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27 Marzo 2008
Andiamoci al Vinitaly, ma quest'anno un pizzico di sobrietà è d’obbligo…
E così, anche quest’anno, e sono tanti, visto che si tratta della quarantaduesima edizione, eccoci arrivati all’appuntamento con il
Vinitaly
.
Ci arriviamo, a questo rendez-vous con una rassegna che con un modo di dire tutto veronelliano potremmo definire “bene-maledetta”, perché un po’ ci dà gioia e un po’ ci fa dannare, un po’ trafelati per la Pasqua appena trascorsa e per i tanti impegni che ognuno di noi, coinvolti a titolo diverso in questo controverso mondo del vino, ha avuto in questi tre primi mesi del 2008.
Ci torniamo, alla manifestazione veronese (che è impossibile ipotizzare possa avere un'altra sede che non sia la città di Giulietta e Romeo), con un bilancio del vino italiano che continua ad essere positivo,
visto che l’Italia, come ci dicono i dati dell’O.I.V. continua ad essere il primo esportatore di vino al mondo, con una quota del 21% (in volume), davanti a Francia e Spagna, che si attestano al 17%, su un mercato in cui gli scambi internazionali sono aumentati dell’8,4% a 91 milioni di ettolitri.
Non mancano però gli elementi di preoccupazione, dati dalla “ulteriore riduzione dei vigneti nell’Europa dei 27: nel 2007, la regressione è stata di
36.000 ettari
, confermando così la tendenza di una riduzione media negli ultimi anni di 40.000 ettari”, oppure dalla diminuzione dei consumi interni di vino nel 2007,
dai 55 litri pro capite del 2000 ai 46 litri del 2006, congiuntura alla quale
i produttori italiani rispondono con un incremento del 7,8% dell’export, che viene dopo un +6,5% del 2006. A valore si tratta di quasi 3,5 miliardi di euro, per un ammontare di 19 milioni di ettolitri.
Italia del vino
sempre più a vocazione all’export
, visto che nel
2007 ha
esportato negli Stati Uniti (secondo i dati dell’Italian Wine & Food Institute), 2.317.210 ettolitri di vino per un controvalore di 1,13 miliardi, contro i 2.114.560 ettolitri per 1,03 miliardi del 2006, con un prezzo medio per litro di 4,86 dollari. Un incremento del 9% in quantità e valore, (si consideri che invece il più importante competitor del Nuovo Mondo, l’Australia ha fatto segnare una diminuzione in quantità del 3,5% a fronte di un piccolo aumento in valore del 3,2%.).
Eppure anche se le nostre esportazioni di vino crescono, anche in Asia e sui mercati emergenti, Corea del Sud +97%, Cina +62%, Thailandia +58%, Singapore +43%, Malesia +21%, Giappone + 6%, non mancano elementi di forte preoccupazione. Motivi non riconducibili solo ad un aspetto puramente economico e commerciale, con la debolezza del dollaro e una svalutazione sull’euro che negli ultimi mesi ha superato il 10%, è che è naturalmente destinata ad incidere sui flussi dell’esportazione.
Per un Paese produttore di vino che punta a vendere una quota sempre maggiore all’estero, e soprattutto ad esportare quella categoria dei “
premium wines
”, ovvero dei vini di prezzo più elevato, che faticano a trovare un mercato fluente e solido in Italia, e che sono sempre più destinati ai consumatori stranieri, godere di un’immagine forte, credibile, unita, di una credibilità che sia non solo commerciale, ma qualitativa, una sintesi di serietà, affidabilità, autorevolezza, personalità, originalità nel proporre vini unici e diversi dagli altri, proprio quei vini, buoni, seri, dal prezzo onesto, che se uno vuole bere deve per forza di cose ricorrere all’Italia del vino e non ad altri competitors.
Purtroppo, anche se gli affari per il momento continuano ad andare bene, di questa immagine solida, organizzata, a prova di bomba, non disponiamo, anzi, e mentre ci accingiamo ad andare tutti a Verona per celebrare il “
rito laico
” del Vinitaly, da una delle zone vinicole più prestigiose d’Italia, dalla celebratissima, mediatica Montalcino, il cui Brunello per circa il 35% della propria produzione finisce negli States, e per oltre il 60% viene venduto sui mercati esteri, arrivano notizie inquietanti e drammatiche.
