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16 Giugno 2008
A proposito dell’Enamore (Allegrini-Renacer): ma a chi giova un “Amarone” argentino?

Fino a che punto, parlando dell’azione delle aziende vinicole italiane, che ovviamente cercano di conquistare i vari mercati con i loro prodotti, e migliorare i fatturati e fare business, è giusto felicitarsi per il loro attivismo, la loro intraprendenza, la loro fantasia commerciale, e dove invece è doveroso mostrare perplessità su alcune loro scelte?
Questo ragionamento, che avevo già fatto cinque anni fa (leggi), contestando ad un grande e noto produttore della Valpolicella, Masi, la scelta di proporre come “Supervenetian rosso secco, figlio dell’antica tecnica dell’appassimento della quale l’azienda rappresenta sicuramente l’espressione più alta” un vino realizzato non nella classica zona veronese che con la tecnica dell’appassimento delle uve rosse s’identifica, ma a Latisana, in Friuli, e di parlare poi di “Venetian style” per un altro vino, da uve in appassimento, fatto in Argentina, mi è venuto in mente qualche giorno fa, leggendo, con qualche ritardo, della presentazione, avvenuta al Vinitaly, di un altro vino figlio di una joint venture veneto-argentina.
Il vino, chiamato Enamore, un nome che chissà perché evoca un altro nome, molto più noto in tutto il mondo, è il frutto della collaborazione tra un’azienda italiana, veneta e valpolicellese, Allegrini, e l’azienda argentina Renacer sita nell’area di Mendoza, in quella regione di Cujo che “con i suoi 145 mila ettari di vigneti rappresenta il 70% della superficie vitata dell'Argentina ed è considerata una delle più importanti zone viticole al mondo”. Una zona in grande crescita, che gode di condizioni particolarmente favorevoli alla viticoltura, trattandosi di un enorme altopiano alle pendici delle Ande, dove la vite viene coltivata in altitudine, tra i 600 e i 1700 metri, e dove il clima asciutto favorisce un'ottimale maturazione delle uve.
Cos’hanno fatto la Allegrini e la Renacer? Hanno pensato “bene”, sicuramente sì il partner argentino, di creare, da vigneti posti a tre diverse altitudini, usufruendo di viti di oltre cinquant’anni, creando un vino che, leggo dal sito Internet di Allegrini intende "mettere a frutto l'esperienza compiuta da Allegrini con l'Amarone” in terra argentina.
Per Enamore sono state utilizzate uve Malbec, Syrah e Bonarda “il cui appassimento, della durata media di circa 3 settimane, viene condotto all'aperto, in luogo costantemente ventilato e secco, fino alla perdita di un terzo del peso. Vino lungamente collaudato, con un “primo esperimento di appassimento e vinificazione curato da Alberto Antonini con la consulenza di un esperto della produzione dell'Amarone come Paolo Mascanzoni, dello staff Allegrini”, ma una volta trovata la quadra, “il progetto Enamore” ha preso quota e dopo le 7000 bottiglie della vendemmia 2006, si è rapidamente passati a 30 mila per la vendemmia 2007 con una previsione, per la raccolta 2008, di circa centomila bottiglie.
Penso siano state sufficienti le mie parole, per capire che si tratta di un’operazione seria e non di un puro divertissement intellettual-enoico condotto tanto per il piacere di vedere cosa accade, in un clima andino, applicando, a uve che non sono quelle della Valpolicella, una metodologia di produzione che rimane innegabilmente e inconfondibilmente valpolicelliana, espressione della storia, della tradizione, dell’identità di una zona vinicola tra le più prestigiose d’Italia.
Bene, allora viene naturale chiedersi, pur prendendo atto delle differenze, legate alle uve e alle modalità di appassimento – “qui le uve appassiscono all'aperto in un luogo costantemente  ventilato e secco, per circa tre settimane mentre in Valpolicella l'appassimento avviene per  90 giorni in fruttaio climatizzato” – e rispettando la libertà imprenditoriale dell’azienda Allegrini di condurre dove vuole, fuori Valpolicella, in Toscana piuttosto che in Argentina le proprie operazioni, se si debbano davvero battere le mani ad una “joint venture” del genere o se invece non si debbano avanzare serie riserve.
Non è forse, come mi ha fatto notare un amico, “un caso di masochismo italiano cedere ad altri una tecnica unica al mondo”?
E non è giusto, come ha scritto un altro amico, sommelier anche se di espressione Onav e non A.I.S., Egidio Fusco, sul suo blog Aepicurus, domandarsi “perché si debbano mettere in atto operazioni come quella sopra riportata, che suonano tanto come atti di autolesionismo e che non giocano certo a favore del tanto decantato "made in Italy" e del sospirato "sistema paese”?
Non saremo certo noi italiani, che nel mondo del vino abbiamo mostrato dosi industriali di provincialismo introducendo nei nostri vigneti, anche quando non ce n’era assolutamente necessità, anzi, quantità di vitigni internazionali, spacciati come “migliorativi” e “nobili”, a poterci lamentare se in Australia, Argentina, California, Nuova Zelanda, Cile è diventata ormai una tendenza diffusa, quasi una moda, introdurre, non sempre con risultati esaltanti peraltro, italiche uve che si possono di volta in volta chiamare Sangiovese, Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, Fiano d’Avellino, Arneis, Aglianico, Primitivo, Bonaria, Moscato, Prosecco, ecc.
E’ l’ampelo-globalizzazione, bellezza!, e importando nostre uve in altri lidi all'estero viene solamente applicata una prassi che da noi è consolidata e di cui nessuno si scandalizza.
Molto diverso, incauto e un po’ suicida, mi sembra invece, quando si dispone di particolarissime tecniche di produzione di determinati vini, che sono nostre, legate al territorio e alle nostre tradizioni, uniche ed inimitabili, finire con l’andare ad aiutare la concorrenza portando una tecnica “Amarone style” in terre dove i costi di produzione, inferiori ai nostri, l’estesa possibilità di meccanizzazione, la produzione su vasta scala, la possibilità di fare in vigna ed in cantina quel che si vuole, consentono di ottenere prodotti che su determinati mercati non hanno concorrenza possibile.
Che a fare questo, a dimostrare come si possa esportare con successo la tecnica dell’appassimento storicamente collaudata nelle terre dell’Amarone in Valpolicella, sia proprio un produttore della Valpolicella mi sembra, anche se capisco bene che “business is business”, molto discutibile.
Non pensate che quelle centomila bottiglie future di Enamore, e magari altrettante bottiglie prodotte altrove, in California, in Australia, in Cile o ancora in Argentina, in altrettante “spericolate” joint-venture condotte da altre aziende italiane in giro per il mondo (oggi la tecnica dell’Amarone, domani quella del Ripasso, dopodomani quella del Vin Santo, oppure quella dello Sforzato, che sono patrimonio italiano, espressione del nostro made in Italy, del nostro savoir faire enologico) non possano inevitabilmente finire per sottrarre spazi di mercato, su certi mercati meno esigenti che non chiedono ai vini di avere storia e lunga collaudata esperienza, ai nostri vini?
Domanda: ma ve lo vedete un produttore di vin de paille del Jura o di Banyuls e Maury nel Roussillon, andare ad esportare il proprio specialissimo modo di fare vino dall’altra parte del mondo oppure un vigneron borgognone proporre, com’è accaduto a Montalcino, di introdurre un po’ di Cabernet o di Merlot nei loro grandi vini base Pinot noir? Direi proprio di no, ma quella è la Francia, signori, mica l’Italia…
Franco Ziliani



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