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15 Gennaio 2008
Il Vigneto Italia è in calo: analizzare e capire ma senza preoccuparsi
Le più recenti tabelle Istat (relative al 2006) parlano chiaramente: dal 2000 al 2006 il Vigneto Italia ha perso una superficie di 13.552 ettari pari al 2% del totale nazionale, passando da 692.420 a 678.868 ettari.
In soldoni il Vigneto Italia ha perso una superficie corrispondente alla superficie vitata dell’Umbria. I dati dicono che i cali nel vigneto riguardano soprattutto il Centro (113.451 ettari) e il Sud (329.868), con un calo delle superfici valutabile rispettivamente al 3,9% e 3,5%, mentre va controtendenza il Nord, con una crescita dell’1,2% e una quota complessiva di 235.549 ettari.
Ancora qualche dato statistico prima di tentare un’interpretazione e un commento.
Nel Nord viticolo che cresce spicca la Lombardia, che in sei anni ha visto una crescita del suo vigneto pari al 5,3%, sfiorando i 22.000 ettari, mentre scendono la Liguria (-4,1%) e la Valle d’Aosta, scesa addirittura dell’11%, mentre crescono o restano stabili tutte le altre regioni, con il Friuli Venezia Giulia a confermarsi il vigneto più dinamico con oltre 20.400 ettari ed una progressione dell’11,2%.
Al Centro, stabile sostanzialmente la Toscana (+0,7%), e buona la crescita umbra (+2,5%), mentre notizie poco allegre arrivano da Marche (-1,1%) e soprattutto Lazio, dove il calo è di qualcosa come il 18%.
Spostandosi infine nel Sud e nelle isole, a fronte di una crescita del Molise (+19,3% ed una quota di 7507 ettari toccata) e della Sardegna (+1,1%), le performance di tutte le altre regioni sono di segno negativo: - 4% per Puglia e Campania, - 2% per Sicilia e Calabria, un calo del nove per cento per l’Abruzzo e addirittura del 18% per la terra del grande Aglianico del Vulture, la Basilicata.
Venendo
all’esame degli andamenti provincia per provincia, emerge che la provincia viticola italiana più in crescita è quella di Grosseto (con un ruolo importante del
l’area del Morellino di Scansano), con un balzo pari a ben il 40% e 7600 ettari raggiunti, seguita, sempre in Toscana, dalla provincia di Livorno che con un salto del 25,6% tocca quota 2500 ettari complessivi.
Cresce molto bene, in Molise, la provincia di Campobasso (che comprende ben il 92% dell’intera superficie vitata molisana), con un incremento del 23% e quota 6902 ettari raggiunta. Crescono poi bene, con una media intorno al dieci per cento, tre province del Friuli Venezia Giulia, Udine (+13%), Pordenone (+10%) e Gorizia (+9%), seguite con crescite tra il 5 ed il 7% da Terni e Cagliari (+6,8%), Sondrio (6%) e Bolzano (5,7%). Altre venti province fanno segnare aumenti compresi tra il 2 ed il 5% (cinque province piemontesi, oltre a Genova, Treviso e Siena), mentre crescite più ridotte, tra l’1 ed il 2 per cento, riguardano Trento e Parma (+2%) e Verona (+1,5%).
Crescita zero per la provincia di Macerata, cali contenuti entro l’1% per un gruppetto che comprende le province di Perugia, Reggio Calabria, Savona, Lecce e Arezzo.

Il palmarès delle province dove le superfici vitate calano di più tocca a Frosinone con un calo del 79% (ed un vigneto ridotto a 800 ettari), seguita da Latina (-25%), ed in Abruzzo da L’Aquila (-20%) e Teramo (-29%).
In Basilicata la provincia di Potenza perde una superficie vitata del 21%, mentre cali significativi, a due cifre, riguardano anche Firenze -16%, Brescia -17%, Padova – 12%, Agrigento -11%, Catania – 10%. Gli ultimi dati di questo rapporto Istat ci dicono anche che come già nei passati rilevamenti Trapani é la provincia con il vigneto più grande, maggiore di quello di Toscana, Emilia Romagna e Piemonte, il doppio di quello della Sardegna: 62.302 ettari e una tendenza all’aumento (+2,7%) in contrasto con l’andamento regionale.
