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16 Novembre 2009
Carla Capalbo ci racconta il Collio in un nuovo splendido libro

Cosa rende il Collio, uno dei gioielli vinosi più splendenti di quel Friuli Venezia Giulia tanto ricco di attrattive per tutti coloro che onorano Bacco ed i suoi prodotti, speciale?
Il fatto di essere culla di alcuni dei vini bianchi più ricchi di personalità prodotti in Italia, l'essere zona di frontiera con la Slovenia, incrocio di culture e sensibilità diverse, terra dove si sperimentano filosofie enoiche e nuove idee sul vino che diventano poi tendenze affermate (si spera non mode) anche nel resto d'Italia?
Tutto questo ed altro ancora (ad esempio ospitare una cucina, una ristorazione, una cultura del cibo di primario valore e proporre paesaggi di struggente bellezza), come ci racconta in un libro bellissimo, per ora edito solo in inglese, la wine writer nata a New York, anche se di casa anche in Francia e soprattutto in casa nostra, Carla Capalbo, già autrice di apprezzatissimi food & wine books di assoluta originalità e successo come
The Food and Wine Guide to Naples and Campania, The Food Lover's Companion to Tuscany, Italian cooking EncyclopediaThe Ultimate Italian Cookbook.
Appena pubblicato per i tipi della casa editrice londinese
Pallas Athene, questo Collio. Fine wines and foods from Italy's North-East, è uno splendido libro realizzato secondo il consueto stile di Carla, che per scrivere di una determinata zona arriva addirittura ad andare a vivere stabilmente per qualche tempo in quel posto, per arrivare davvero ad una full immersion e cogliere lo spirito, la verità, le particolarità che rendono, con i loro protagonisti, speciale quell'area.
Impreziosito dalle sue splendide fotografie è un libro che ci conduce per mano e ci racconta in maniera delicata e sensibile, e con l'intelligenza ed il gusto della scrittrice di rango, in un mondo stupendo dove l'arte del far vino si esalta (sono difatti 61 le aziende, grandi e soprattutto piccole visitate e raccontate), ma dove il turista goloso, il viaggiatore esigente e curioso, può trovare grandi emozioni e soddisfazioni anche in 51 tra ristoranti, trattorie e osterie, 37 tra agriturismi, hotel, bed & breakfast e soprattutto una serie di straordinari artigiani alimentari (produttori di prosciutti, salumi, formaggi e tante altre cose squisite) che Carla Capalbo ha puntualmente visitato e di cui ci fornisce tutti i dettagli utili.
A Carla, grande conoscitrice di vini e ottima degustatrice, ho chiesto in questa intervista di raccontare anche ai lettori di lingua italiana, al quale anche se scritto in inglese questo libro è ugualmente rivolto, la sua ultima fatica e le ragioni della sua autentica fascinazione per il Collio. f.z.

Perché questo nuovo libro Carla e a che tipo di lettore è indirizzato?
Il libro è pensato per gli appassionati di vino del Regno Unito e degli States (e di qualsiasi altro Paese dove si legga l'inglese) e punta ad aiutare il territorio del Collio a farsi conoscere meglio. Se in Italia il nome Collio è sinonimo di vini bianchi di grande qualità, altrove non è così facilmente riconosciuto ed ecco spiegato l'obiettivo del mio libro.
I miei libri precedenti sono stati pubblicati sono in inglese e molti ritengono che sia un peccato perché anche molti italiani li hanno apprezzati e hanno avuto modo di apprendere molte informazioni utili grazie a loro e al mio personale approccio ai soggetti trattati. Il mio obiettivo è sempre dipingere un ritratto variopinto della regione o della zona trattata attraverso una ricca serie di dettagli quotidiani, che sembrerebbero di secondaria importanza ma contribuiscono a delineare il tessuto connettivo che definisce ogni singolo posto. In questo credo che il mio approccio sia diverso da quelli di altri scrittori di guide: non amo preparare una serie di domande preconfezionate quando faccio visita ad un produttore e preferisco un approccio completamente spontaneo.
Se il giorno in cui faccio visita a qualcuno lo trovo che si sta lamentando dopo un attacco di cinghiali che ha colpito i suoi vigneti nel corso della notte, mi verrà naturale inserire questo particolare aspetto del fare vino, che non avrei potuto immaginare prima della visita. La stessa cosa vale per quando scrivo di cibo. Mi interessa capire e porre in rilievo che cosa spinga una persona a trascorrere la sua vita davanti ai fornelli, e sottolineare quel particolare aspetto emozionale che le persone hanno con i loro piatti o i loro vini.
