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20 Maggio 2008
Il punto di vista di Eric Asimov, critico del New York Times, sul “caso Brunello”

Eric Asimov, critico del New York Times, non è di quei giornalisti che dicono ovvietà e si rifugiano, per non esporsi, nel mainstream del politicamente corretto. Ne dà ennesima prova in questa intervista che mi ha concesso e che ho il grande piacere di pubblicare.
Come già raccontato (vedi qui) sentendo il parere del wine blogger Jeremy Parzen, è scattato l’allarme importazioni, ed il Brunello di Montalcino rischia seriamente di non poter più approdare, se non rispettando precise procedure e regole chiare su quel principale mercato estero che sono gli Stati Uniti. Dopo la lettera inviata dal inviata dal Department of the Trasury, Alcohol & Tobacco Tax & Trade Bureau all’Ambasciata d’Italia a Washington, lettera che fa riferimento all’autorizzazione data alla United States Customs & Border Protection a bloccare i Brunello di Montalcino sprovvisto di certificazione di conformità o compresi in un elenco di vini e aziende sotto inchiesta che l’ATTB ha più volte richiesto senza peraltro ottenere risposta, esiste la fondata possibilità, a meno di interventi politici, che il celeberrimo vino toscano riceva un catastrofico semaforo rosso che avrebbe esiti disastrosi non solo per l’immagine, ma per l’economia, largamente basata sul vino, di Montalcino.
Per capire come giudichino gli americani questa situazione, con che occhi guardino a quanto sta accadendo ad un vino,  importante, che hanno sinora dimostrato di apprezzare e molto, ho pensato di interpellare una serie di importanti opinion leader, che ben conoscono il mercato Usa e hanno il polso del consumatore dell’appassionato di vini italiani oltreoceano. Quello che sinora ha sborsato, con convinzione, decine e decine di dollari, in alcuni casi centinaia, per aggiudicarsi le bottiglie dei Brunello più importanti o acclamati dalla stampa.
Tra loro non poteva sicuramente mancare uno dei commentatori più influenti e ascoltati, il columnist di tutto quanto riguarda il tema vino di un quotidiano prestigioso come il New York Times Eric Asimov, columnist della versione su carta, ma anche curatore di un seguitissimo wine blog, The Pour (vedi), ospitato nel sito del NYT.
Ecco, sull’affaire Brunello di Montalcino, il punto di vista, come sempre indipendente, originale, coraggioso, di Eric (nipote del celeberrimo Isaac, autore di fortunati libri di fantascienza e di divulgazione scientifica). Un punto di vista che merita, credo, un’attenta riflessione da parte di tutti e che pubblico con grande piacere, ringraziando Asimov per la sua squisita disponibilità, nello spazio del commento che, ubi maior minor cessat, gli cedo con gioia.
Eric, può aiutare i lettori di Sommeliersonline a capire quali reazioni si stiano sviluppando negli States allo scoppio dello scandalo dei Brunello di Montalcino “taroccati” e non conformi al disciplinare di produzione?
Sebbene non penso si possa parlare di un atteggiamento generale e diffuso degli americani, la mia sensazione è che gli americani abbiano prestato ben poca attenzione alla questione, giudicandola come una faccenda interna italiana, così come hanno giudicato una cosa francese lo scandalo del Beaujolais che coinvolse la maison Duboeuf alcuni anni fa.
Tuttavia, poiché gli italiani sono apparsi indecisi nel riferire della questione, si sono alzate diverse voci negli States, in particolare quelle di coloro che criticavano la denominazione Brunello di Montalcino in generale. Per le persone che si occupano e seguono le vicende legate al vino, l’accusa di aver utilizzato altre uve oltre al Sangiovese non è suonata come una sorpresa, poiché c’erano già state molte voci e congetture negli anni precedenti relative alle possibili addizioni di altre uve, e le risposte poco chiare giunte dall’Italia sono suonate come una conferma che le regole del disciplinare di produzione non erano state prese molto sul serio…
Considerando che gli States sono il primo mercato estero e assorbono qualcosa come il 25% della produzione di Brunello, come sono state le prime reazioni e come si è sviluppato l’atteggiamento degli appassionati americani che amano i vini toscani ed il Brunello, e soprattutto quello degli addetti ai lavori, importatori, distributori, wine merchant, ristoratori?
Nel mercato americano si possono individuare due gruppi distinti, quello formato da persone come me che non sono mai stati catturati e convinti dai modernisti del Brunello e che ammirano i vecchi Brunello paradigmatici come quelli di Biondi Santi, di Soldera Case Basse e del Poggione, e coloro, invece, che sono convinti sostenitori di più moderne interpretazioni, che ricevono alti punteggi da Wine Spectator. Non è difficile passare per cinici nel giudicare l’intera situazione in corso, l’aderenza o meno al disciplinare, le motivazioni di chi non l’ha rispettato, di chi ha scelto i propri obiettivi per ragioni di politica interna, oppure la risposta del Consorzio, che sembra impegnato più a proteggere gli interessi e l’immagine di alcuni piuttosto che l’integrità della denominazione.
