 |
Anche quest’anno le tre Anteprime delle Docg in rosso toscane (Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino) sono state precedute da un curioso e divertente amuse bouche, che per sua natura non poteva che essere in bianco, dedicato cioè ad un’altra importantissima Docg toscana, un’isola di bianco in un mare di rosso, a quella Vernaccia di San Gimignano che spesso dimentichiamo essere stata in assoluto la prima Doc italiana, nel lontano 1966, poi passata a Docg nel 1993. A San Gimignano un attivo Consorzio, che comprende 85 soci, tra cui una quarantina di aziende produttrici, si dedica da qualche anno, nell’intento di fare meglio conoscere la Vernaccia, ad organizzare simpatici e originali eventi nel corso dei quali il vino locale è stato di volta in volta abbinato, ovviamente per esaltarne la differenza e la specificità, il primo anno allo Chablis, quindi lo scorso anno allo Chasselas svizzero, all’Albariño spagnolo al Thalassytis greco. Quest’anno, con la regia di Ian D’Agata, direttore dell’International Wine Academy of Rome e autore di guide (leggi), si è pensato, sempre nell’ambito di quelle esplorazioni che vanno sotto il titolo de “Il vino bianco e i suoi territori”, di interrogarsi sul tema “Gli stili aziendali mettono a rischio l’identità di un vino”, con una degustazione parallela – comparazione, tra la Vernaccia di San Gimignano, rappresentata da sette campioni e forse la massima espressione del vitigno Sauvignon in Francia, ovvero da sette vini della Loire, figli della classiche Aoc Sancerre e Pouilly Fumé. Il confronto, intrigante, e già sulla carta improponibile, ma forse proprio più intrigante proprio per questo motivo che rendeva la degustazione una “mission impossible” dato il confronto tra un vitigno aromatico come il Sauvignon e uno dal profilo aromatico poco pronunciato, è avvenuto, la mattina del 18 febbraio nella Sala Dante del Palazzo Comunale di San Gimignano, in uno scenario storico, dominato dalla visione dello splendido affresco trecentesco La Maestà di Lippo Memmi e da scene di caccia, tornei, e atto di omaggio a Carlo ll d'Angiò, dipinti nel 1292 da Azzo da Siena. Nonché dal ricordo, emozionante, che proprio in questa sala l’8 maggio del 1300, parlò l’Alighieri, per rinfocolare l’ideale guelfo... Cornice meravigliosa, ma singoli vini a parte, alcuni straordinari, soprattutto i francesi, ahimé, altri meno, in particolare i sangimignanesi (che ufficialmente ci è stato detto essere stati scelti da Ian D’Agata, ma che invece sono sembrati selezionati secondo un criterio geo-politico…) il tema di fondo che doveva essere l’oggetto della discussione e del confronto, ovvero se gli stili aziendali mettano a rischio oppure no l’identità di un vino, è rimasto praticamente senza risposta. Lasciando ad ognuno di noi il compito di dare una personalissima risposta a questo quesito interessantissimo, di cruciale importanza nello sviluppo di ogni denominazione, Doc, Docg, o Aoc o Do si tratti. In degustazione ci sono stati proposti insomma vini molto buoni, come il Sancerre Nuance 2006 di Vincent Pinard, il Pouilly-Fumé 2006 La Moynerie di Michel Redde, il Sancerre 2006 Génération XIX di Alphonse Mellot, strepitosi ancorché giovanissimi (come tutti i vini francesi selezionati) quali il Pouilly-Fumé 2005 di Michel Redde La Moynerie, i Pouilly-Fumé Pur Sang 2005 e Silex 2006 di Dagueneau, o semplicemente buoni come il Sancerre Jadis 2005 di Henri Bourgeois, e poi vini ben fatti, ma non irresistibili come le Vernaccia di San Gimignano Hydra 2006 de Il Palagione, la singolarissima Cusona 1933 annata 2006, sintesi di tre differenti vinificazioni di differenti parti delle uve (con criomacerazione, con fermentazione in barrique, con appassimento delle uve) dei principi Guicciardini Strozzi, la riserva 2005 de La Lastra. E poi vini dall’esito non esaltante e onesti come I Macchioni 2006 di Casa alle Vacche, e il Vigna Casa Nuova 2004 di Fontaleoni, nonché due vini, entrambi firmati da Giovanni Panizzi, presidente del Consorzio e titolare di una delle aziende più quotate e qualificate del panorama di San