 | E’ stato presentato di recente a Roma, promosso dal giornalista Andrea Gabbrielli e prontamente raccolto da noti imprenditori e personaggi del vino come Andrea Sartori (Casa Vinicola Sartori e presidente dell’Unione Italiana Vini), Piero Mastroberardino, produttore irpino e presidente della Federvini, Filippo Mazzei, il direttore del Consorzio del Brunello di Montalcino Stefano Campatelli, l’enologo Vittorio Fiore, un Appello del vino italiano (il cui testo completo ed i cui firmatari potete trovare su Internet a questo indirizzo Web) che rivendicando il successo della rivoluzione nelle tecniche enologiche introdotte negli ultimi decenni, di fatto rivendica fortemente “la libertà di ricercare nuove tecniche enologiche che portino a migliorare sempre di più i nostri vini”, in contrasto con "una corrente culturale che vuole imporre una visione che tende a limitare gli orizzonti della ricerca e dell'enologia." L’Appello denuncia inoltre “un preoccupante atteggiamento di chiusura nei confronti dell’evoluzione della scienza enologica e dei mezzi che essa mette a disposizione”. Per capire il reale significato di questo Appello e le intenzioni dei suoi promotori ho rivolto alcune domande al suo ideatore, il giornalista romano Andrea Gabbrielli, collaboratore del Corriere Vinicolo e di numerose altre testate. Gabbrielli, com’è nata l’idea di questo appello, e chi è rivolto? L’idea dell’Appello è nata giorno per giorno nell’ambito del mio lavoro di cronista, dai tanti incontri e confronti con imprenditori grandi e piccoli che effettuo frequentemente per i miei servizi, dei miei viaggi in Italia e soprattutto all’estero, dove ho potuto toccare con mano cosa gli altri pensano e si aspettano dal nostro vino e cosa e come si muovono gli altri Paesi produttori. A tutto ciò va aggiunta una riflessione sull’attuale OCM Vino che, indipendentemente dal giudizio negativo su molti punti, pone con forza alcuni problemi di razionalizzazione dell’intero comparto a cui non si può più sfuggire. Non ultima la considerazione che nell’Europa a 27, i Paesi produttori sono sempre più una minoranza rispetto ai paesi consumatori, i quali sono portatori di necessità e hanno priorità molto diverse dalle nostre. È una realtà molto complessa che a causa della massiccia dose di autoreferenzialità di cui è viziato il mondo del vino nostrano – sindrome di cui la stampa enologica non è affatto immune – spesso sfugge a chi scambia i propri problemi per quelli del mondo intero. Insomma, per farla breve, è una riflessione “a tutto campo” che ha avuto come acceleratore la querelle sui chips. Una discussione che mi ha profondamente colpito – ma non è l’unica purtroppo - che invece di essere un’occasione di approfondimento tecnico e scientifico è stata affrontata con slogan ad effetto e agitando fantasmi, tra tutti quello gravissimo di possibili danni alla salute, che ad una ulteriore seria, ennesima verifica scientifica, si sono sciolti come neve al sole. Anche perché la querelle sui chips, che insisto a considerare assolutamente marginale, è stata una discussione tutta italiana – a parte qualche chiacchiera limitata in Francia – mentre il resto dell’Europa vinicola, non ci ha perso molto tempo. Da noi è durata mesi. Una spiegazione c’è. Ormai il vino è diventato vera e propria merce di scambio per politici e associazioni e per alcuni, ha sicuramente pagato in termini di visibilità. L’Appello è rivolto a tutti coloro hanno a cuore le sorti del vino italiano, indistintamente, e ha l’obiettivo di sollevare un dibattito nel settore su alcuni temi che dovrebbero essere scontati, ma a quanto pare non lo sono affatto. Personalmente poi sono molto orgoglioso e grato dell’apporto di Federvini e Unione Italiana Vini e di tutti quelli che hanno ritenuto di aderire. In ogni caso credo che il discorso del vino italiano nel futuro, stante la situazione descritta all’inizio, non è più sufficiente affrontarlo solo con la qualità, ma affrontando seriamente il discorso del mercato e della competitività. Certo, le esportazioni stanno andando bene, non sono ancora sufficienti a garantire di mantenere i livelli attuali di superficie vitata e di produzione. Insomma dobbiamo incrementare le esportazioni ancora di più perché il mercato interno è ormai saturo. Da qui la necessità di affrontare con mentalità e strumenti nuovi, un mondo e un mercato che cambia in fretta. Nell’appello si celebrano la fantasia e l’innovazione italiana, simboleggiata dai Super Tuscan, capace di proporre nuovi modelli vinicoli fuori dagli schemi e dotati di un’analoga capacità di rinnovamento per il vino italiano del XXI secolo. Non esistono dubbi sul valore e sulla portata, oggi decisamente meno forte, di questo