Che giudizio pensi si siano fatti nei confronti del mondo produttivo di Montalcino? A tuo avviso produttori e Consorzio sono stati sufficientemente chiari nel comunicare quello che stava accadendo?
Ripeto, è difficile non passare per cinici, la trasparenza è una barzelletta…
Non trovi paradossale e per certi versi comico il fatto che certe aziende di Montalcino che hanno “taroccato” i loro vini aggiungendo altre uve come Merlot e Cabernet per compiacere una certa parte dei consumatori e soprattutto certa influente stampa specializzata americana, oggi si vedano “presentare il conto” dagli stessi Stati Uniti che pretendono chiarezza nella comunicazione, ad esempio conoscere l’elenco esatto delle aziende sotto inchiesta, e trasparenza e soprattutto la garanzia di importare Brunello che rispecchino esattamente il disciplinare di produzione e siano fatti, come le leggi prevedono, solo con il Sangiovese? Non sarebbe stato più semplice e onesto, come molti hanno fatto, proporre all’importante mercato Usa solo Brunello Sangiovese di Montalcino al 100% al di sopra di ogni sospetto?
Non mi sembra paradossale se non il fatto di tentare di appiattire il gusto degli americani sul gusto di un particolare gruppo di critici. Il mercato americano è complesso e variegato e nessuna voce può interpretare il sentire comune, tanto di più nel mio caso.
Sono perplesso e stupefatto dal fatto che le autorità americane abbiano scelto di essere coinvolte in questa faccenda e la mia sensazione è che avrebbero preferito restarne fuori se le autorità italiane avessero risposto alle loro richieste di informazioni. Non dico che avrebbero dovuto fornire tutte le informazioni richieste, ma avrebbero quantomeno adottare un atteggiamento diplomatico invece di ignorarle completamente com’è accaduto e questo ha costretto le autorità Usa a reagire.
Parliamo del mercato Usa e degli appassionati di vino: è proprio vero che questi wine enthusiast vogliono vini più “internazionali” nel gusto, più facili e rassicuranti da approcciare, con colori più scuri, un fruttato più intenso e concentrato, tannini più morbidi, oppure il pubblico americano è pronto, maturo, disponibile ad apprezzare la diversità nei vini ed un Brunello che sia fedele alla propria storia e alla propria natura e non imiti modelli stile Nuovo Mondo?
Come ho già detto è pericoloso ed errato ritrarre i consumatori americani come fossero un blocco unitario e omogeneo. Naturalmente molti americani preferiscono lo stile “internazionale” dei vini. E hanno spesso visto questi vini esaltati e portati in palmo di mano dalla critica. Ma molti altri americani sono in grado di apprezzare le sfumature dei vini del Vecchio Mondo e vini espressivi dei terroir di origine. I vini di Soldera, naturalmente, hanno una grande richiesta da parte di questi appassionati, come i grndi vini di Conterno, Giacosa, Quintarelli, Montevertine, e molti altri.
Sempre di più si possono vedere consumatori americani preferire questi vini piuttosto che quelli più dolci e morbidi. I produttori e gli enologi dotati di una integrità e di una chiara visione delle cose non devono confezionare i loro vini a misura delle richieste del “mercato” che percepiscono, ma devono produrre vini che esprimano una tradizione e la loro capacità di esprimere lo spirito del luogo dove operano. Saranno solo questi i vini che sopravvivranno alle vicissitudini delle mode.
Secondo te l’appassionato di vini italiani negli States si scandalizza se viene a scoprire che determinati Brunello di Montalcino sono o sono stati prodotti non solo con Sangiovese, ma anche con altre uve, oppure è del tutto indifferente a questa commistione truffaldina di uve? E’ vero, come hanno scritto alcuni, che poco conta, per il mercato americano, che il Brunello sia fatto con una sola uva, il Sangiovese, o con più uve, ma piuttosto che sia buono e che sia appealing al gusto?
Credo che i sostenitori dello stile moderno non si scandalizzeranno affatto se questi vini si continueranno a chiamare Brunello piuttosto che Super Tuscan. Non sono interessati alla tradizione e al “sense of place”, si preoccupano solo della loro piacevolezza nel bicchiere, il nome della loro denominazione è irrilevante.
