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26 Settembre 2007
Una verticale rivela la grandezza (quasi sconosciuta) del Nebbiolo di Donnas
Organizzarla non è stato agevole, avendo a che fare con una cantina secondo la quale “verticali” sono soprattutto le posizioni, davvero impossibili, di certi vigneti dove “la pendenza può arrivare sino al 115%”, e molto meno le degustazioni a ritroso nel tempo, che ti consentono di capire l’evoluzione, la stoffa, la personalità del vino nell’arco di una serie di annate.
Una volta riusciti a convincere i responsabili della Cave che togliere un po’ di polvere, e non solo metaforicamente parlando, da quelle vecchie bottiglie un po’ dimenticate che riposavano in cantina, sarebbe stato non un esercizio ozioso e stravagante, dettato da una forma di “gerontofilia enoica” e da un “insano” amore per il Nebbiolo invecchiato, ma una forma interessante di verifica, soprattutto ad uso interno, per capire su quali vini potessero contare, sulla loro tenuta nel tempo, allora questa degustazione ha potuto veramente diventare una grande esperienza, qualcosa da cui trarre utili indicazioni e validi spunti di riflessione.
Come racconta, molto bene, in questo articolo pubblicato sul sito Internet LaVINIum, in cui è già stato praticamente detto tutto, l’amico e sommelier Alessandro Franceschini, che ho voluto coinvolgere in questa “avventura”. Nel panorama delle (sei) cantine cooperative valdostane, le Caves Coopératives di Donnas, 85 soci conferitori che possono mediamente contare su 1500 metri quadri ciascuno, dunque in un quadro di parcellizzazione estrema, 25 ettari vitati, tutti terrazzati, distribuiti tra i comuni di Donnas, Pont-Saint-Martin, Perloz e Bard ed una media di 1500/1700 quintali di uva prodotta, per una produzione totale di 150 mila bottiglie circa, non gode di un’immagine in grande spolvero.
Questo nonostante l’antica storia della Cantina, nata subito dopo l’arrivo della Doc Donnas, la prima in Vallée, nel 1971 e nonostante un lavoro meritorio di miglioramento fondiario che ha portato ad una serie di interventi in terreni non omogenei e alla gestione diretta di alcuni vigneti dei soci (che devono, per statuto conferire tutte le uve alla Cantina), la cui età media si colloca tra i 65 ed i 70 anni. Nel rinnovamento, cui ho accennato in un precedente articolo, nel “rinascimento” che stanno conoscendo la viticoltura ed il vino valdostano, l’areale di Donnas (come pure quello di Arvier) é un po’ rimasto isolato senza essere coinvolto e le grandi potenzialità legate al poter “giocare” con un vitigno difficile, ma obiettivamente grande, come il
Nebbiolo, chiamato localmente "Picoutener" o Picotendro, (nelle vigne, in un regime di ampelodiversità, sono presenti diversi tipi di Nebbiolo, tra cui varietà come la chiavennasca valtellinese…), non sono state interamente colte.
So bene che la situazione è difficile, che, come ha scritto Franceschini, sono necessarie “quasi mille ore di lavoro per mantenere un ettaro vitato a Donnas”, che il mercato è soprattutto locale e vede circa l'80% della produzione non varcare i confini della Valle, che “bisogna fronteggiare il problema dell'abbandono di molte vigne, che d'altronde hanno sempre rappresentato, come oggi, un "secondo lavoro" per tutti da queste parti”.
Ma quando si opera, e non solo a parole, in un regime di autentica viticultura eroica di montagna (prego provare ad inerpicarsi tra i sassi, i ciottoli ed i sentieri ed i ristretti camminamenti che attraversano vigneti a pergola, chiamata “topia” localmente, posti intorno ai 400 metri di altezza, per avere la misura della situazione), e quando si ha l’onore - e l’onere - di lavorare con il
Nebbiolo in una denominazione che ha la notorietà e l’antico lignaggio di Donnas, occorre avere la lucidità progettuale, la giusta intraprendenza e quel pizzico di orgoglio che rende praticabile e “sensato” anche il progetto più “folle”. Il non accontentarsi della “politique politicienne”, del piccolo cabotaggio, dell’adattarsi a seguire il mercato, ma mirare alto, con forza, ostinazione, coraggio.