Perché dopo la Campania hai scelto per le tue full immersions in un grande territorio del vino italiano proprio il Collio? Cosa ti ha attratto di speciale in questa zona? E forse il suo aspetto di frontiera, la presenza di elementi linguistici, culturali, geografici in comune con il mondo dell'ex Jugoslavia oggi Slovenia ?
Hai colto il punto. Ero affascinata dall'incrocio di aspetti culturali che si colgono nel territorio del Collio, come pure nella sua complessa storia quale terra di confine. Mi piace tantissimo il multi-culturalismo che traspare dai vini, la diversità degli stili e delle varietà di uve che impediscono al Collio di essere monotono, prevedibile e facilmente classificabile. Questi aspetti riflettono la diversità di ogni produttore o di ogni parte di questa terra affascinante.
Quali sono gli elementi distintivi che fanno del Collio una zona particolare, rispetto ai Colli orientali, all'Isonzo, al Carso tra le varie zone vinicole del Friuli Venezia-Giulia?
Ho deciso di concentrarmi su questa area ristretta inizialmente perché avevo raccolto un invito specifico del Consorzio del Collio, ma anche perché ero attratta dall'idea di poter andare ancor più in profondità nella ricerca rispetto ai miei precedenti libri dedicati alla Toscana e alla Campania. E se avessi avuto ancora più tempo, mi sarebbe piaciuto lavorare anche sulla parte slovena del Collio, sulla Brda, e naturalmente includere il Carso, entrambe aree di grandissimo interesse per me. Forse sarà per la prossima occasione!
Per scrivere il tuo precedente libro dedicato alla Campania avevi trascorso tre anni in quella regione: anche per scrivere questo libro hai usato la stessa tecnica di andare a vivere ed "immergerti" nella terra che dovevi raccontare?
Sì, ho trascorso più di un anno in Collio, fermandomi di volta in volta per due, tre settimane di seguito ed in ogni stagione. E se mi sono occorsi tre mesi per scrivere i testi, avendo scattato personalmente le foto che compaiono nel libro ho dovuto svolgere due lavori a tempo pieno quando mi trovavo in Collio, svegliandomi prestissimo nelle giornate che sembravano essere indicate per la luce a scattare foto di paesaggi e vigneti e poi, dopo le 10 del mattino, quando la luce cominciava a non essere più così perfetta, a dedicarmi alle visite, alle degustazioni e alle interviste, e alle prove nei ristoranti nel Collio e nei dintorni che avevo scelto di includere nel libro.
Come sai non è mio costume attribuire punteggi nei miei libri, preferendo un approccio più personale dove amo raccontare delle storie o descrive l'atmosfera di un posto o il carattere di un personaggio piuttosto che dare dei semplici punteggi ai vini. Per fare questo ho vissuto in una serie di agriturismi di proprietà delle aziende, così da sperimentare giorno per giorno i problemi ed i successi della zona in prima persona e la generosità e squisita gentilezza di quelle persone resteranno indimenticabili per me.
Sei davvero convinta che il Collio sia soprattutto una terra da vini bianchi  o pensi che abbia cose significative da esprimere anche tra i vini rossi?
Naturalmente quello del Collio è un grande terroir per i vini, bianchi e rossi, e ci sono anche dei grandi rossi prodotti qui, ma in generale sembrano giustificare il maggiore impegno e le energie creative profuse dai produttori per realizzarli.
Tantissime uve bianche caratterizzano la wine scene del Collio, varietà autoctone e internazionali: quali pensi esprimano i vini più personali del Collio?
Personalmente spenderei una parola speciale per le varietà autoctone che rendono unico il Collio, ma credo anche i diversi terroir di cui questa zona dispone siano in grado di caratterizzare e influenzare i vini ancor più del tipo di uve utilizzate. E' per questo che una Malvasia di Pradis può essere straordinaria, esprimendo al massimo tutte le potenzialità aromatiche e di struttura di cui questa varietà non molto comune dispone. E credo che questo sia veramente interessante.
A proposito di Friulano: come vedi la situazione, dal punto di vista dell'immagine e della popolarità del vino, ora che non si può più chiamarlo Tocai friulano, ma semplicemente Friulano?
Ero molto dispiaciuta per la perdita del classico nome Tocai che ai miei occhi dava un'idea più elegante del vino del nome Friulano, che è molto più generico e non certo specifico. Ma una volta che ci saremo abituati ad utilizzare questo nome e matureremo confidenza con lui sono sicura che potremo superare questo blocco. Ho la sensazione che l'Italia avrebbe potuto fare di più per mantenere quel nome...
