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19 Settembre 2009
Alessia Botturi: una sommelier A.I.S. a Los Angeles

Delegazioni A.I.S. nascono, crescono, si fanno conoscere e diffondono la cultura del vino italiana e la didattica dell'Associazione un po' tutto il mondo. Conosciuta tramite quella cosa un po' meno "sciocca" di quel che si pensi che è Facebook, voglio presentarvi oggi una delle più recenti, A.I.S. California, creata tre anni fa da Alessandro Sbrendola e già forte di oltre 100 associati.
A parlarcene, e a raccontarci anche la sua attività di wine educator, è la lombarda Alessia Botturi, da tre anni di stanza a L.A., anche web master del sito della delegazione. Buona lettura!

Un po' di notizie su di lei e soprattutto mi spiega come un'italiana, sommelier di formazione A.I.S. sia finita in California, a Los Angeles?
Sono originaria di un paese vicino a Milano e cresciuta tra la Brianza e la campagna mantovana, dove il buon Lambrusco, "il vin che spuma", non e' mai mancato sulla tavola. La mia formazione é essenzialmente letterario/linguistica dato che la mia passione é sempre stata il viaggiare. Delle altre culture ho sempre desiderato approfondire la cucina, spesso sperimentandone le ricette per conoscere e mischiare nuovi sapori. Inizio a lavorare nel turismo fin dagli anni universitari ma la vera passione per il vino sboccia con una brevissima parentesi lavorativa presso la casa di moda di proprietà della famiglia Caprai, produttori di Sagrantino e sublimi conoscitori dell'arte del cibo e vino.
L'intraprendere il percorso di sommelier é stata una naturale conseguenza dei fatti e mi ha permesso di apprezzare il vino in modo più maturo, di comprenderlo meglio e ascoltarlo. La California è nata da un desiderio di espandere le mie frontiere e i miei obiettivi, non sapevo cosa aspettami ne' cosa avrei trovato quando mi sono trasferita. A distanza di tre anni, devo dire che è andata bene e sono molto contenta della scelta fatta.
Perché ha scelto di lasciare la scena italiana e di andare ad occuparsi di vino, di wine education, negli States? E perché L.A. e non New York o altre città americane?
Ho lasciato l'Italia prima di diventare veramente parte del settore vitivinicolo. Amo il mio Paese e non baratterei la mia cultura per nulla al mondo, ma l'Italia é un paese difficile dove vivere e iniziare una carriera. L'America è sempre stata la terra delle opportunità e, anche se meno rispetto agli anni d'oro, qui é ancora possibile costruirsi un percorso contando sulle proprie forze. Quando ho deciso di trasferirmi qui ho subito pensato alla California, alle sue bellezze naturali ed al clima. New York l'ho sempre vista troppo simile a Milano, stressante e frenetica.
Cosa combina di bello a Los Angeles e cosa fa per fare conoscere i vini italiani?
Il bello di Los Angeles, e forse dell'America in generale, è che c'é sempre spazio per nuove iniziative. In Italia potevo fare un solo lavoro mentre qui ho la possibilità di seguire diversi progetti: lavoro per un importatore di vino austriaco, con cui sono in società per una piccola linea di vini italiani che ho selezionato e importo personalmente. A questo affianco un'attività di consulenza a vari ristoranti per la carta del vino e formazione del personale.
Organizzo inoltre degustazioni e piccoli seminari sul vino per clienti privati. Per finire, collaboro attivamente con l'AIS California di cui curo il sito internet e tutta la parte relativa a eventi e attività per i soci. Tutte queste attività sono legate da un unico filo conduttore: la promozione della cultura e del vino italiano. Le aziende che importo sono realtà molto piccole provenienti da regioni qui pressoché sconosciute quali la Valle D'Aosta, la Calabria, l'Oltrepò. Ogni giorno cerco di far apprezzare questi vini al pubblico americano, comunicandogli le meraviglie dell'Italia.
Quali differenze sostanziali ha trovato, nel modo di comunicare il vino, di promuoverlo, di farlo conoscere, tra l'Italia e la California?
La differenza sostanziale tra Italia e California é determinata da un fattore culturale: da noi il vino é cultura, poesia, passione. In America il vino é un oggetto nuovo, sconosciuto, da analizzare e sezionare. L'Americano medio ha iniziato a bere vino in maniera consapevole da pochi anni, forse più per moda che per gusto, e lo sta ancora scoprendo. Non avendo ancora sviluppato un proprio palato, si affida ai giornali e ai punteggi degli esperti.
Bisogna inoltre tenere in considerazione che in Italia il consumo é prevalentemente locale e la scelta sul mercato é limitata, qui invece si possono trovare vini da tutto il mondo. Ecco che, a maggior ragione, il consumatore viene messo in crisi dalla troppa varietà e deve per forza crearsi dei punti fermi.