Oggi le Caves Coopératives di Donnas non godono dell’immagine che meriterebbero, e questo capita, spiace dirlo, perché si stanno sprecando energie per produrre troppi altri vini rispetto al Donnas “base”, l’etichetta bianca che costituisce il simbolo e l’orgoglio della cantina (Pinot grigio coltivato su terreni sciolti di fondovalle sulla sinistra della Dora, vini da tavola giovani e non di grandi pretese, anche a base di quell’uva, tipicamente canavesana come l’Erbaluce, che è presente nei vigneti e cui sono stati destinati anche nuovi impianti, vendemmie tardive, e poi versioni, stravaganti e un po’ modaiole del Donnas, una in barrique o tonneau e l’altra concepita come una sorta d’improbabile Sforzato o Amarone in terra valdostana).
Vini che non aggiungono nulla all’immagine di Donnas, che sottraggono energie, che impediscono di concentrarsi, come sarebbe giusto, sul vino che fa la nobilitate delle Cave, prodotto con quello stile tradizional – moderno, ovvero fermentazioni non lunghissime intorno ai 12 giorni, uvaggio come previsto dal disciplinare, ovvero 85% Nebbiolo e 15% di Neyret e Freisa, affinamento per 18 mesi in botti grandi, ma non grandissime da 25 ettolitri, non di rovere di Slavonia, ma di rovere francese, che permette loro di diventare grandi.
Grandi ma in maniera quasi inconsapevole, se si considera che il Donnas dell’annata corrente, il 2004, “viene via” intorno ai 6 euro, esatto, ho detto sei euro, nel punto vendita della cave, e che il vino viene venduto e probabilmente stappato e bevuto quando esprime solo una piccola parte della propria grandezza.
Che viene fuori, come la nostra degustazione verticale, annate 1995, 1996, 1997, 1999, 2001 e 2003 ha dimostrato, solo se al vino si crede fortemente e gli si concede il giusto tempo, con la debita pazienza (si tratta sempre di Nebbiolo, invecchiato, pardon, affinato per 18-24 mesi in legno, perbacco!) per maturare, respirare, esprimersi compiutamente.
Con questo non intendo dire che aumentando il prezzo e portandolo a dieci euro, cambierebbero la percezione e l’immagine del vino, per le quali c’ancora molto da fare. Dico, invece, che lo si potrebbe vendere a dieci, magari dodici euro (oggi ci sono fior di produttori che vendono in cantina il loro Barbaresco dell’ottima annata 2004 tra i 12 ed i 15 euro), commercializzandolo, nelle grandi annate, dopo un periodo ulteriore di riposo (un paio d’anni) in cantina, da cui uscirebbe, come ci hanno dimostrato i 1997, i 1999, i 2001 (un signor vino dalla stoffa avvolgente, fresco, lungo, sapido, pieno di sapore e freschissimo, che farebbe una figurona, parola, anche se inserito come il classico “imbucato” in una degustazione di Barbaresco o Barolo pari annata), in splendida forma. In grado di accendere, più efficacemente di come faccia ora, i riflettori sull’eroica viticoltura di montagna di Donnas.
Sull’opera della cantina, sul lavoro, silenzioso, tenace, caparbio, faticoso (mille ore di lavoro ad ettaro, su e giù per terrazzamenti e vigneti in forte pendenza, non sono proprio uno scherzo, soprattutto se gli anni cominciano a farsi sentire…), di quei vignerons che, come Elso Cappellin, che abbiamo incontrato quel giorno e che orgogliosamente ci ha condotto tra le proprie vigne, tengono duro e assicurano la sopravvivenza del più “piemontese”, ma al tempo stesso profondamente valdotaine, dei vini della Vallée.
Non aggiungerò una parola, condividendo in pieno, anzi, sottoscrivendo le sue tasting notes, a quanto Alessandro Franceschini ha scritto, descrivendo, annata dopo annata, il valore, la vivacità, l’eleganza, il nitore nebbiolesco, la personalità dei vini che abbiamo avuto il privilegio di degustare.
Certo, nessuno pensa sia possibile commercializzare oggi quel 1995 tanto “valtellinese”, ma una Valtellina old style e tradizionale, non quella de-valtellinizzata e dominante di oggi, oppure gli ottimi 1997 o 1999, ma quel 2001 - accidentaccio, ci avessero creduto, ne avessero messa da parte una “riserva” e ce ne fosse ancora – oggi avrebbe, più del 2003 (piacevole e ben fatto ma molto 2003) e del giovanissimo, precoce 2004, molte e belle cose da raccontare a proposito della qualità e della personalità del
Nebbiolo di Donnas.
Quando si ha la fortuna di disporre di un tesoro, di qualcosa di veramente bello e buono, farsi prendere dalla fretta, non dare il giusto valore al tempo, che con i vini veri non può essere che galantuomo, e quindi non provare a “pensare il Donnas in grande”, è un vero peccato. Giusto e doveroso, quindi, ricordarlo agli amici delle Caves Coopératives de Donnas.
Franco Ziliani


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