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30 Dicembre 2007
Riforma Ocm vino: una grande occasione perduta
C’è davvero ben poco di che essere soddisfatti per il testo definitivo (si legga qui una sintesi), frutto di mille bozze ed estenuanti trattative, e perfetta rappresentazione di una netta vittoria del compromesso sulle decisioni nette e importanti, quelle che segnano una svolta ed un cambiamento, della discussa riforma del regolamento Ocm (Organizzazione Comune del Mercato) relativo al vino licenziata una decina di giorni fa dal Parlamento Europeo.
Come qualcuno efficacemente ha scritto si tratta di un “accordo che pare la perfetta rappresentazione dell’immagine proverbiale della montagna che partorisce un topolino. Un accordo che, più che accontentare tutti, finisce per non accontentare nessuno”, che lascia intatti e irrisolti i problemi strutturali e di fondo del vino europeo e vede trionfare il guicciardiniano particulare, gli interessi di singole categorie della filiera produttiva che saranno ben contenti di vedere che non cambiando sostanzialmente nulla potranno continuare tranquillamente a fare quello che hanno sinora fatto.
Certo, si portano a casa due risultati importanti, ovvero la decisione che “nella Ue non si possono vinificare mosti provenienti dai paesi terzi, né miscelare mosti e vini Ue con prodotti originari di paesi terzi”, e in materia di pratiche enologiche il fatto che siano confermate le attuali, che consentono già di fare praticamente quello che si vuole in cantina, ma non aprono a quelle ammesse solo a livello internazionale, soprattutto nei Paesi del Nuovo Mondo.
La riforma dell’Ocm vino, come ha sottolineato con amarezza il presidente dell’Unione Italiana Vini Andrea Sartori, “
lascia per strada pezzi importanti dell'originaria proposta del commissario Fischer Boel fortemente improntata a un rilancio dei vini europei in ambito internazionale e ha il sapore quindi di un'occasione perduta”.
Resta difatti confermato “l'utilizzo del saccarosio nella pratica di arricchimento dei vini nei Paesi del Nord Europa” ed il problema non è tanto l’assenza di una contropartita finanziaria sufficiente a coprire il maggior costo che i produttori dell'area mediterranea dovranno sostenere per l'utilizzo del mosto concentrato, che ha un costo superiore rispetto allo zucchero, ma il continuare ad insistere nell’autorizzare vini che senza la zucchero o l’Mcr (mosto concentrato rettificato) non potrebbero vedere la luce.
Per quanto importanti personaggi del mondo cooperativo si siano precipitati a “benedire” l’uso dell’Mcr, definendolo “un prodotto assolutamente affidabile e sicuro, di facile impiego, molto più puro e senza quei piccoli difetti che aveva quando è stato introdotto”, come vedremo più avanti restano seri dubbi, nel mondo scientifico e della ricerca, sulla “neutralità” dell’Mcr, sull’assenza di influenze che il suo uso avrebbe nel caratterizzare il vino dove viene impiegato.
Inoltre, anche se gli stessi personaggi plaudono all’Mcr perché la sua produzione “consente di togliere dal mercato delle eccedenze di uva che appesantirebbero inutilmente il mercato stesso”, il finanziamento alla realizzazione di Mcr continua ad incoraggiare una produzione non destinata al mercato e incapace di confrontarsi con il mercato, e sostanzialmente assistenziale proprio come quella produzione di vini destinati alla distillazione che avrebbe dovuto essere bandita, nel progetto originario dell’Ocm vino, e che invece è rimasta.
La riforma prevede difatti tuttora “la
possibilità di finanziare misure di adeguamento della filiera produttiva, di distillare i sottoprodotti della distillazione (fecce e vinacce) erogando l’aiuto ai distillatori (mentre non è previsto nessuno aiuto o prezzo minimo per i viticoltori) sulla base dei costi di raccolta e di trasformazione di adottare la distillazione di crisi (obbligatoria o volontaria), per un periodo di quattro anni con la possibilità di concedere aiuti di Stato per arrivare fino ad un massimo del 20% delle risorse dell’envelope (programma). Per il restante periodo si potrà utilizzare invece solo il 15% dell’envelope nazionale. L’alcol ottenuto con la distillazione di crisi e con la distillazione dei sottoprodotti potrà ricevere un aiuto solo se utilizzato per scopi industriali-energetici. Inoltre, per un periodo di quattro anni, sarà possibile concedere un aiuto accoppiato per i produttori di vino che destinano il vino alla distillazione dell’alcol da bocca”.
Stupisce che la Commissione Europea non abbia voluto cogliere il carattere di vero e proprio “aiuto di Stato”, al quale giustamente si è più volte dichiarata contraria in un’ottica liberale e liberista, sia della produzione di vino destinato alla distillazione sia alla realizzazione di Mcr.
