 |
E’ stato davvero molto interessante, soprattutto per chi, come me, non poteva vantare una lunga consuetudine e confidenza con il vino e che ha partecipato soprattutto “per imparare”, prendere parte alla prima edizione della manifestazione Picolit en primeur, ben organizzata dal Consorzio Colli Orientali del Friuli, che per due giorni ha concentrato l’attenzione di un gruppo di cronisti del vino italiani e stranieri sul più enigmatico (e sfuggente) dei vini friulani. Un vino dal passato leggendario (citato con questo nome già in un documento del 1682, elogiato come “il Tokay germano” da Carlo Goldoni, conteso dalla Corte di Francia e da quella Imperiale d’Austria nel Settecento, all’epoca di quel Conte Asquini da Fagagna che per primo ne capì lo splendore e ne determinò il mito), ma che oggi, quando pure è diventato Docg, con la vendemmia 2006 da poco entrata in commercio, deve ancora capire… cosa fare da grande e scegliere quale debba essere la propria identità. Così dicendo non si intende in alcun modo mettere in discussione la “grandezza” del Picolit, la sua assoluta particolarità. Aspetti che sono stati sottolineati in maniera puntuale nel corso di un utile convegno dalle interessanti relazioni scientifiche di Roberto Zironi ed Enrico Peterlunger, che hanno inquadrato la “problematicità” del Picolit, la sua variabilità genetica nell’areale di produzione, la necessità di un sito adatto, con terreno povero, buona esposizione e ventoso (da qui il suo genius loci) per esprimersi, la necessità di fecondazione incrociata con altre varietà perché cultivar morfologicamente ermafrodita ma fisiologicamente femminile, la ricerca di un equilibrio ottenuto moderando la spinta vegetativa. Aspetti sottolineati in maniera più passionale, storica, "esperienziale", potremmo dire, da Walter Filiputti secondo il quale si sta commettendo “l’errore di ridurre il Picolit a solo “vino da meditazione” mentre occorre invece farlo bere a tavola (e ad abbinarlo anche a cose inconsuete, anche ostriche, animelle e quaglie ripiene di quel foie gras che resta il mariage ideale del vino, come è stato fatto, con alterni risultati, nel corso delle due cene tematiche dedicate al vino). Oppure dal giornalista Ian D’Agata, che raccontando il proprio “innamoramento” per il Picolit ha delineato le microaree all’interno della già ristretta area di produzione (Cialla quale zona più fresca, Bosco Romagno e Rosazzo come le più calde), rivelato la presenza in passato del Picolit anche in altre zone, in Toscana ed in Veneto (zona di Conegliano, del Trevigiano e del vicentino) nel Settecento, quindi nell’Isonzo ed in Emilia Romagna nel secolo scorso, e soprattutto ha proposto di guardare al Picolit come ad un vino dotato di tre tipologie diverse, varietale, appassito, botritizzato, che abbiano come filo rosso, quale elemento irrinunciabile, la sua naturale eleganza. Tutte belle ed interessanti queste cose, le storiche citazioni di Veronelli secondo cui “Il Picolit è per l’Italia ciò che lo Château d’Yquem è per la Francia”, di un grande ampelografo come Italo Cosmo, secondo il quale “può competere con i migliori vini da dessert del mondo”, o di Mario Soldati che lo giudicava “più concentrato e secco di Yquem”, ed il lavoro, cui Zironi ha partecipato in prima persona, teso alla definizione di un Picolit modello, “un vino in cui al carattere dolce e all’elevata corposità sia associata un’acidità moderata ed un insieme complesso ed equilibrato delle diverse componenti organolettiche”. Splendida cosa l’arrivo della Docg, il cui disciplinare fissa la produzione in 40 quintali per ettaro di uva, ovvero in 22 ettolitri ettaro in vino, ma che, inspiegabilmente, tranne nel caso di Cialla, non contempla l’obbligo dell’utilizzo in purezza di uva Picolit, ma prevede in maniera molto “pilatesca” ”Picolit per almeno l’85%. Possono concorrere alla produzione anche le uve di vitigni a baccabianca idonee alla coltivazione nella Regione autonoma Friuli – Venezia Giulia in misura non superiore al 15% con esclusione del vitigno Treminer Aromatico”, ma quando si passa dall’enunciazione teorica, dai buoni propositi, alla pratica, ovverosia all’assaggio dei vini, qualcosa non torna. Buoni vini, in alcuni casi ottimi, soprattutto quelli espressioni di annate come il 2004, come il 2001 ed un interlocutorio 2005, ma vini che non sembrano essere collegati tra loro, e seppur tenendo conto della distinzione tra Picolit varietale, appassito, botritizzato proposta da D’Agata e fatta salva la sacrosanta libertà del produttore di esprimersi, di