Parlando sempre di vini bianchi, pensi che valga la pena vinificarli separatamente, anche se questo significa che ogni azienda si trova a produrre decine di vini, oppure credi che valga la pena di dare vita a calibrate cuvée aziendali, mix di diverse uve, come previsto dalla Doc Collio bianco? Come giudichi gli uvaggi bianchi friulani?
In quanto sostenitrice di ogni genere di diversità, non mi crea nessun problema l'idea che i blend che si propongono solo con il nome di Collio Bianco non specifichino le uve che sono state utilizzate. La scelta delle uve da utilizzare, come pure il metodo di vinificazione, deve rimanere una scelta aperta per il produttore. Sono rimasta affascinata dai diversi stili che sono emersi nel corso del mio lavoro per il libro, da blend complessi fatti con il contributo di diverse uve a cuvée più convenzionali. Io propendo per quelle soluzioni che fanno chiaramente intravedere la mano del produttore, e credo che i migliori vini debbano esprimere una soggettività e un approccio personale.
Nello stesso tempo, tutta questa conoscenza così dettagliata richiede un sacco di sforzi sia da parte del produttore che del consumatore che deve trovare il modo di inserire il proprio gusto nel percorso compiuto dal produttore e questo può essere divertente e appassionante anche per chi chiede ad un vino soprattutto di farsi bere. Mi sono accorta che parecchi produttori stanno riducendo drasticamente il numero dei vini inseriti nella loro gamma, optando per un numero più ristretto su quali investire tempo, danaro e reputazione. E mi sembra che sia una strategia coronata da successo.
Uno dei protagonisti del tuo libro, che, non dimentichiamolo, si occupa anche di food, cibi, ristorazione, bravissimi artigiani alimentari produttori di salumi, formaggi, ecc., è Josko Gravner che ha indicato una via nuova e molto personale (anche molto discussa) per i bianchi del Collio e friulani in genere. Come giudichi questa new wave degli "orange wines", bianchi un po' torbidi e dal colore aranciato, ottenuti con macerazioni sulle bucce da rossi, nessuna filtrazione e nel suo caso affinamento addirittura in anfora, che Gravner ha lanciato e di cui, anche nel Collio, ci sono diversi discepoli?
Credo fermamente che "dietro ad un grande vino ci sia un grande uomo o una grande donna". Nel caso di Josko Gravner i vini appaiono inizialmente così strani e inusuali che per esserne convinti, anche se si sanno molte cose su di loro, bisogna giudicarli con un approccio privo di pregiudizi e lasciare che sia il vino a parlare direttamente. Le decisioni prese da Gravner e dal suo povero figlio Miha, scomparso in un incidente quest'estate, non sono state prese in maniera indolore.
Gravner ha speso una vita sfidando le convenzioni e il modo di pensare diffuso sul modo di vinificare e produrre vini, e ha avuto molto coraggio nel seguire le proprie convinzioni e nel compiere drastici cambiamenti ogni volta che ha pensato fossero necessary, a dispetto di quello che il resto del mondo faceva o pensasse. Per questo è stato sia ammirato che ferocemente criticato e questo rappresenta il destino delle avanguardie.
Mi sono particolarmente attaccata non solo alla famiglia Gravner e alle sue scelte e ai loro vini (che, posso assicurarti, crescono in te in proporzione alla possibilità che concedi loro di esprimersi) ma anche ai loro vigneti, tra i più belli e meglio posizionati che abbia mai visto. Difatti, tornavo mattina dopo mattina a fotografarli, per provare in qualche modo ad assorbire il loro carattere, per ammirare il loro equilibrio. Potrebbe apparire poco ragionevole e non convenzionale (e forse presso alcuni ambienti lo è) parlare dell'energia di un determinato luogo, o di un vino, ma credo che tutti coloro che sono sensibili a questi aspetti della vita, possano facilmente scoprire la presenza ed il segno di quelle energie ed i differenti modi che usano per manifestarsi.
E' proprio quello che accade con le persone: alcune ti colpiscono nella loro interezza, fedeli a se stessi, mentre altri sono condizionati da una serie di preconcetti e sembrano bloccati, mascherati o falsi. Spetta ad ognuno scegliere quali tipi di carattere preferiamo.
Quali sono gli aspetti che ti convincono di più, che ami di più, nei vini del Collio e quelli che, invece, non ti piacciono?