A questo proposito Riccardo Ricci Curbastro, Presidente della Federdoc ha chiaramente detto che “l’Ocm vino rischia come al solito di concorrere al finanziamento di operazioni essenzialmente passive, che non apportano alcun valore aggiunto alla filiera. Occorreva il coraggio delle grandi sfide e la determinazione nel cambiamento, ma questo purtroppo non sta avvenendo”.
Tra le altre misure della riforma ha luci e ombre la parte relativa all’estirpazione di vigneti, il cui programma volontario avrà una durata solo di tre anni e non di cinque e prevede che non possa essere estirpato più dell¨8% della superficie a vigneto nazionale. Ottima l’esclusione delle zone di montagna e di quelle a forte pendenza, e il fatto che il 3% delle vigne potranno essere esclude per misure ambientali, anche se a causa del mantenimento dei contributi alla distillazione queste viticolture di fondamentale importanza non potranno ottenere i finanziamenti necessari al loro sostenimento e rilancio.
Molte perplessità suscita invece la misura che istituisce un nuova categoria di vini da uve appassite al sole ( si tratta di capire meglio di cosa si tratti e quale rapporto abbia questa categoria con quella dei vini passiti storici) e ancora di più quella che prevede la “possibilità per i produttori delle Province di Trento, Bolzano, Sondrio e della regione Valle d¨Aosta di acidificare i vini sulla base di regole più appropriate”. L’acidità dovrebbe essere una nota naturale e distintiva dei vini di queste zone, anche nelle annate più calde, ed entrare nella logica dell’interventismo in cantina, che l’acidificazione rappresenta, non mi sembra proprio in sintonia con lo spirito di una produzione vinicola improntata alla biodiversità e all’affermazione dei valori della viticoltura di montagna.
Quanto al discorso relativo allo zuccheraggio o chaptalisation, come la chiamano i francesi, la vittoria dei produttori di vino del nord Europa, che senza il ricorso allo zuccheraggio non riuscirebbero (forse in passato, oggi con il global warming direi proprio di no) a raggiungere una sufficiente gradazione alcolica, penso che il commento più lucido allo "spirito pilatesco” che la riforma Ocm vino testimonia, con il “contentino” all’Italia costituito dall’aumento da 190 a 251,3 milioni di euro di contributi per “poter beneficiare degli aiuti ai mosti per l’arricchimento”, aiuti che potranno essere concessi solo per quattro anni, ma con una forte riduzione dei contributi per lo sviluppo rurale, sia stato pubblicato su quel Corriere della Sera del 20 dicembre che pur titolava, con una singolare interpretazione dei fatti “zucchero nel vino, sì della Ue. L’Italia: il nostro resta puro”. Ma quale purezza!
Ad aver parlato con encomiabile lucidità, intervistato da Francesco Arrigoni, è stato uno dei massimi esperti mondiali di viticoltura, il professor Attilio Scienza. Lo zucchero, ha sostenuto, “sia esso mosto concentrato o saccarosio, è un anacronismo, lasciamolo pure usare ai tedeschi al Nord, che rappresentano una produzione di circa 10 milioni di ettolitri, un quantitativo equiparabile a quello della sola Sicilia”.
Secondo Scienza “qualche nostalgico sostiene che certi vini con l’aggiunta di zucchero anziché Mcr sono più fini ed eleganti, ma è una fandonia. Con il cambio climatico in corso non abbiamo più bisogno di arricchire o zuccherare, anzi, con la moderna viticoltura improntata a produzioni per ettaro molto ridotte abbiamo il problema inverso, facciamo vini troppo alcolici che arrivano facilmente ai 14 gradi, troppo concentrati per il gusto del consumatore moderno, che beve meno (anche per i controlli sull’alcol) ma beve meglio”.
Pertanto continuare a finanziare, mediante contributi comunitari (che sono sempre soldi versati dai cittadini dei singoli Stati membri), l’arricchimento dei mosti e la distillazione “di soccorso”, che per certe regioni vinicole, anche italiane, è invece strutturale e costituisce l’unica ragione della presenza di migliaia di ettari di vigna, è una misura debole, senza coraggio e senza prospettive. Non si risponde di certo in questo modo, rinunciatario, all’offensiva dei Nuovi Paesi produttori.
Questa riforma Ocm vino non è certo dalla parte dei tanti viticoltori e produttori seri che cercano di tradurre nei loro vini, senza interventismi e pasticci, la “verità” del vino proveniente dai loro vigneti in quella data annata.
E non è certo, credo, dalla parte della sommellerie, che diffonde il messaggio del vino autentico, espressione di una cultura e di un savoir faire antico, di una civiltà del vino con la quale la logica dei mosti concentrati, dello zuccheraggio, delle distillazioni, delle misure distorsive del mercato, ribadita da questa deludente riforma dell’Ocm vino non ha proprio nulla a che fare.
Franco Ziliani


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