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Gli ottimi rapporti esistenti sia a livello lombardo che nazionale tra l’A.I.S. e l’O.N.A.V. mi consentono, senza pormi alcun problema (che non esiste) di “schieramento”, di prendere lo spunto dall’ottimo banco d’assaggio di vini valtellinesi, intitolato La Valtellina conquista Bergamo, ottimamente organizzato lunedì 26 dall’Onav, Ordine nazionale assaggiatori vino, nella splendida cornice del ristorante Pianone in quel di Bergamo alta, per dire la mia, da amico della Valtellina quale pubblicamente mi dichiaro, sui vini di questa splendida vallata lombarda. A proposito: lunedì 3 dicembre si replica e prosegue il tour lombardo, questa volta con la regia A.I.S., delegazione di Varese (vedi), nella cornice di Villa dei Pini, a Fagnano Olona, dalle ore 17,00 alle 21. Diciassette le aziende presenti (Ar.Pe.Pe, Balgera, Bettini, Caven Camuna, Conti Sertoli Salis, Dirupi, Fay, Fruviver, Le Strie, Alberto Marsetti, Nino Negri, Pietro Nera, Nicola Nobili, Plozza, Prevostini, Rainoldi, Triacca – a Varese ci sarà anche Gianatti Giorgio) ed una gamma di vini molto vasta, variante dal Valtellina Superiore DOCG, al Rosso di Valtellina Doc al Terrazze Retiche di Sondrio Igt per arrivare alla chicca rappresentata dallo Sforzato di Valtellina DOCG. Annate diverse in degustazione libera, in una gamma ampia che andava dalle riserve di Valtellina Superiore 1996, 1998 e 1998 di alcune aziende (Arpepe e Balgera) a Igt Terrazze Retiche 2006, 2005, 2004 e 2002, dal Rosso di Valtellina Doc 2005 sino ai Valtellina Superiore delle diverse sottodenominazioni di annata varianti dal 2000 al 2004. Per chiudere, infine, con una serie di Sfursat di annate 1998, 2002, 2003 e 2004. Qualcosa come circa una sessantina di vini disponibili in degustazione, nelle quattro ore di apertura del banco d’assaggio. Non ho, ovviamente, degustato tutto, sia perché molti vini li conoscevo già, sia perché mi sono concentrato in particolare su vini che conoscevo meno, ma devo dire che ho assaggiato abbastanza per una rinfrescata delle mie idee, già chiare, sulla Valtellina, su vini di annate, stili, filosofie diverse. Tutto sarebbe andato bene, a mio modesto vedere, se anche dinnanzi ad un’eterogeneità dei risultati, specchio di zone diverse di produzione (perché un Sassella è profondamente diverso da un Valgella, e uno Sforzato non può che essere l’enfatizzazione del discorso vinoso valtellinese), di sensibilità, savoir faire, ispirazioni, punti di riferimento e concezioni del Nebbiolo diverse, il filo rosso saldissimo fosse rimasto quello di un comune “parlar Nebbiolo”. E non solo il raccontare la fiaba bellissima del Nebbiolo, delicato e inconfondibile negli aromi, elegante, suadente, color rubino granato senza esagerazioni cromatiche, echeggiante quasi il Pinot noir nella sua dolcezza, con i tannini a costituirne l’ossatura, ma il chiarissimo, inconfondibile evocare la provenienza, l’origine, la matrice di un Nebbiolo che non in un posto qualsiasi nasce bensì nello splendore e nel nitore dei vigneti terrazzati di montagna valtellinesi. Bene, si fa per dire, con tanti (troppi purtroppo) vini targati Valtellina di oggi, si fa assolutamente fatica a capire di trovarsi di fronte ad un vino che nasce, con immensa fatica ed eroica passione, da vigneti provenienti da terroir e da microclimi unici al mondo come sono quelli di questo autentico archetipo e paradigma della viticoltura di montagna (915 ettari terrazzati con forte difficoltà strutturali per altitudine e forte pendenza sui 995 complessivi - vedi) ben tutelata da un organismo come il Cervim (vedi sito Internet). E di fronte a troppi vini, tecnicamente ineccepibili, si fatica a capire quale sia il senso, il filo conduttore di un continuare a produrre qui, con un numero ben superiore di ore di lavoro per ettaro necessarie, e non, invece, se questa è l’ispirazione, spostarsi altrove, in territori diversi, per onorare il difficile mestiere di viticultore e vinificatore. Con questo non intendo assolutamente dire che nei vini valtellinesi, così come è purtroppo successo negli anni Novanta nella zona del Barolo e del Barbaresco, anche se oggi si tende a far finta di niente e a dimenticare, si registrino influenze e sotterranee presenze di uve che con la Chiavennasca (ed eventualmente delle