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4 Luglio 2008
Italia in rosa, buona base di partenza per un discorso serio sui rosati italiani
E’ valso decisamente la pena portarmi sabato
28 in
quel di
Moniga del Garda
per la prima edizione di
Italia in rosa
, la prima manifestazione organica mai organizzata in Italia dedicata a quella tipologia di vini finalmente oggetto di riscoperta (speriamo tanto non si tratti solo di una moda passeggera) che sono i
vini rosati
.
Anche se con qualche difetto costituzionale, tipo una non sufficiente discontinuità, che sarebbe stata indispensabile, con fiere varie del Chiaretto, il loro respiro local-provinciale e la loro dignità un po’ da sagra paesana, questa rassegna, organizzata dallo
Studio Skriba
in collaborazione con il Comune di Moniga ed il Consorzio del Garda classico, nonché l’Unione dei Comuni di quella Valtenesi che vorrebbe cambiare passo e statura, ma non ci riesce, Italia in rosa è stata un’imperdibile, coraggiosa occasione innanzitutto per degustare la bellezza di
250 vini rosati
provenienti da venti regioni. Ed in secondo luogo per abbozzare una riflessione su una multiformità di stili, filosofie, metodologie, approcci e visioni dei rosati che formano la croce e delizia di questa particolarissima tipologia.
Niente da dire pertanto sul
banco d’assaggio,
aperto sabato e domenica, in un orario, dalle 14 alle 21 sabato e dalle 11 alle 20 la domenica, che coincideva giocoforza con il clou del caldo soffocante di questa fine di giugno, particolarmente opprimente e afoso anche nello splendido areale gardesano.
Una volta scelta la sede, splendida, di Villa Bertanzi, con gazebo e postazioni all’aperto “presidiate” da circa 40 bravissimi, professionali e appassionati sommelier A.I.S. della delegazione di Brescia, era normale, con questo clima, scontrarsi (anche se si è abbondato con continui rifornimenti di ghiaccio alle glacette che contenevano le bottiglie) con problemi di temperature dei vini e con un’oggettiva difficoltà a degustare, visti gli oltre 30 gradi che si “respiravano” nella location all’aperto.
Nonostante ciò, armandosi di santa pazienza e con abbondanti sudorazioni, i rosè-fan erano messi nella condizione unica di svariare dai Lagrein kretzer altoatesini sino ad un incredibile Etna rosato del 1999 base Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, passare da rosati base Nebbiolo piemontesi come l'ottimo Elatis di Comm. G.B. Burlotto a più robusti rosati base Gaglioppo calabresi, sdilinquirsi, nel caso, per qualche stravagante rosato affinato in barrique, cogliere le sottigliezze e le fragranze aromatiche, la sapidità nervosa, l’incisività del Vin dei Molini 2007 base Rotberger (forse il miglior vino di tutto il lotto insieme al succoso, solare Costa d'Amalfi rosato di Marisa Cuomo) della trentina Pojer e Sandri, godere il frutto succoso e goloso dei migliori Montepulciano Cerasuolo abruzzesi (strepitoso e da applausi il Cerano di Pietrantonj, sempre straordinariamente sopra le righe il Pié delle Vigne di Cataldi Madonna), dei 19 rosati pugliesi, di cui solo 14 con la presenza di quell’uva principe da rosato che è il Negroamaro, apprezzare la precisione e la misura del Bardolino Chiaretto Rodon delle Fraghe e del 21.10 di Ronca.
Tanti, intriganti, divertenti, a volte sorprendenti e contraddittori i possibili percorsi d’assaggio, con passaggi arditi dai vini fermi - con una prevalenza, in ambito gardesano, dei veneti sui bresciana, con un Bardolino chiaretto più definito di tanti un po’ troppo pallidi e fragili Chiaretto del Garda (con due eccezioni in particolare, il Rosamara di Costaripa ed il San Giovanni di Pasini,) – agli spumanti, con exploit niente male da vini particolari come lo sperimentale Brut Rosé base Groppello e Chardonnay ancora di Pasini, il Rosé d’Antan 1999 della Scolca, l’Altalanga Rosa 2004 di Cocchi, il Franciacorta Pasrosé 2004 del Mosnel.