Mi piacciono i vini che si pongono come espressione integrale di un carattere, ma non mi limito ad un solo stile. Per questo posso amare un vino puro e raffinato come il Pinot bianco di Doro Princic oppure uno complesso e territoriale come il Roncus che Marco Perco ottiene dalle sue vecchie vigne. Mi sembra che i vini che mi lasciano indifferente siano quelli costruiti in cantina secondo quello che i responsabili del marketing hanno indicato per compiacere gli acquirenti, vini che rimangono completamente anonimi.
Un altro aspetto del Collio che mi affascina riguarda la dimensione delle aziende da piccole a medie, molte delle quali a conduzione familiare. E così ci sono splendidi esempi di un intenso confronto generazionale che si è verificato nel passaggio di un'azienda dai padri ai figli, con quei momenti di tensione che hanno consentito ai vini di acquisire ulteriore carattere. E fortunatamente per il futuro del Collio, la stragrande maggioranza delle nuove generazioni dei principali produttori hanno mantenuto inalterato il loro impegno e questo costituisce la maggiore garanzia per il futuro della zona.
Quali sono le maggiori difficoltà che oggi un wine writer di lingua inglese incontra per raccontare una zona sinonimo di vini bianchi come il Collio ad un lettore di lingua inglese britannico ed internazionale?
Non credo che il fatto che il Collio sia principalmente una zona da vini bianchi piuttosto che da rossi costituisca un reale impedimento. La mia ambizione quando scrivo i miei libri è di essere in grado di condividere la mia posizione di privilegiata, data dal fatto che parlo un buon italiano e che dopo vent'anni trascorsi in Italia, di cui 15 vissuti on the road su e giù per la penisola mi sento come a casa in Italia ed in grado di cogliere come osservatore attento gli aspetti principali dell'Italian way of life, aiutando i miei lettori ad afferrare lo specifico culturale dell'area che descrivo. Non è sufficiente elencare quel che appare nel menu di un ristorante per comunicare qualcosa di più profondo, per non dire di meno tangibile riguardo alla cultura del cibo che viene proposto in quel locale.
Spesso trovo che si tratti di piccoli dettagli, un cuoco che mi invita dopo il pranzo a visitare l'orto di sua madre e che mi fa tornare a casa colma di erbe e fiori spontanei, che ti fanno capire di che idea di ristorante si tratti o di quale tipo di ospitalità. Nel Collio é impossibile far visita ad un produttore di vino senza che saltino fuori prosciutto, formaggi e bicchieri di vino, quale che sia il momento della giornata. Un'idea tutta speciale della degustazione, dove il produttore praticamente ti "costringe" ad assaggiare il suo vino per essere rassicurato sul fatto che sia buono, e dove si beve secondo uno spirito che prevede che tu sia suo ospite e che il fatto di condividere un momento conviviale sia la vera ragione che ti ha portato nella sua cantina. Questo è il genere di cose che mi piace trasmettere ai miei lettori, e che spero li spinga a far venire loro voglia di fare visita al più presto al posti di cui ho parlato loro. E sono ben felice di venire a sapere che lo fanno davvero!
Come spieghi il fatto che i bianchi del Collio non abbiano ancora ottenuto la definitiva consacrazione e notorietà fuori d'Italia? Cosa devono fare i produttori del Collio per farsi maggiormente conoscere e apprezzare in UK, negli States, nel resto del mondo?
Come ho già detto, il Collio ha costruito la propria fama principalmente in Italia negli scorsi decenni, e c'è ancora molto da fare perché il Collio possa essere riconosciuto per la qualità dei suoi vini all'estero. In parte credo perché, dopo tutto, quella del Collio è una minuscola area geografica dall'estensione ridotta, ma anche perché l'Italia è molto meno conosciuta per i suoi bianchi, ad esclusione dell'Alto Adige che forse è leggermente più noto. Credo che libri come questi possano essere d'aiuto soprattutto nei confronti dei ristoratori, di coloro che acquistano vini e degli importatori esteri a stabilire un'immagine più elevata della zona.
I vini del Collio sono vini di nicchia, dai costi di produzione più elevati che in pianura a causa del lavoro che deve essere tutto fatto a mano in vigna. Sono necessariamente dei vini per conoscitori. Credo che in mercato del vino come quello di oggi i consumatori stiano facendo alcune scelte molto semplici: o si indirizzano su vini poco costosi per risparmiare o volgono le loro attenzioni verso vini dotati di una credibilità tale da rendere giustificata la spesa che compiono per acquistarli. Ed il Collio appartiene al rango di questi vini.
Carla sono diversi anni che ti occupi del vino italiano. Come è cambiato, secondo te, dalle tue prime esperienze sino ad oggi?
