 36%, spesso con il passaggio dalla forma tradizionale della pergola al guyot, superficie che è per il 54% in collina, per il 22% nella fascia pedecollinare e per il 24% nelle zone di fondovalle, cresce in misura esponenziale, in dieci anni più del 300 per cento, la quantità delle uve destinate all'appassimento, che a fine 2008 riguardano una percentuale pari al 42% del totale.
Altri numeri devono poi fare riflettere: su 2.478 aziende iscritte all'albo del Valpolicella sono oltre la metà, ovvero 1.635 le aziende che producono uva per l'Amarone, con qualcosa come 395 fruttai in funzione destinati all'appassimento dell'uva. Ma non è finita, perché se i dati relativi al prezzo medio delle uve destinate alla produzione di Amarone (e Recioto) della Valpolicella si mantengono costanti, a livello di 1,80 euro a chilogrammo, dopo il vertice di 2,25 €/kg toccato nel 2003 ed il minimo di 1,30 €/kg raggiunto nel 2005 e indicano una continua buona remunerazione delle uve destinate a questa tipologia di vino, il dato eclatante, oltre alle percentuale di uve destinate all'appassimento, è la stima delle bottiglie di Amarone (e Recioto) della Valpolicella vendute, passate dal milione e mezzo non di un secolo fa, ma del 1997, ai circa 5 milioni del 2003, agli 8.2 milioni del 2006, agli oltre otto milioni e mezzo del 2008.
Tenendo conto che sono 29,8 i milioni di kg di uve già destinate all'Amarone, ovvero 70 % della produzione /ha del Valpolicella che per memoria sono 12 ton/ha, e ricordando che la resa da disciplinare dice 40%, quindi fa 11,92 milioni di litri, pari esattamente a 15,89 milioni di bottiglie, che potrebbero tranquillamente andare in commercio tra alcuni anni. "L'Amarone "sorpassa" Barolo e Brunello ... Viticoltura. Raddoppiata in due anni la produzione del vino veronese" ha titolato a ragione il Sole24Ore una preoccupata cronaca di Nicola Dante Basile che parla di una "crescita bruciante, ancorché giustificata dall'unicità e qualità del prodotto e da una vivace domanda internazionale (l' 80% di Amarone viene esportata)", e riferisce di un giro d'affari pari a 90 milioni di euro, relativo al valore totale delle uve prodotte (da 168 aziende vitivinicole di filiera in zona di produzione) e di 205 milioni di euro pari al fatturato all'uscita dalle cantine dei vini della DOC Valpolicella, ma per quanto si possa plaudire alle nuove opportunità di sviluppo di questa splendida zona vinicola veronese non si può non rimanere perplessi.
I numeri, che rappresentano fatti e non sono opinioni, testimoniano il processo di "amaronizzazione" della Valpolicella ormai compiuto e la trasformazione dell'Amarone, da tipico vino di nicchia, realizzato con tecniche tradizionali, e pensato per essere bevuto e abbinato su pochi piatti di una cucina del territorio, in un vino alla moda, in una "wine commodity", in un prodotto, spiace dirlo, dalla "filosofia" semi-industriale. Una trasformazione, che si traduce nel salto su quello che oggi appare come il carro del vincitore di sempre nuovi soggetti produttivi, non sempre attrezzati a pensare in termini di qualità e di espressività dei vini, che non può non generare preoccupazione negli stessi soggetti produttori. Quantomeno quelli che senza farsi prendere dalla "sbornia da successo" mantengono una lucidità di giudizio dettata da uno spirito imprenditoriale non in corso di apprendimento ma da decenni di esperienza e da risultati importanti maturati nel settore.
E' questo il caso, sempre citando l'articolo del Sole 24Ore di Nicola Dante Basile, dell'amministratore delegato del Gruppo italiano vini, (e presidente uscente del Consorzio), Emilio Pedron secondo il quale "i produttori di Amarone oggi sono divisi a metà, da un lato ci sono i sostenitori di modelli produttivi rigorosi che comportano selezione in vigna e rese basse, dall'altro coloro che pur rispettando il disciplinare vogliono cogliere tutte le opportunità del successo in atto". Ovviamente senza porsi il problema di una identità e territorialità del prodotto, di un radicamento del vino con il territorio, di un legame con quello che l'Amarone della Valpolicella è stato, ma sfruttando la tecnica e cavalcando quella che in questo momento sembra essere un'inarrestabile richiesta dei mercati.
Ma quali mercati? Tutti quelli possibili, da quelli tradizionali (Germania, Svizzera, Nord Europa, parzialmente gli Stati Uniti) abituati a conoscere e apprezzare il modello storico di Amarone, con le sue caratteristiche, a quelli nuovi a proposito dei quali, sul suo sito
Internet Gourmet un giornalista che ben conosce il mondo del vino veronese e della Valpolicella si chiede: "esisterà, molti si chiedono, il fenomeno Amarone? Credo di sì, ché in giro per il mondo c'è un sacco di gente che man mano passa dal superalcolico al vino, e cosa dunque offrirgli di meglio d'un rosso carico di alcol e tannino e zucchero? Ritengo proprio che l'onda lunga amaronista sia ancora lontana dal rallentare, anche se i numeri fanno tremare i polsi. Ma in terra di Valpolicella si parla al mercato, e il mercato risponde".
La domanda centrale è se sia giusto appiattirsi in questo modo sulle richieste di un mercato che vede nell'Amarone (piace il nome, funziona, e passa del tutto in secondo piano il fatto che presenti davvero uno stile da vino della Valpolicella, prodotto con le uve storiche di questa zona, piuttosto che da vino, prodotto con la tecnica dell'appassimento, proveniente da chissà dove...), l'ennesimo vino di moda, una moda pericolosa che se non viene gestita con attenzione e polso fermo e capacità strategiche e progettuali rischia di causare danni serissimi al comparto produttivo valpolicellese. Numeri da "perdita della trebisonda" e prospettive inquietanti a parte questa barra a dritta senza esitazioni sull'Amarone in quali risultati qualitativi si traduce?
Essendomi già dilungato abbastanza in questa disamina non posso che rinviare il discorso sugli stili dell'Amarone di oggi e sul livello dei vini riscontrati in occasione degli assaggi fatti nel corso dell'Anteprima 2005 di sabato e domenica a Verona ad un altro articolo, che pubblicherò nei prossimi giorni sempre in questo spazio delle news del sito Internet A.I.S.

Franco Ziliani



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