piccole percentuali di Rossola nera e Pignola utilizzate) non hanno nulla, ampelograficamente, storicamente, culturalmente e filosoficamente a che fare. Voglio solo dire che molti vini non profumano di Nebbiolo, non lasciano il Nebbiolo libero di sprigionare il tesoro delle sue ineffabili delicatezze aromatiche, ma ne tarpano le ali, a causa di due malintese interpretazioni di come un Nebbiolo di montagna di Valtellina si debba proporre oggi. Da un lato la ricerca della concentrazione e dell’opulenza (che non è un fenomeno che tocca solo gli Sforzato, purtroppo, ma si estende a quei vini simbolo della Valle che dovrebbero essere i Valtellina Superiore (Sassella, Inferno, Grumello, Valgella e Maroggia), l’esaltazione del carattere fruttato a discapito della sottolineatura della sublime leggerezza e della finezza degli aspetti legati alla mineralità che è una costante in tanti vini di oggi. E dall’altro, aspetto che mi apparso chiarissimo con dolorosa evidenza durante gli assaggi anche di vini i cui artefici so essere rigorosi e appassionati viticoltori, l’ostinazione, anche quando i consumatori hanno lanciato segnali talmente evidenti circa il loro orientamento e gusto in materia, da essere facilmente decodificabili, ad abîmer les aromes du Nebbiolo (come direbbero i francesi), a degradarli, coprirli, modificarli sensibilmente, nasconderli, con strati su strati di rovere francese o americano. Io continuo a pensare, e mi rafforza in questa convinzione il vedere un crescente numero di vini che guardano in questa direzione (assaggiare, per credere, il più recente dei vini apparsi sulla scena valtellinese, il Valtellina Superiore 2005 della piccola cantina Dirupi (sito Internet), senza dimenticare l’altrettanto piccolo e recente, di storia produttiva, Valtellina Superiore 2004 de Le Strie, oppure il Valtellina Superiore Grumello di Alberto Marsetti, per tacere dell’esempio storico dei vini di Arpepe), che un vino di Valtellina degno di questo nome debba avere il potere magico di trasportare chi lo degusti in un’atmosfera pervasa di nitida purezza nebbiolesca, mix di frutti rossi e pietra, di sapidità nervosa e di tannini mordenti il giusto. E non certo di immergerlo (o inabissarlo?) negli aromi, prevedibili e graveolenti di legno e di tostatura, di un bosco del Massiccio Centrale francese o di una tonnellerie dove si costruiscono barrique più o meno tostate. In troppi vini valtellinesi, ancora oggi, la Valtellina non “parla”, non comunica, tace ed il messaggio enoico che parte, anche se il Consorzio di tutela Vini di Valtellina nei suoi documenti continua a parlare giustamente di "un territorio unico, per vini unici”, è quello, spesso confuso, indistinto, non appealing perché ampiamente déja vu, di un vino rosso internazionale, ricco, potente, concentrato, non sempre facile da bere, dove è il contenitore, ovvero il legno, a prevalere sul contenuto. E questo potrà, forse, se l’ha, avere una qualche logica, commerciale, di più facile riconoscibilità (ma perché più simili ad altri che dovrebbero essere ben diversi, non perché unici ed inimitabili), da parte dei consumatori esteri meno avvezzi al “linguaggio” enoico valtellinese. Ed è stato comprensibile, forse, nel periodo, immediatamente seguente agli anni Ottanta del silenzio e di una sorta di oblio di cui la Valtellina era caduta vittima, quando per tornare a catturare l’attenzione del pubblico italiano occorreva adeguarsi e conformarsi agli stilemi in voga. Ma non ha più, in my humble opinion, alcun senso oggi, quando la Valtellina è tornata a recitare un ruolo importante sulla scena del vino italiano e alla Valtellina molti, gli appassionati del Nebbiolo, che sono una particolarissima e speciale categoria degli amici di Bacco, guardano con fiducia, sperando di poter trovare, nella terra del Bitto e dei pizzoccheri, vini a prova di omologazione enoica. Vini bandiera della bio, anzi della ampelo-diversità. Sarebbe davvero un peccato deludere, nel nome di una eterogeneità stilistica che alla fine genera un messaggio confuso, queste legittime aspettative. Il popolo del vino ha sete di vini che la Valtellina non la dichiarino solo in etichetta ma la dichiarino orgogliosamente e la rivelino, con il suo fascino unico, nel bicchiere… Franco Ziliani
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