modello ? Nulla di tutto ciò. Nelle intenzioni dei firmatari non c’è nessuna voglia di riproporre modelli già sfruttati, perché sarebbe la negazione dell’idea stessa di innovazione. Il richiamo a quell’esperienza è piuttosto un invito ad avere mente aperta e disponibile verso il cambiamento degli scenari internazionali del vino, che di questi tempi parlano proprio di valorizzazione dei territori e delle viticolture tradizionali, ma in una chiave di compatibilità con le aspettative dei consumatori del mondo. Dunque il richiamo ai Supertuscans va letto come un appello a un problema di metodo, più che di merito. Da qui si può poi partire per affermare un altro aspetto, e cioè che considerando la rigidità delle nostre Doc, c’è sempre più il bisogno di uno spazio, come quelle delle attuali Igt, dove aziende e produttori possano esprimere la loro creatività e fantasia, pur mantenendo un legame con il nostro sistema delle denominazioni. Uno spazio di libertà e di sperimentazione che deve essere a tutti i costi mantenuto, difeso e sempre più ampliato, perché in questo ambito possono nascere le novità del domani. Un’ultima annotazione: nel mondo lo scontro è tra viticoltura di territorio e viticoltura di vitigno. Trovo gli Igt particolarmente adatti a dare vita a formule innovative in grado di contemperare gli elementi positivi di entrambi i modelli, per provare a competere sul terreno avversario (vitigno) facendo ricorso anche ai punti di forza del nostro modello territoriale. Nell’appello si afferma che “negli ultimi anni si è sviluppata una corrente culturale che vuole imporre una visione che tende a limitare gli orizzonti della ricerca e dell’enologia” ed inoltre che esiste “un preoccupante atteggiamento di chiusura nei confronti dell’evoluzione della scienza enologica e dei mezzi che essa mette a disposizione”. Può spiegare meglio mediante quali prese di posizione, questa corrente si è manifestata ? Da noi il positivismo indubbiamente non è mai stato particolarmente di moda e anche se Piero Angela ci piace molto, nei confronti della scienza abbiamo un atteggiamento assai tiepido e in definitiva ci affascina di più lo stregone di turno, che è proprio l’esatto opposto della scienza. Per quanto riguarda il mondo del vino ritengo che il termine impiegato nell’appello, ovvero “corrente culturale”, sia il più adatto per definire tutto quel mondo, assai variegato in verità, che con le motivazioni più diverse tende a porsi come guardiano dell’ortodossia produttiva e si presenta come l’unico interprete dell’autentico verbo enologico in base al quale ci sono vini più vini di altri, più autoctoni, più naturali, più tradizionali, ecc. ecc. Una logica che nei fatti divide il nostro mondo tra produttori buoni e cattivi, mettendo artatamente in contrapposizione grandi e piccole aziende, dimostrando così di non comprendere le specificità del mercato globale dove l’immediata suggestione non è la dimensione dell’impresa, ma se sei italiano, cileno, sudafricano o australiano. Quanto ai mezzi e alle tecnologie che continuamente vengono create, trovo che nelle scelte il buon senso dovrebbe essere preponderante, non senza aver effettuato prima una approfondita indagine sui problemi – ai consumatori in primis - che potrebbero eventualmente creare. In più non c’è da sottovalutare una forte presenza nel settore di una cultura dirigista che tende a disciplinare minuziosamente qualsiasi aspetto della vita agricola ed enologica con un viluppo di leggi, regolamenti, decreti che soffoca le piccole aziende e appesantisce le grandi. Una responsabilità che si deve equamente dividere tra chi ha gestito la nostra agricoltura negli ultimi 40/50 anni. Una nota a margine. Mi è capitato di richiedere l’adesione ad imprenditori, enologi e ad illustri docenti universitari, alcuni dei quali mi hanno detto che pur condividendo i contenuti dell’Appello non si sentivano di firmare per il timore di come questa firma poteva essere interpretata all’esterno. In un paio di casi c’è stato addirittura chi mi ha parlato apertamente di timore di una eventuale gogna mediatica. Non trovo che sia sintomo di un bel clima e anzi trovo, a questo proposito, che una riflessione sia necessaria nell’interesse di tutti, soprattutto di quelli che attribuiscono valore alla possibilità di espressione del libero pensiero. Da parte sua e dei firmatari dell’appello non esistono dubbi sulla possibilità che “sfruttando tutte le possibilità offerte dalla moderna enologia e tecnologia ad essa collegata, interpretando le sollecitazioni che vengono da un mercato ormai planetario” la viticoltura e l’enologia italiana possano arrivare a produrre vini che magari possano essere commercialmente rispondenti a