Al secondo posto si piazza Foggia, che però è in calo del 6% a 35.770 ettari, mentre al terzo troviamo Chieti, i cui 25.611 ettari le valgono un calo del 7%. Seguono nell’ordine Treviso (+5%), Verona (+1,5%), Taranto (-2,7%), Agrigento (-11%), Bari (-8%), Siena (+5%) e Asti (+1%).
Cosa ci dicono questi dati?
A mio modesto avviso che non c’è da essere preoccupati per il futuro della viticoltura italiana, anche pensando a quelle estirpazioni, 68.000 ettari, da spalmare su un periodo di tre anni, che sono previste dalla riforma Ocm vino recentemente approvata a Bruxelles.
La viticoltura dimostra di crescere nelle zone di produzione che riescono ad avere un rapporto sano, di dialogo fattivo, di collegamento, con il mercato. Questo all’insegna di un patto chiarissimo: io coltivo vigneti, produco uva, la trasformo in vino e la metto sul mercato cercando di vendere.
Ed il mercato, se gradisce questi prodotti, se giudica valida la qualità, conveniente il prezzo, appealing la presentazione, affidabile il marchio, intelligente la comunicazione, li adotta e li promuove, creando un’ideale collegamento tra offerta e domanda, tra chi produce e chi consuma.
Quali sono le aree vinicole italiane dove invece la produzione cala ?
Quelle dove non si è realizzato un virtuoso rapporto tra produzione e mercato, dove la produzione non è finalizzata al mercato, dove il mercato è un optional e non il fine della produzione, dove si piantano vigneti e si produce vino sapendo già che il vino solo parzialmente o comunque difficilmente e con ben poche soddisfazioni dei viticoltori, verrà venduto e si confronterà con il mercato, dove si punta al paracadute della distillazione obbligatoria, dei contributi pubblici (tanto c’è sempre un Pantalone, italiano o europeo, a pagare), delle sovvenzioni, dei finanziamenti… a fondo perso.
Certo, in questo elenco delle province viticole che non crescono, anzi calano, ci sono anche zone dove la produzione sembrerebbe funzionare, ma in alcuni casi si tratta di zone che realizzano vini che non comunicano con efficacia, che si rivolgono unicamente ai mercati e al consumo locale, che dovrebbero studiare nuove e più efficaci forme per comunicare chi sono e che cosa fanno.
E ci sono anche province e zone produttive dove negli anni scorsi si è piantato troppo, si è creduto ad una crescita eccessiva che non c’è stata, dove si sono realizzate viticolture e vini che non hanno trovato sbocchi, che erano magari in linea con le tendenze in voga negli anni scorsi e che oggi sono superate, perché il consumatore non accetta più quel tipo di vino.
Si tenga poi conto che ogni statistica deve essere letta con una certa flessibilità, perché all’interno di ogni provincia, soprattutto se vasta, ci sono zone vinicole e denominazioni che funzionano e altre che invece marciano più lentamente o restano al palo. Inoltre può anche accadere di trovarsi di fronte a superfici in calo dovute ad espianti momentanei o a nuovi impianti non ancora entrati in produzione e non ancora statisticamente contabilizzati.
Per concludere, non è certo il numero complessivo di ettari in diminuzione a rappresentare il vero problema dell’Italia del vino di oggi (forse, paradossalmente ma non troppo, si può e si deve dire che di ettari vitati ce ne sono anche troppi e molti in zone sbagliate o prive della vitalità necessaria a giustificarne l’esistenza).
Il Problema è capire quali vini produrre, per quali mercati e per quali consumatori, con uno sguardo ampio e una capacità strategica, un’abilità nel delineare e anticipare nuovi scenari che al movimento vitivinicolo italiano, nel suo insieme, fa ancora, purtroppo, difetto….
Franco Ziliani


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