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Mi consenta Silvio, pardon “cavalier Berlusconi”, ma nonostante lei si affanni a dimostrare il contrario, i suoi cari amici George (Bush), Nicolas (Sarkozy), Gordon (Brown), Angela (Merkel), Yasuo (Fukuda), Dmitrij (Medvedev), Stephen (Harper) e José Manuel Durão (Barroso) evidentemente non se la “filano” più di tanto e non prendono ancora in grande considerazione né lei né la nostra povera Italietta, che per gli stranieri evidentemente viene ancora vista come sole pizza e mandolini. E magari come mafia e cumuli di rifiuti a Napoli… Lo dimostra, piccolo ma significativo particolare, la scelta dei vini proposti al pantagruelico (alla faccia dei problemi relativi alla fame nel mondo discussi nel summit…) menu di gala del vertice del G8 che si è svolto nei giorni scorsi in Giappone, il cui elenco di portate ci viene fornito nel suo nuovo blog Pane al Pane (auguri!) dalla giornalista Laura Rangoni, in questo suo post. Certo, i piatti che sono state preparati dagli chef nipponici Katsuhiro Nakamura, Hisashi Saito e Hiroshi Nakamichi, la “sfogliatella di mais riempita di caviale iraniano”, le trigliette del mar del Giappone al sale con salda di pepe all’aceto, il Manzo shabu-shabu freddo con alghe brune di kyoto con asparagi e crema di sesamo, erano più materia da bianchi, che da rossi, soprattutto i nostri grandi rossi tipo Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino, oppure un Taurasi, per tacere dei soliti Super Tuscan maremmani. Però, con le due diverse proposte di agnello, quello arrostito con funghi porcini e tartufo nero, e quello da latte di Shiranuka con erbe aromatiche e mostarda, facendosi consigliare dal sommelier di Palazzo Chigi Alessandro Scorzone lei, Signor Presidente, avrebbe potuto individuare qualcosa di grande, made in Italy, da suggerire, tramite via diplomatica, ai responsabili del cerimoniale della cena di gala di Hokkaido. Invece, a dimostrare che la France est toujours la France, e che la sua grandeur viene ancora percepita come forma di antica supremazia nel campo dei vini, dove i francesi sono grandi, ma anche noi abbiamo delle belle cose da dire, il suo amico Nicolas, quello che ha scelto una moglie italiana (e che fantastica moglie madame Carla Bruni!) per rallegrare il suo quinquennato all’Eliseo, le ha piazzato un due a zero di quelli da ricordare. Peggio della testata di Zidane a Materazzi nella finale dei Mondiali di calcio del 2006, dove peraltro i francesi li abbiamo battuti, seppure ai rigori... Nella lista dei vini che hanno accompagnato i piatti, madame la France ha schierato tre vini, uno Champagne (ça va sans dire!) tale Rêve Grand Cru, quindi un grande bianco borgognone, Corton Charlemagne 2005, un Bordeaux leggendario (peccato che in diversi siti esteri venga indicato erroneamente come Burgundy e non come Bordeaux), Château Latour, mentre gli americani (un omaggio a Bush al suo ultimo G8 vista la scadenza del suo secondo mandato presidenziale?) hanno piazzato un celebre californiano (fatto peraltro con uve francesi come un taglio bordolese), il Monte Bello 1997 dei Ridge Vineyards. Quindi un omaggio ad un grande vino che potremmo definire di area austro-tedesca (pensando al vecchio impero-austroungarico di Cecco Beppe), un ungherese Tokaji Essencia 1999 e infine, anche per accontentare i padroni di casa, un Sake Isojiman. C’est fini, a noi italiani (in verità anche i tedeschi non hanno visto selezionato un loro vino simbolo, un grande Rheinriesling che sulle entrées sarebbe andato benone) nemmeno l’onore non dico di un vino ma almeno di una grappa, di un amaro “ammazzacaffé”... Morale della favola. Nessuna colpa di Berlusconi (la stessa cosa credo sarebbe successa anche con Prodi o Veltroni al suo posto) se gli esperti giapponesi che hanno studiato l’abbinamento dei vini ai molti piatti della cena di gala del G8 non hanno preso in considerazione l’Enotria tellus ed i suoi tanti grandi vini e per andare sul sicuro, e sul politicamente corretto, hanno invece puntato su Francia e California. A livello mondiale, anche se nelle esportazioni negli States da anni abbiamo sorpassato la Francia, anche se molti nostri vini ottengono grandi valutazioni ed encomi sulle principali riviste specializzate internazionali, anche se svariati nostri produttori, ma diciamolo!, non hanno alcun motivo di soffrire di complessi di inferiorità nei confronti dei loro confrerès francesi o di qualsiasi altro Paese produttore di vino, e ad un immaginario tavolo di un G8 enoico potrebbero tranquillamente avere il ruolo dei protagonisti e non dei comprimari, magari compagnoni e simpatici, all’Italia del vino manca ancora qualcosa. Un qualcosa non a livello di qualità assoluta, che non manca, ma di quell’idea d’importanza, di classicità, di “must”, che i nostri vini più importanti non riescono (ancora) a trasmettere in quell’immaginario collettivo secondo il quale in occasione del pranzo che conclude un grande vertice politico internazionale è ovvio che non possano mancare Champagne, Bordeaux e Bourgogne, e che ci possano essere anche un Tokaji Essencia e persino un taglio bordolese californiano. Ma dove possono tranquillamente mancare un Barolo, un Fiano d’Avellino, un Brunello di Montalcino, un grande Vin Santo toscano… Deve ancora crescere il vino italiano come sinonimo di grande vino di classe mondiale e speriamo che l’accresciuta attività e operatività internazionale dell’A.I.S. attraverso la W.S.A. Worldwide Sommelier Association, e un maggiore dialogo con le istituzioni, dalla Presidenza del Consiglio alla Presidenza della Repubblica, del Senato e della Camera (quanto si può fare proponendo alle personalità estere che fanno visita alle maggiori cariche dello Stato grandi vini italiani!), serva a colmare questo gap. Franco Ziliani |