Gimignano, che forse volevano dimostrare la verità dell’assunto proposto come tema del confronto, ovvero che “gli stili aziendali mettono a rischio l’identità di un vino”. Cosa che vale anche per La Cusona 1933, ma con ben altri esiti quanto ad equilibrio e piacevolezza e riconoscibilità varietale. Parlo della Vernaccia di San Gimignano Santa Margherita 2006, fermentata e affinata in barrique e tonneau, nonché della sperimentalissima, come definirla diversamente?, Vernaccia di San Gimignano 2006 Evoé, realizzata in “stile Gravner”, con uso di “uva diraspata in tino tronco conico di rovere francese, fermentazione a contatto con le bucce senza nessun inoculo di lieviti selezionati e nessun tipo di enzima, fermentazione protratta per 15 giorni a contatto con le bucce e affinamento in rovere francese da 40 ettolitri per sette mesi” prima dell’imbottigliamento nel luglio 2007. Vini ambiziosi, lungamente pensati, forse troppo, tutt’altro che improvvisati, perfetti per dimostrare che se il produttore ci si mette, se applica uno stile aziendale molto personale può mettere a rischio la riconoscibilità, l’identità varietale di un vino, ma non proprio i vini, come larga parte delle Vernaccia selezionate (da chi, poco conta saperlo…) in grado non solo di confrontarsi ad armi pari (il che sarebbe stato abbastanza arduo, ma ci si può sempre provare) con i Sauvignon della Loira, ma di far emergere quelli che sono i pregi della Vernaccia, le “armi” su cui questo vino può contare per esaltare la sua specificità. Parlo dell’essenzialità, della purezza, di un importante corredo acido che dà vitalità e nerbo ai vini, della sapidità, di quella “mineralità”, parola tante volte abusata, ma straordinariamente presente in alcuni dei migliori vini francesi degustati, che rappresenta quel quid che rende i vini ancora più interessanti. Come si è detto nel corso del dibattito che ha fatto seguito alla degustazione, “ci sono troppi esperimenti in corso oggi a San Gimignano” (Rocco Lettieri), e la Vernaccia per la definizione del suo carattere non può fare a meno di una componente acida ben rilevata, che esercita un ruolo fondamentale, e “non può svolazzare da uno stile all’altro” (Ernesto Gentili). Per altri intervenuti, quali Riccardo Viscardi del Gambero rosso, oggi la Vernaccia di San Gimignano si presenta con “vini più rigorosi che in passato, con una migliore ricerca di definizione del territorio”, mentre Filippo Bartolotta, dichiarandosi di essersi “divertito per la degustazione”, ha tenuto a sottolineare di essere “a favore delle sperimentazioni, quando queste sono intriganti” e che nel confronto Vernaccia-Sauvignon le Vernaccia sono apparse “più silenziose”. Dal canto mio, se il collega D’Agata che ha coordinato il dibattito e deciso chi fare intervenire mi avesse dato la parola, avrei semplicemente messo in discussione i criteri di scelta delle sette Vernaccia di San Gimignano in degustazione, avrei chiesto perché, di Panizzi, non fossero state scelte, invece, le sue eccellenti vecchie annate, che mostrano una purezza, una capacità di evoluzione, una mineralità straordinarie, oppure vini di produttori più piccoli, ma non meno interessanti, come Le Calcinaie, La Mormoraia, Vagnoni, oppure le riserve 2001 di San Quirico, oltre ai ben selezionati vini del Palagione e della Lastra. Questo per consentire un confronto che fosse meno schiacciante, negli esiti, di quello che ha visto le Vernaccia confrontarsi, non ad armi pari, con i Sancerre ed i Pouilly-Fumé. Ai produttori di San Gimignano avrei detto, come dico ora, di avere il coraggio di essere se stessi e di non rincorrere mode e strane cose enologiche per il puro piacere di épater les guides ed un certo tipo di consumatore amante del nuovo per il nuovo, di affermare un’identità ben precisa e riconoscibile della Vernaccia, che abbia come filo rosso conduttore l’eleganza, l’essenzialità, il carattere scabro, la grazia floreale, la piacevolezza, l’equilibrio tra frutto, aromi sottili, acidità calibrata e sapidità che rende i loro vini, nelle loro migliori espressioni, tanto appealing e piacevolissimi