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9 Aprile 2007
Igt oppure Doc e Docg per il futuro del vino italiano ? parte prima
L’idea per questa serie di interviste a protagonisti del mondo del vino, è nato leggendo le opinioni in materia di Igt, vini ad Indicazione Geografica Tipica, che Lamberto Frescobaldi, responsabile enologico e viticolo dell’omonima storica azienda toscana, ha espresso sul supplemento Italy 2007 allegato al numero di febbraio della rivista inglese Decanter. Opinioni, le quali presentano le Igt come le salvatrici delle sorti del vino italiano e le indicato come la strada obbligata da percorrere, più delle Doc e Docg, per il futuro del vino italiano, che ho “contestato” nella prima uscita della nuova rubrica “Non ci sto” sulla rivista dell'A.I.S. De Vinis. Per capirne di più ho pertanto pensato di rivolgere ad alcuni autorevoli rappresentanti del mondo vinicolo italiano questa domanda: considerate ancora valido oggi e riproponibile il modello delle Igt? E ancora: ritenete auspicabile oggi un ritorno nell’alveo delle Doc/Docg e che il vino italiano debba maggiormente puntare su denominazioni di origine controllata rinnovate nello spirito e nel dettato ? Ecco, in rapida rassegna, le risposte che ho ottenuto.
Nettamente a favore delle Igt e molto critico verso il classico sistema della denominazioni d’origine è Andrea Sartori, responsabile dell’omonima azienda vinicola veronese e presidente dell’Unione Italiana Vini, il quale ritiene che “il modello Igt possa ancora funzionare in particolare quando si riferisce a varietali tipici italiani (e quindi mal imitabili all' estero). I punti di forza stanno proprio nella maggiore flessibilità sia nella parte enologica ma anche nella parte marketing (per esempio la possibilità di usare contenitori e chiusure alternative non svilenti l'immagine e tanto in uso nei mercati esteri ). Trovo invece il modello delle Doc in difficoltà, per l'ingessatura delle regole vecchie, inapplicabili in molti casi, e scritte forse a volte con la scarsa conoscenza dell'evoluzione dei mercati e dell'enologia moderna. L'architettura di controllo e tutela si è rivelata inefficace e troppo costosa per la filiera, con il risultato che oggi si possono trovare più Doc svenduti sul mercato che Igt. Inoltre il punto di forza, il territorio, che dovrebbe essere l' elemento chiave per le denominazioni non è comunicato, oppure comunicato con budget esigui e quindi inutili. Per non parlare delle decine di Doc "politiche" mai esistite se non sulla carta e mai nemmeno imbottigliate”. Sartori pensa che per rilanciare l'istituzione delle Doc sia necessario rivedere e razionalizzare l' intero progetto, scrivendo i disciplinari in chiave moderna e attuabile e andando verso un concetto europeo di certificazione Dop e di registrazione dei marchi con valenza mondiale”. 

Favorevole alle Igt anche Riccardo Cotarella, notissimo enologo consulente, persuaso “che le Igt rappresentino ancora un mezzo importante e, in alcuni casi, determinante per sperimentare un territorio e valutare appieno le sue potenzialità. Esistono ancora tantissime vecchie Doc, concepite per soddisfare idee e mercati che ormai non esistono più, o dove una storica rassegnazione dei protagonisti della produzione ha dato per certo che la non vocazione di interi territori, la sperimentazione e quindi il ricorso alle Igt e alle sue maglie larghe, rappresenti ancora una delle più valide vie per conoscere e quindi scegliere. Va da sé che zone ormai chiaramente identificate con una Doc o, meglio ancora, con una Docg non sentano questa necessità così impellente di riconoscersi in altre sottozone Igt o, addirittura, in Doc cosiddette ‘ombrello’. Questo creerebbe confusione non solo nel consumatore, ma anche e soprattutto al produttore”. Ma in Italia, conclude Cotarella, “non abbiamo solo le province di Siena, Firenze, Asti, Cuneo, Avellino e Caserta dove, grazie a Dio e ad alcuni illuminati produttori, abbiamo delle Doc/Docg che ormai marcano il loro rispettivo territorio, abbiamo anche Latina, Viterbo, Frosinone, Crotone e così via, che stanno lì ad aspettare che qualcuno, attraverso la sperimentazione e quindi le Igt, riesca a valorizzare la loro potenzialità”.