Tante belle cose, a dimostrazione della vitalità di quella che anche se non si può chiamare né scuola, né tradizione rosatistica italiana (in molti casi l’arrivo al rosé è recente, casuale, poco meditato, legato al semplice fatto che i rosati sembrano essere richiesti e quindi perché non produrli?), costituisce indubbiamente un’attitudine di molte uve e di diverse zone vinicole italiane ad esprimere rosati di buona personalità, spesso golosi, freschi e godibili.
Quello che invece non ha convinto, per un errore d’impostazione, anche se forse si è trattata di una decisione pienamente voluta, è stata la scelta, opera dell’organizzatore e coordinatore dell’Italia in rosa, il giornalista e organizzatore di eventi
Bruno Donati
, di pensare il talk show intitolato “
Il Terzo Polo: le scuole italiane del rosato
”, non come un momento di approfondimento dedicato al multiforme universo dei rosati, ma come una semplice, non impegnativa, anche simpatica per certi versi, carrellata di personaggi, ben 19, ognuno dei quali ha avuto cinque minuti a disposizione per… recitare a soggetto e semplicemente raccontare, a dispetto dei titoli, spesso intriganti, degli interventi, la propria esperienza con di rosatista.
Qualche intervento è stato indubbiamente simpatico e ha offerto possibili spunti di riflessione, che avrebbero potuto essere ripresi e sviluppati in un dibattito che non c’è stato perché.. incombeva il buffet, ma tanti, troppi, sono stati solo chiacchiere in libertà e senza impegno limitate a raccontare perché la propria azienda abbia cominciato a produrre rosati e come li faccia.
Innegabile il valore testimoniale, e talvolta di curiosità, di questi interventi, con la “chiamata di correo” di Mattia Vezzola enologo in Franciacorta ma anche produttore gardesano con il fratello Imer, verso i Chiaretti “fatti per vivere pochi mesi”, la singolare convinzione della bella figlia del produttore calabrese
Roberto Ceraudo
, che una grande uva come il Gaglioppo renda “più lavorata per i rosati che per i rossi”, il dichiarato rapporto di odio-amore verso i rosati di Fausto Maculan, che ha prodotto un celebre rosato il Costadolio, per decenni, per poi interromperne la produzione a fine anni Novanta e poi riprenderlo, ma senza troppa convinzione, da un paio d’anni, ma sarebbe stato decisamente più interessante e più utile, a mio avviso, ridurre il numero degli interventi previsti e fare in modo che chi parlasse potesse articolare e sviluppare meglio le proprie argomentazioni.
Umane, esperienziali, ma anche tecniche, viticole, enologiche, legate al marketing, al rapporto con la ristorazione e la tavola, ovvero quel mondo dove i rosati, che non sono vini da degustazione, ma vini da bere e da accompagnare ai cibi, danno il loro meglio.
E’ stato un peccato, pertanto, vedere sacrificati dal poco tempo a disposizione tecnici e produttori di grande spessore e con tante cose da dire come Vezzola, Mario Pojer, Christian Werth della bolzanina abbazia di Muri Gries, l’enologo consulente abruzzese Riccardo Brighigna, l’albese, ma ormai siculo direttore della Duca di Salaparuta Carlo Casavecchia, che avrebbero davvero potuto animare un serio dibattito e talk show che tenesse fede ad un titolo, “Le scuole italiane del rosato”, che è rimasta pura enunciazione teorica. Come lo stesso intervento di un produttore gardesano, che chiamato ad illustrare, titolo del suo intervento, “una nuova tecnica per il Chiaretto” di questa nuova tecnica non ci ha detto parola… La vera scossa alla passerella di produttori e tecnici concepita in forma di chiacchierata, amabile come nel caso degli interventi della presidente delle Donne del Vino Pia Donata Berlucchi, di Matilde Poggi, che ci ha tratteggiato la sua idea di “vino goloso, profumato, fruttato, concepito per l’estate” del rosato, di Carlo Garofoli, pioniere dei rosati in terra marchigiana e “innamorato del Montepulciano” come si è definito, l’ha però data, come spesso accade, non un produttore, ma una persona che il vino lo vende.