determinate esigenze, ma che sono inevitabilmente molto simili tra loro e privi di quelle differenziazioni e caratteristiche dovute alle diverse zone d’origine e alle diverse uve utilizzate ? Mi sembra una banalizzazione del concetto di innovazione. Al contrario, si potrebbe facilmente sostenere, proprio alla luce dei messaggi che trapelano dal contesto internazionale, che investire nella ricerca all’interno di un sistema produttivo come il nostro, così denso di aspetti inesplorati o ancora troppo poco conosciuti, possa essere il modo più lungimirante per cogliere appieno tutta la sua complessità, utilissima per la crescita della competitività del nostro sistema vino. Mettere l’accento sull’approfondimento delle conoscenze tecnico-scientifiche nel nostro Paese può aiutare a selezionare sempre meglio gli elementi caratteristici e distintivi delle nostre produzioni, ma a mio avviso tale esercizio non può prescindere da una ricerca di compatibilità tra le caratteristiche delle nostre produzioni e le aspettative dei consumatori, altrimenti non si sta discutendo di un settore economico, di problemi di aziende e di mercati, ma di altro. Su un altro piano chiunque abbia una conoscenza, anche superficiale della situazione, sa che il mercato in quanto tale è un’astrazione degli economisti. Infatti sarebbe più corretto pensare ad un insieme di “nicchie” più o meno grandi, popolate da consumatori che hanno esigenze differenziate. Per cui se i vini in brick hanno alcune omogeneità e non hanno una territorialità così spiccata o il vitigno non è ben riconoscibile, non lo considererei un problema. Quanto al vino di fascia più alta e di prezzo adeguato, sono fermamente convinto che ogni azienda e produttore, stante le vigenti leggi in materia, debba fare il vino come meglio crede, sarà poi il mercato a decidere se quella proposta è rispondente o meno a certe caratteristiche di vitigno, zona, ecc. e quindi se sia da premiare oppure no. Comunque mi sembra che in Italia il numero dei colleghi “addetti al controllo di qualità” sia crescente tanto che nessun paese al mondo – almeno a quanto mi risulta – ha un numero così elevato di guide dei vini. Insomma i consumatori volendo possono scegliere tra infinite impostazioni di critica enologica e quindi sono convinto che se ci fosse una tendenza così forte all’appiattimento sarebbe stigmatizzata immediatamente….! Non c’è il rischio che elevando quasi ad oggetto di fede “l’evoluzione della scienza enologica e dei mezzi che essa mette a disposizione”, una scienza enologica che comprende anche aspetti inquietanti, oscuri e preoccupanti, si possano arrivare a realizzare “vini prodotto senz’anima” ? Nella mia vita personale e professionale sono sempre stato strutturalmente laico. Trovo quindi il termine “fede” poco adatto alla bisogna, ma credo che nessuno dei firmatari/promotori dell’Appello consideri tale l’evoluzione della scienza enologica. L’enologia come altre branche del sapere deve risolvere problemi molto concreti e ciò vuol dire dare delle risposte in un panorama mondiale in evoluzione, ad un clima che cambia, ai gusti dei consumatori e alle diverse modalità di consumo, ecc. Quanto agli “aspetti oscuri e preoccupanti” tutti i firmatari/promotori dell’Appello amano il vino e lo rispettano e se da una parte sanno che sarebbe miope rinunciare alle migliorie che il progresso ci offre dall’altra respingerebbero qualsiasi tentativo di renderlo una cosa diversa da quello che è. Cosa risponde a chi leggendo questo appello, che è stato firmato da molte aziende di rilevanti dimensioni, da qualche enologo e da pochi giornalisti, afferma che si tratta di un’orgogliosa rivendicazione, fatta da queste aziende, della logica industriale, tesa come è scritto nell’appello ad “abbassare i costi e aumentare i profitti delle aziende, rendendole sempre più competitive”, logica rispettabilissima e legittima, ma che industriale resta ? La mia impressione è che tale critica sia (come già la precedente equazione “innovazione = omologazione”) del tutto ingiustificata. Intanto perché non esiste un problema di contrapposizione tra la “logica industriale” ed altre logiche. Parlarne poi in senso deteriore è un tema ormai polveroso, vecchio, frutto di una cultura che dimostra tutti i suoi anni. La nostra filiera infatti è il risultato di una forte integrazione tra le due componenti, agricola e industriale, in cui la prima può trarre dalla seconda dei contributi organizzativi e di idee per dare maggiore efficienza e competitività alle aziende anche in funzione di limitare un certo assistenzialismo che di sicuro non contribuisce alla qualità. Le contrapposizioni tra “grandi aziende” e “piccoli artigiani” rischiano di far sorridere, se si