Pur ampiamente favorevole alla formula delle Igt il produttore siciliano Alessio Planeta, dell’omonima casa vinicola di Menfi, invita a “considerare il contesto (diciamo grosso modo anni Settanta) in cui nascono le Doc/Docg come ‘codifica’ di uno status-quo produttivo e di tradizioni nelle diverse aree. A questo periodo segue  il momento del boom degli anni 90 quando tutto ciò che era nuovo era giusto. Le Doc sono state al centro di un vivace dibattito figlio della profonda evoluzione del vino negli ultimi tempi. Il dibattito ha interessato scelte varietali, scelte legate alle tipologie/nomi  riconducibili in fondo a scelte di marketing vere e proprie, scelte viticole, scelte enologiche”. A suo avviso in questo dibattito “si è creata una folle contrapposizione tra chi, in difesa di disciplinari nati in certi casi nella preistoria vitivinicola, voleva lasciare tutto immutato e chi voleva cambiare solo per cambiare, solo perché nell’ultima recensione si parlava bene di questo o quel vitigno, di questo o quel territorio, senza magari avere davvero testato alcune delle modifiche proposte. Allora i disciplinari hanno iniziato a sbandare tra scatti in avanti, scelte di compromesso e scelte di conservazione – in certi casi - prive di senso”.
Per Planeta lo scenario odierno é “molto diverso e 15/20 anni di lavoro in Italia mi sembra siano stati un tempo sufficiente per fornire maggiori certezze tecnico-produttive in vigna e in cantina, più conoscenza e forse meno illusioni circa il ruolo delle denominazioni. Oggi ritengo che i tempi siano maturi per un ulteriore ripensamento dei diversi disciplinari che alla fine ridisegnino uno scenario quasi definitivo dato che si può considerare esaurita la fase sperimentale. Ne dovrebbe uscire fuori un quadro di supporto e tutela all’intero vino Italiano. Quindi la riflessione va fatta nella salvaguardia dell’intero ‘esercito’ cioè cavalleria (Brunello, Barolo etc. etc.) e fanteria. In sintesi dunque: Doc e Docg aggiornate senza paura delle bacchettate di chicchessia (ad esempio nel nuovo disciplinare del Cerasuolo di Vittoria Docg si possono produrre al massimo 52 Hl di vino: assurdo) individuando le eventuali modifiche utili a migliorare il prodotto nel rispetto del territorio, del suo ruolo nel mercato e nel contesto socio-economico di appartenenza. Inoltre poche e grosse Igt anche loro con regole semplici ma chiare ( una su tutte: l’imbottigliamento in zona!) che rappresentino territori chiari e comunicabili. In sostanza io credo che il ruolo futuro di  Igt/Doc/Docg sia in funzione di come noi vediamo il vino del prossimo futuro: un vino vitigno (sono autoctono e quindi sono buono ); un vino a marca aziendale, un vino a marca territoriale”.
Secondo Roberto Felluga, della casa vinicola friulana Marco Felluga, “la Igt avrebbe potuto costituire una prima spinta per far conoscere il vino nel mondo poiché generalmente comprende un territorio più “vasto” rispetto a quello delle Doc e di conseguenza più facile da individuare. In passato, appena costituite, le Igt dovevano pubblicizzare le regioni di origine per poi integrarle con le Doc. Oggi ci ritroviamo ad avere due riconoscimenti che comprendono lo stesso territorio, con un messaggio non chiaro al consumatore riguardo ai “confini”che li delimitano. Creare poi una Igt Italia, ipotesi di cui si sente parlare in questo periodo sarebbe un’ulteriore mossa sbagliata per il nostro paese. Ormai ci troviamo di fronte ad una  scelta obbligata che consiste nel puntare solo su prodotti di nicchia quali Doc o Docg. Tutti i vini, secondo me, dovrebbero rientrare in una Denominazione di Origine Controllata e pertanto con dei limiti più rigorosi di resa per ettaro”.
Francesco Cervetti Direttore Generale La Versa Viticoltori osserva che “negli ultimi anni il modello delle Igt ha avuto un’enorme diffusione e ha riscontrato un grande successo presso il consumatore per la capacità di offrire prezzi concorrenziali e vantaggiosi rispetto ai vini provenienti da mercati stranieri. L’Igt consente di produrre tipologie di vino “tagliato” al 15% con altro vino e ciò permette di modellare il prodotto in base alle esigenze di mercato, alla richiesta, al gusto del consumatore. Il vino destinato all’esportazione può incontrare, in tal senso, il vasto favore dell’opinione pubblica. A mio parere, però, l’Igt è da considerarsi “un’arma a doppio taglio” perché se da un lato presenta i vantaggi che ho appena citato, dall’altro oscura le Denominazioni di Origine meno famose. In altre parole: se non esistono problemi per il Barolo, il Brunello, il Chianti Classico etc., etc., vini come il Pinot Grigio, il Pinot Nero, il Merlot e il Cabernet vengono messi in ombra proprio dalla presenza delle Igt. Per dirla con uno slogan, le Igt diventano le tombe delle Doc. Indubbiamente su questo problema occorre una riflessione seria e ponderata”.
Interviste a cura di Franco Ziliani




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