Negli ultimi vent'anni, molte cose sono cambiate sul fronte del vino italiano e molte cose, sono felice di dirlo, stanno cambiando ancora. Personalmente ero costernata di fronte allo spettacolo di vini che erano spinti a perdere il loro carattere territoriale e varietale per "adattarsi" al mercato così come si configurava in quel momento. Questo ha portato, come tutti sappiamo anche troppo bene, ad un uso eccessivo e fuorviante delle barrique, alla produzione di Merlot facili da bere, ruffiani e sovra estratti, ad una standardizzazione del gusto, per raggiungere l'obiettivo a breve termine di ottenere vini da guide o da premi.
Varietà "scomode" come il Sangiovese ed il Nebbiolo venivano trasformate come se fossero i parenti scemi della famiglia, mentre in realtà erano i veri gioielli da mostrare con orgoglio. Mi sembra che questo processo abbia snaturato larga parte dei migliori vini italiani e delle principali zone di produzione, ma fortunatamente questo gusto ha cominciato a mostrare la corda ed i suoi limiti (tranne che per quelli che continuano a credere in questo stile ricco e pesante) e al momento lo straordinario patrimonio di varietà autoctone, di terroir unici e di differenti culture che esistono in ogni provincia e regione, sta dimostrando di essere l'autentico tesoro sul quale l'Italia può contare. E ora occorre dare tempo al vero stile di questi luoghi e di queste varietà di mostrarsi, ma credo fermamente che per il vino italiano sia l'unica carta vincente da giocare per essere competitivo in un mercato caratterizzato da vini sempre più di basso prezzo e qualità.
Un perfetto esempio di questa convinzione è dato dal successo del Nerello Mascalese dell'Etna, una varietà che ha rischiato di essere dimenticata o di scomparire "grazie" ai contributi per l'estirpazione offerti dai burocrati europei, se non si fosse opposto un gruppo di coraggiosi e lungimiranti produttori.
Come giudichi il processo di internazionalizzazione che ha pesantemente investito i vini italiani? Sono ancora vini unici che riescono a dare al bevitore l'idea che vengono da questa terra unica o pensi che in molti casi possano essere scambiati per vini provenienti da altre regioni o da altre nazioni? E come giudichi il ruolo avuto in questi ultimi 20-30 anni dai winemaker? Non pensi che troppo spesso abbiano fatto vini secondo il loro stile e le presunte richieste del mercato internazionale più che vini rispettavano ed esaltavano le caratteristiche dei vari terroir?
Credo anch'io che troppo spesso i winemakers abbiano ecceduto. Ma qui si ritorna alla mia convinzione secondo la quale solo le persone con forti convinzioni possano produrre vini interessanti. Possono essere anche degli enologi e dei produttori, ma la mediocrità resta qualcosa di mediocre. Alla fine i singoli produttori i cui vini si sono imposti nel tempo sono proprio le persone le cui idee erano più chiare ed evidenti (anche se queste idee sono cambiate nel tempo, il che non guasta) e che spesso hanno dato il via a delle tendenze nuotando fortemente contro corrente. Un enologo che lavora per un cliente che desidera un vino per tutte le stagioni non arriverà mai a dare ai suoi vini quel quid di carattere in più che rende un vino veramente grande.
Dopo Toscana, Campania e Collio, quale sarà la prossima zona del vino italiana di cui pensi di occuparti? Quale progetto bolle in pentola?
Ogni volta che finisco un libro come questo mi riprometto di non scriverne più un altro simile! Richiede un sacco di lavoro e di energia (senza tener conto dello sradicamento che comporta vivere in una differente zona d'Italia ogni volta), ma è anche vero che mi servono circa due anni dopo ogni libro per riprendermi. Al momento mi piace dedicarmi al lavoro di scrittura per articoli per Decanter, la BBC, Food & Wine, The World of Fine Wine e altri soggetti per cui di volta in volta scrivo. Ma puoi star ben certo che una volta trascorso un anno non posso fare a meno di rituffarmi in un progetto ancora più grande e difficile.
Se stasera tu potessi scegliere di portare un vino del Collio a tavola, per il puro piacere di berlo, di gustarlo, senza doverlo degustare e descrivere, che vino sceglieresti?
E' una domanda troppo difficile, cui mi è quasi impossibile rispondere: come può una madre scegliere un favorito tra i propri figli? Posso solo dire che ci sono un grande numero di vini del Collio, di differenti stili di cui sono ben felice di avere bottiglie nella mia cantina e che mi accompagnano lungo i tornanti e le svolte della mia vita quotidiana.

Intervista a cura di
Franco Ziliani



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