Sto parlando di Giovanni Longo, past presidente dell’Associazione Enoteche Italiane
Vinarius
, che gettando un po’ il sasso in piccionaia e provocando un po' ha rotto il clima un po’ da
volemmose bbene
, dove tutti sembravano amare i rosati ed essere sempre stati rosatisti, anche i parvenu dell’ultima ora che magari hanno sempre prodotto tutt’altro tipo di vino e oggi, obtorto collo li producono, ma senz’anima, perché il mercato lo chiede, facendo notare due cose.
In primo luogo, e non sono totalmente d’accordo con lui, affermando che presentare rosati provenienti un po’ da tutta Italia, da venti regioni e non solo da ben delimitate, classiche zone di produzione, non costituisce un punto di forza ma di debolezza della manifestazione, perché sottolinea una casualità dell’approdo al rosato, una coscienza spesso superficiale, una sua oggettiva scarsa credibilità (ma accanto alle zone classiche, Abruzzo, Puglia, area gardesana con estensione trentino-altoatesina, perché chiudere spazi per nuovi rosati dalla storia tutta da costruire?).
In seconda battuta ricordando, un po’ perfido, da rappresentante di un’enoteca e di una società che è leader nella realistica aziendale, che “i
l rosato non è vino da regalo. Chi fa un regalo e sceglie di regalare vini non pensa ai rosati, perché vuole certezze, vuole andare sul sicuro e non rischiare
”. Uscita, quella di Longo, ovviamente accolta con un “rinfrescante” gelo e con molto imbarazzo da parte dei produttori presenti, cui non sembrava vero che qualcuno potesse rompere il clima idilliaco, l’
embrassons nous da vie en rose
, del talk show.
Per concludere, e plaudendo ad una manifestazione dove gli aspetti positivi prevalgono sui negativi, e che ha pienamente giustificato il fatto di essere stata pensata e organizzata, giusto plaudire ad un “riconoscimento della dignità dei rosati” e giusto aver dato loro una vetrina nazionale, ma per favore restiamo con i piedi per terra ed evitiamo, com’è stato fatto nei comunicati, di definirli “
star dell’enologia
”, cosa che i rosati veri non sono e non devono essere.
Si tratta invece di trovare il modo, se questa manifestazione verrà nuovamente organizzata il prossimo anno, di aggiustare il tiro per gli aspetti che hanno meno convinto, di affiancare alla formula dei banchi d’assaggio in piedi alle postazioni delle aziende la possibilità di degustare seduti ed in forma meditata (di modo che un appassionato che volesse gustare e confrontare tutti i Montepulciano Cerasuolo presenti possa farlo veramente), di studiare, dopo la presentazione-passerella di questa prima edizione, momenti, non noiosi, di approfondimento tecnico, di dibattito, tra produttori, tecnici, giornalisti, ma anche sommelier, ristoratori ed enotecari, buyer della grande distribuzione, ovvero quei personaggi che i rosati sono chiamati a proporre, abbinare, acquistare, vendere.
Ed infine, perché no?, perché non pensare, per ogni edizione, ad un gemellaggio invito a quelle zone dei rosati che hanno una storia e sono presenti, con successo, sui mercati esteri?
Si potrebbe cominciare con la capitale dei rosati di Francia, con l’unica AOC totalmente en rosé, Tavel, con vini in degustazione e qualche azienda e vigneron tavelien ospite, per poi passare alla Navarra spagnola, e poi ancora in Francia con i Bandol, o con quei rosé wines del Nuovo Mondo, australiani, californiani, ecc che anche se di discutibile qualità sono riusciti ad occupare con efficacia i nuovi spazi che si sono aperti su un mercato in forte crescita per i rosati come quello inglese, mercato dove i nostri rosati sono ancora episodica presenza. Bisognerebbe fare squadra, con i fuoriclasse, alias zone di produzione storiche, ma anche con i gregari (le nuove realtà dei rosati), bisognerebbe comunicare, anche all’estero, la particolarità dei rosati, ma questo, impegnativo, è forse un compito che non spetta a rassegne come
Italia in rosa
, anche se organizzata e concepita diversamente, come ho cercato di spiegare, la manifestazione gardesana potrebbe dare un contributo utile ad una coscienza, una consapevolezza, un orgoglio dei rosati che è ancora in larga parte da costruire…
Franco Ziliani
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© 2002-2008 Associazione Italiana Sommeliers, p.iva 11526700155, cf. 80022570156
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