Rumors, che si sono tradotti anche in articoli pubblicati sulle edizioni toscane e fiorentine della Repubblica e della Nazione e che sono arrivati anche sul blog italiani ed esteri, tra cui quello del responsabile dell’ufficio europeo di Wine Spectator, che parlano di un’inchiesta a vasto raggio tra i produttori di Montalcino, condotta tra vigne e cantine, che ha portato, come ha riconosciuto il Consorzio del Vino Brunello, al rilevamento di una serie di “non conformità” nei vigneti, dovuti alla presenza accertata di uve non previste dal disciplinare di produzione del Brunello, che continua a parlare solo di Sangiovese al 100%. Inchieste, come scrive Repubblica, dovute all’azione della
Procura di Siena, che “
indaga per frode in commercio su cinque grossi produttori di Montalcino. Ha già fatto sequestrare da Guardia di Finanza e Ispettorato del Lavoro ettari di vigneti, cantine, bottiglie. L’ipotesi è che quei produttori usassero tra il 10 e il 20% di uve non Sangiovese nel loro Brunello, che invece in base al disciplinare deve contenere al 100 per 100 quel vitigno. Avrebbero prodotto loro stessi le diverse uve - Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot - a volte sacrificando ettari storicamente coltivati a Brunello”
. Intendiamoci, tutto è ancora da chiarire, e le eventuali responsabilità devono ancora essere ben verificate prima di arrivare a veri e propri rinvii a giudizio e a condanne, ma il fatto stesso che l’Italia del vino si presenti alla sua più importante vetrina, il Vinitaly,
sporcata dall’ennesimo scandalo
, che tramite Internet ha ormai fatto il giro del mondo e sta facendo discutere anche nei mercati esteri tradizionali acquirenti di Brunello, è un bruttissimo segnale e non rappresenta di certo il modo migliore di presentarsi, con il vestito buono, con quello della festa alla rassegna veronese.
Rassegna, ne siamo tutti consapevoli, alla quale gran parte del panorama vinicolo italiano non si presenta certo per fare business (non si va quasi più alle fiere per vendere), ma per fare pubbliche relazioni, ovvero incontrare clienti, importatori, distributori, giornalisti, rappresentanti, enotecari, sommelier, per raccontarsi, dare segno della propria esistenza e della propria vitalità, per tessere rapporti e... fare vetrina.
Siamo tutti consapevoli, per primi i produttori, che spendono molti soldi per allestire uno stand e trascorrere circa una settimana a Verona, che forse quell’investimento non sia il migliore ed il più ragionevole degli investimenti possibili, ma al Vinitaly andiamo ugualmente, smagati, sperando ogni anno che il servizio migliori, che prima o poi ci si decida di non aprire (unico caso di fiera professionale del vino che lo faccia) alla domenica, quando il salone si trasforma in una confusa kermesse, almeno per un giorno.
Lo facciamo persuasi di avere ognuno di noi un ruolo, seppure marginalissimo, secondario, trascurabile, in questo grande barnum che è il “circo del vino italiano” che si dà appuntamento a Verona, e forse illudendoci che mancando, restando a casa, ci perderemmo qualcosa d’imperdibile, di fondamentale, d’imprescindibile.
Andiamoci a Verona dunque, “limitando i danni”, come amo dire da anni con una boutade, e restandoci il “minimo indispensabile” scegliendo, chi può farlo, i primi due giorni di apertura, il giovedì ed il venerdì, quando il caos non ha ancora raggiunto l’allegro, confusionario apice che raggiungerà il sabato e la domenica.
Ma non illudiamoci, anche partecipando, ognuno di noi, a questo “grande incontro” del vino italiano e dando il nostro modesto contributo, girando, parlando, degustando, scoprendo realtà sconosciute, andando a salutare gli amici, seguendo qualche convegno, che si tratti della solita allegra festa. Quando su un vino prestigioso, strategicamente rappresentativo come il Brunello di Montalcino si allungano ombre minacciose, sospetti infamanti, non si può di certo festeggiare come se nulla fosse accaduto, come se tutto andasse bene e non ci fossero problemi.
Tutti al Vinitaly dunque, ma con un po’ di sobrietà, riflettendo sugli errori fatti e cercando di non ripeterli adottando, tutti, comportamenti specchiati e virtuosi, che non diano adito ad equivoci e non costringano gli inquirenti a lunghe indagini e la stampa a renderne conto per correttezza dell’informazione. Il trionfalismo, almeno per quest’anno, sarebbe francamente fuori posto, stonato, ipocrita…
Franco Ziliani
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