pensa che quelle che in Italia sono considerate grandi aziende al di fuori dei nostri confini rappresentano delle piccole realtà, con tutti i problemi di massa critica organizzativa e strategica tipici delle imprese di ridotte dimensioni: insomma, anche il fattore dimensionale non è un riferimento assoluto. Con molta franchezza debbo dire che nel 2007 mi sembra deprimente continuare a considerare l’industria come un elemento negativo, che appiattisce, omogeneizza, ecc. ecc. Aziende come Antinori, Librandi, Masi Agricola, D’Ambra, Mazzei, Candido, De Castris, Carpenè Malvolti, Zonin, Mastroberardino, Donnafugata, Gancia, Col d’Orcia tanto per fare qualche nome – potrei continuare per molto ma l’elenco dei firmatari/promotori è lungo e invito tutti a consultarlo – non mi sembra corrispondano a questo cliché. Anzi le ritengo, grandi o piccole che siano, un vanto per il nostro Paese e per il nostro vino che grazie a loro, gira per il mondo a testa alta e si confronta con il mercato globale. Quanto ai firmatari (le adesioni sono state 73 e si sono fermate al 9 Maggio quando l’appello è stato presentato a Roma dal sottoscritto e da Andrea Sartori, Piero Mastroberardino, Filippo Mazzei, Vittorio Fiore e Stefano Campatelli) non era una questione di numeri per ruolo professionale ma l’idea è che fossero rappresentativi della filiera e a me sembra che l’obiettivo è stato raggiunto. Sono d’accordo sul fatto che i giornalisti sono pochi, ma debbo dire che nella ricerca di adesioni, la priorità è stata data soprattutto agli imprenditori e agli enologi. Tra le righe di questo appello sembra di leggere una manifestazione di aperto fastidio e di insofferenza per quell’istituto delle denominazioni di origine su cui da 40 anni, sul modello francese, si regge il mondo vitivinicolo italiano. E’ reale questa insofferenza e sbandierando la necessità di “approfondimenti tecnici, scientifici ed economici”, e della “evoluzione della scienza enologica e dei mezzi che essa mette a disposizione” non si propone, con questo appello, anche un superamento delle denominazioni d’origine ? L’origine e la territorialità e quindi la denominazione sono elementi irrinunciabili del mondo del vino italiano e l’Appello lo evidenzia. Resta il fatto che oggi le denominazioni sono, come abbiamo detto, tutti e in vari modi durante la conferenza stampa di Roma, sempre più un sistema farraginoso di pratiche amministrative che complicano e appesantiscono di oneri aggiuntivi la vita aziendale, spesso senza avere reali benefici in cambio. Insomma c’è bisogno di una profonda revisione nel senso dell’alleggerimento con l’obiettivo di rendere i disciplinari un vero strumento per competere più efficacemente sui mercati e per dare enfasi ai punti di forza dei nostri territori produttivi. Quanto all’ispirazione del modello francese non è mai troppa. Faccio solo un esempio. I francesi si guardano bene nei loro disciplinari di stabilire minuziosamente la percentuale delle uve com’è nostra abitudine fare: indicano determinati vitigni, lasciando al produttore la decisione su quali impiegare e in che percentuale. Su 350 Doc italiane nei fatti solo un’ottantina funzionano; le altre sono presenti più che altro sulla carta. Insomma sono tante e spesso inutili, a partire da quelle create dal nulla o poco più, per dare visibilità al sindaco del tal posto o dall’onorevole dell’altro, un’occasione per spandere illusioni e promesse di reddito ai vignaioli che difficilmente saranno poi mantenute. Libertà d’impresa, d’intrapresa, di mercato, com’è giusto che sia, oppure una liberalizzazione totale sul modello (che tra l’altro mostra preoccupanti segni di crisi) del Nuovo Mondo ? Quali mosse intende ora compiere il gruppo che si è raccolto intorno a questo appello, quali saranno gli sviluppi futuri della vostra azione ? Libertà d’impresa, ma soprattutto poche regole certe che vanno fatte rispettare. In questo ambito massima apertura alla possibilità da parte degli uomini di esprimere i propri valori e capacità anche considerando che le recenti tendenze comunitarie vanno sempre più nella direzione di spronare le imprese a camminare con le proprie gambe e a confrontarsi con il mercato. Quanto ai firmatari/promotori l’idea e i messaggi arrivati, spingono nella direzione di dare continuità a quest’esperienza che da molti è stata vissuta come una sorta di liberazione. Non a caso i commenti tipo “era ora che si dicessero certe cose” che mi sono arrivati per e-mail, sono stati veramente numerosi. Tutti comunque hanno voglia di discutere, di approfondire, di confrontarsi liberamente e senza pregiudiziali. Ed è proprio ciò che abbiamo intenzione di fare appena possibile. Intervista a cura di Franco Ziliani |