Per quelli come noi che invece se ne preoccupano, l’intero affaire, ed in particolare la discussione se le regole della denominazione debbano cambiare e consentire l’uso di altre uve, sembra ridurre il Brunello ad una barzelletta. Naturalmente non va dimenticato che non è solo l’aggiunta di altre uve, ma l’uso della barrique e di altri strumenti di cantina che danno ai vini un gusto così dolce, rotondo e morbido e così poco italiano…
Parliamo dell’atteggiamento della potente stampa specializzata americana, quella che fa opinione e guida gli acquisti di tanti consumatori. A tuo avviso sono stati sufficientemente onesti nei confronti dei loro lettori, del loro pubblico e hanno premiato certi vini strani solo perché piacevano loro e corrispondevano al loro gusto e perché li trovavano “grandi”? Possibile che non si accorgessero che quei vini non erano conformi a quel che il disciplinare di produzione prevedeva, ovvero solo l’uso di Sangiovese? Le reazioni, penso alle tue, quelle di Jeremy Parzen, di Alice Feiring, di Joshua Greene di Wine & Spirit, riescono a bilanciare la forte influenza che Wine Advocate e Wine Spectator hanno tuttora su larghi strati degli appassionati di vino americani?
Non posso parlare a nome dell’intera categoria della stampa che si occupa di vino, ma avrei voluto disporre di maggiori informazioni ed elementi prima di accusare qualcuno di essere disonesto. I gusti della stampa non sono uniformi, ed il mio forte auspicio è che il maggior numero di critici del vino si occupi solamente di scrivere e quindi oggettivamente “promuovere”, dei vini che piacciono loro. Ma credo che tu debba rivolgere la domanda a persone come James Suckling, che hanno scritto benissimo di vini che ora sono sotto inchiesta e non a me…
Inoltre io, pur rispettandoli, non voglio essere accomunicato ad Alice Feiring, Joshua Greene o a chiunque altro. Io parlo solo per me stesso. Voglio dire che i gusti possono cambiare ed evolvere, che certi vini possono essere di moda ora e che altri lo potranno diventare. Le voci cambiano e anche le esigenze ed i desideri del pubblico. Io credo che il problema nasca invece quando i produttori sacrificano la propria integrità e accettano di adattare i loro vini agli stili in voga in quel momento. Questi sono ragionamenti a breve termine, di corto respiro, che non puntano sull’integrità e sulla credibilità a lungo termine del vino.
Da qualche giorno è scoppiato l’allarme importazioni: con una lettera inviata all’Ambasciata d’Italia a Washington inviata il Department of the Trasury, Alcohol & Tobacco Tax & Trade Bureau informa che l’United States Customs & Border Protection è autorizzata a bloccare la distribuzione di vino importato sprovvisto di certificazione di conformità.

Come pensi si possa uscire da questa vicenda ? Pensi che al consumatore americano possano bastare le singole dichiarazioni o certificati di garanzia dei produttori o addirittura una soluzione “politica”, una specie di amnistia e moratoria che nel nome di superiori interessi economici, il bene comune, l’economia di Montalcino da salvaguardare, i posti di lavoro a rischio nelle grandi aziende sotto indagine, passi una sorta di “colpo di spugna” e chiuda in silenzio questo scandalo?
Il mio auspicio è che le autorità italiane facciano quanto è in loro potere e quanto viene ragionevolmente loro richiesto per sbloccare la situazione ed evitare un blocco delle importazioni.
C’è il rischio che il consumatore statunitense sia disorientato da queste vicende politiche economiche, da questo atteggiamento poco trasparente e rispettoso nei confronti del consumatore, e che si disamori del Brunello e decida di non comprarlo più e di preferire, invece, altri vini?
Il consumatore americano è sicuramente confuso e c’è davvero un forte rischio che gli americani decidano di lavarsene le mani e abbandonare il Brunello di Montalcino al proprio destino. I consumatori che amano solo i vini di stile moderno potranno continuare a trovare i vini che prediligono tra i cosiddetti Super Tuscan.
I consumatori che invece preferiscono espressioni più classiche e tradizionali del Sangiovese non potranno invece mai prescindere dal Brunello di Montalcino. E’ questo il principale pericolo. Il fatto che i responsabili del Brunello non abbiano difeso con sufficiente forza e convinzione le regole esistenti se non ora che sono costretti a farlo, può indurre le persone che ricercano nel vino il senso di una tradizione e di un radicamento locale a cercare queste cose altrove. E se così accadesse non resterebbe che cambiare le regole per intercettare ancora di più il consenso dei filo modernisti e presentare una versione addomesticata e addolcita del Brunello.
A tuo parere quali atteggiamenti sarebbero necessari, da parte del mondo produttivo di Montalcino e del Consorzio del Brunello, per salvaguardare la fiducia e non intaccare l’immagine di grande vino toscano e italiano, il mito del Brunello che i consumatori americani hanno contribuito a creare in questi anni? Cosa prevedi per il futuro del Brunello e per il rapporto tra Brunello di Montalcino e pubblico americano?
Temo che sia un po’ troppo tardi e che si sia persa l’opportunità di fare una forte difesa delle regole della denominazione e dell’inevitabilità di produrre Brunello di Montalcino fatto al 100% con uve Sangiovese di Montalcino. Non ho la possibilità di prevedere cosa potrà accadere nel futuro, ho bisogno di sei mesi almeno per capire come potrà evolvere la situazione, se potrà continuare il grande love affair tra gli appassionati americani ed il Brunello…
intervista a cura di Franco Ziliani



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