da bere. Avrei fatto notare che l’eccesso di stile aziendale, di sperimentazione di vie nuove, la ricerca fine a se stessa mettono una sorta di bavaglio e di mordacchia all’espressione libera della verità e essenzialità dei loro vini. Che sono e devono continuare ad essere Vernaccia di San Gimignano, e non bianchi di stile internazionale dalla riconoscibilità varietale difficile, perché quando il legno domina la voce sottile della Vernaccia scompare, o vini di stile gravneriano o tripla A… A questa degustazione “spettacolo” ha poi fatto seguito il banco d’assaggio, una vera e propria Anteprima, aperta anche al pubblico, delle Vernaccia di San Gimignano 2007 ancora in affinamento o imbottigliate da un niente. Poiché non amo, più di tanto, le degustazioni en primeur, e l’assaggio di vini che sono ancora poco più che mosti, non ho assaggiato granché dei vini locali, preferendo concentrare la mia attenzione, vista la loro presenza nella stessa sala, sui produttori francesi, che tanto per affondare e piazzare il colpo del k.o. avevano portato, oltre alle più recenti annate in commercio, anche vecchie annate dei loro Sauvignon. Esterofilia? Niente affatto! Sarebbe stato difatti stravagante, avendo la possibilità di degustare dei Pouilly-Fumé Silex 2000 e 1993 (strepitoso!) di Dagueneau, bocca mordente sapida, scattante, larghissimo, segoso, con acidità freschissima, nerbo, bouquet agrumato petroso, insomma un sogno, oppure il Sancerre Harmonie Vieilles Vignes 1995 di Pinard, fresco, vivo, cremoso, frutto ancora succoso, acidità che spinge, pietra focaia, miele, fiori bianchi ad inseguirsi, leggere note di sambuco e un leggero accenno di foglia di pomodoro, vino verticale, sapido, mineralissimo, concentrare l’attenzione su Vernaccia 2007 ancora in fieri e totalmente in progress. Confronto vinto dunque a mani basse, senza gara possibile, dai francesi? In queste condizioni assolutamente sì. Ma se si fossero schierati i campioni giusti, quelli già citati, le vecchie annate di Panizzi, o magari (anche se l’azienda non è aderente al Consorzio, ma continua a produrre i vini più buoni e più veri della denominazione, qualcuna delle vecchie annate della Vernaccia di San Gimignano fiore di Montenidoli, magari il 1984, il 1986, il 1991 che il giorno prima del cimento Vernaccia-Sauvignon ho avuto il privilegio con qualche amico, tra cui il sommo palato del Sangiovese, Giulio Gambelli, di degustare (e bere!) in un’emozionante verticale in quello splendido angolo di San Gimignano che è questa piccola azienda, sono pronto a scommettere che i francesi avrebbero avuto qualche motivo di meno per far crescere la loro naturale grandeur. E per riflettere sul fatto che anche in Italia, in Toscana, a San Gimignano, si producano grandi vini di terroir, da vitigni autoctoni, in grado di sfidare il tempo e di evolvere splendidamente rimanendo vivi e pieni di carattere. Ma questo è solo un sogno, di un’utopista che ancora non accetta, dopo 25 anni di attività giornalistica, che le cose nel mondo vadano in un certo modo, invece di un altro, perfetto forse per il migliore dei mondi possibili e immaginati, ma non per questo in cui siamo chiamati, giorno dopo giorno, a vivere… Franco Ziliani
p.s. gli amici del Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, da me consultati, mi hanno inviato questa precisazione che penso sia interessante pubblicare. "I vini sono stati selezionati da Ian d'Agata (e non da chi sa chi), avendo come criterio non solo quello della "qualità" dei vini proposti, ma anche il titolo della degustazione. Quello che il Consorzio voleva, era proprio che nascesse una discussione sugli stili. Sempre per quanto riguarda la selezione dei vini, l'indicazione del Consorzio era stata chiarissima: dato il titolo, per avere senso il confronto, i vini dovevano essere tutti della stessa annata, per evitare che le differenze dovute a diverse vendemmie nascondessero quelle stilistiche". Chiarissimo. Poi le cose non sono andate esattamente così, per motivi e a causa di soggetti diversi, sui quali, per eleganza, é bene sorvolare, anzi.. glisser...
|