caratterizzare il proprio vino, sembrano essere interpretati e “vissuti” ognuno, o quasi, a modo proprio. Un’evidenza, l’assoluta eterogeneità stilistica, che se poteva passare come elemento assodato nel passato recente del Picolit, dove il ricorso all’appassimento non era ancora patrimonio comune ed elemento qualificante e dove molte aziende preferivano proporre un vino fresco, non può essere l’ideale base di partenza per costruire un futuro luminoso, che è emersa, clamorosamente, dall’assaggio en primeur (non si chiamava Picolit en primeur la manifestazione?) di qualcosa come 29 campioni dell’annata 2006, la prima a fregiarsi della Docg. Lungi da me, che tecnico non sono, caricare di significati, che non può assolutamente avere, un assaggio in anteprima di vini, in fieri - “wine in progress” avrebbe dovuto figurare sulle loro bottiglie - che in larga parte sono ancora in affinamento in legno. Ma se il riscontro dell’assaggio, con una percezione della tipicità che come ci ha ricordato il professor Zironi “è fortemente correlata al gusto personale”, al vissuto di ognuno, ad un archetipo o ideale di Picolit, può essere soggettivo, anche se lo spettacolo di vini dal colore profondamente diverso, variante dal paglierino dorato sino all’ambrato acceso al mogano (un universo cromatico che spaziava dal Sauternes al Passito di Pantelleria, al Vin Santo al Madera) costituisce un elemento “oggettivo”, incontestabili, più del responso naso-palato, e inquietanti sono però apparsi i dati analitici, intelligentemente forniti, di ognuno dei 29 vini degustati. Come si può difatti costruire un’immagine unitaria – e vincente – del Picolit se i tempi di appassimento dei vini possono variare da un minimo di 10 ad un massimo di 90 giorni, se le percentuali delle uve appassite utilizzate nel vino finale passano da un minimo del 60 per cento (con varianti a 70-80-90) ad un totale del cento per cento, se il quantitativo di zucchero residuo grammi litro finale stimato passando da un regime, quasi secco, di 13,61 ad una quota massima di 321, con passaggi a 110, 150, 206 ? Unico elemento comune l’acidità totale finale stimata, che nei 29 vini variava da 5 ai 7, perché anche la data di uscita sul mercato prevista era mutevole, passando in alcuni casi da ottobre 2007 (vini dunque già in commercio) a giugno 2008, al gennaio 2009, sino al 2010-2011 annunciato da alcuni. Non sarò certo io ad auspicare una qualsiasi forma di standardizzazione e di omologazione di un vino, che, come il Vin Santo toscano, deve mantenere uno spirito “anarchico” e alieno da regole strette (come certi fuoriclasse del calcio che devi mandare in campo e lasciare liberi di esprimersi) e non posso che concordare in pieno con Walter Filiputti quando osserva che “se il Picolit non trasmette emozioni non va bene, perché deve entrare nell’anima del consumatore”. Però quando le dimensioni del fenomeno Picolit sono 60 ettari scarsi vitati, una produzione valutata intorno alle 130-150 mila bottiglie, un’areale ristretto ad una fascia ben delimitata, vedi articolo 3 del disciplinare, dei Colli Orientali, quando il comma 5 dell’articolo 5 del disciplinare stesso parla ancora di “pratiche enologiche locali, leali e costanti, atte a conferire ai vini le loro peculiari caratteristiche”, sarà pure legittimo chiedere un minimo di riconoscibilità, uno “stile” Picolit che non sia contraddetto da un altro “stile” che non appaia completamente opposto ? Ottima l’idea di proporre i 29 campioni in degustazione in una speciale bottiglia comune da mezzo litro, concepita e creata per l’occasione sul modello dell’antica bottiglia settecentesca del Conte Asquini, e disponibile per l’uso da parte delle aziende, ma perché mai, visto che questa speciale bottiglia problemi tecnici non presenta ed è anzi di pregevolissimo aspetto, i produttori disposti ad utilizzarla, proponendo in tal modo un’immagine comune del Picolit, sembrano essere solo una ristretta minoranza? Bellissimo e nobile vino il Picolit, nato in una zona splendida dove la luce, come canta la cantautrice triestina Elisa, “cade dagli occhi sui tramonti della mia terra”, ma come si può pensare di riproporre ai giorni nostri un “mito”, un’idea forte e chiara di questo vino unico ed inimitabile se poi i produttori continuano a pensare ad un Picolit concepito a propria misura? La varietà va bene, ma la logica pirandelliana dell’uno, nessuno e centomila, del relativismo eletto ad estetica enologica non può funzionare, nemmeno per una leggenda dal cuore antico come il Picolit… Franco Ziliani |