Parliamo dei consumatori, ovviamente in California ha trovato un tipo di consumatore diverso da quello italiano: è davvero meno preparato, più ingenuo, dai gusti meno smaliziati di quello italiano ed europeo?
A grandi linee, dividerei il consumatore americano in due categorie: Il consumatore giovane e più aperto é desideroso di sperimentare e conoscere nuovi vini e tende ad apprezzarne maggiormente le durezze. Si rende conto che il vino é fatto per abbinarsi al cibo. Legge e si informa e, anche con un budget limitato, apprezza il vino a tavola. Per esempio, oggi va tanto di moda l'acidità perché Wine Spectator dice che ben si abbina al cibo, innescando una ricerca spasmodica per i vini acidi, forse eccessiva ma utilissima per abituare il palato ad apprezzare le durezze.
Al contrario, il consumatore più anziano e generalmente ricco e di successo, continua a vedere il vino come una bevanda-cocktail e uno status-symbol, ama i grossi cabernet californiani e spende cifre considerevoli per la propria cantina. E' più scettico ad accettare consigli e bere vini insoliti, ha un palato poco educato, distrutto oserei dire, da anni dedicati a bere superalcolici, spesso in abbinamento col cibo...
Vi sono comunque degustatori americani profondamente competenti ma con una differenza rispetto a noi: l'americano e' molto più tecnico, quando degusta un vino vuole sapere il PH, il residuo zuccherino, l'utilizzo dei lieviti... Ha bisogno di punti fermi, di certezze, e quindi si deve affidare a dati scientifici. All'assaggio, sa apprezzare il vino e ne individua le caratteristiche ma la sua debolezza rimane l'esame olfattivo, a mio avviso sintomo di una preparazione relativamente recente.
Nel rapporto tra il consumatore e la stampa, nel modo di affidarsi ai consigli delle riviste specializzate e di delegare quasi loro la scelta dei vini, ha visto molta differenza tra l'appassionato italiano e quello californiano?
Come menzionato sopra, una grande differenza. L'Italiano legge le riviste di settore per tenersi informato sulle novità, gli eventi enogastronomici. Quando legge le recensioni e i giudizi degli esperti lo fa in modo attivo e costruttivo, partendo da un solido gusto personale sviluppato negli anni. L'appassionato californiano ha un approccio più didattico con le riviste, per lui sono una preziosa fonte di informazioni da memorizzare e da far proprie per costruirsi un bagaglio di conoscenze. Non avendo avuto la possibilità di crescere bevendo vino (ricordiamoci che la legge ne vieta il consumo fino a 21 anni), ha un palato ancora giovane e da educare.
Cosa è cambiato con la crisi economica nella wine scene americana e californiana?
La crisi si fa sentire e come ed è vero che molti consumatori non hanno smesso di bere vino, ma tendono a preferire, per ragioni di budget ridotto, more affordable wines, vini meno costosi, abbandonando i premium wines esaltati dalle guide? Assolutamente sì. Credo che la crisi economica alla lunga sarà benefica per il mercato del vino in America: il consumatore ha smesso di acquistare vini dispendiosi e nomi altisonanti, ha scoperto che esistono vini ottimi a prezzi ragionevoli.
Di questo ne ha sicuramente beneficiato l'Italia e le cantine che producono vino di qualità mantenendo il prezzo contenuto. Vorrei a questo proposito fare un appello a tutti i produttori Italiani a non aumentare i prezzi: quello che ci ha resi e ci rende forti sul mercato e' proprio l'eccezionale rapporto qualità/prezzo.
Non crede che la crisi economica possa favorire paradossalmente un maggiore consapevolezza, più senso critico da parte del consumatore americano e una maggiore curiosità e disponibilità a provare cose diverse? Che possa in altre parole scoprire più vini da bere e meno vini cult da limitarsi ad assaggiare?
Ne sono fermamente convinta e ne ho la riprova ogni giorno. Inizialmente, l'americano ha dovuto esplorare altri vini perché non poteva più permettersi i nomi noti o i grandi punteggi e, nella sua ricerca, ha scoperto che esistono vini da apprezzare, di buona qualità e ad un prezzo ragionevole. Ora siamo arrivati ad un punto in cui nessuno beve più vini costosi, che inevitabilmente sono entrati in crisi abbassando fino al 50% i loro prezzi. Il consumatore ha ormai sviluppato un approccio diverso al vino: e' diventato curioso, cerca piccole gemme, vini sconosciuti.
Quali sono i programmi dell'A.I.S. California, che ora dispone di un sito Internet
http://www.aiscalifornia.com e come svolgete le vostre attività?
L'AIS in California é ancora piccola ma credo che abbia grandi potenzialità. Stiamo cercando di promuovere l'Associazione con giornalisti locali e stiamo mettendo a punto un calendario di eventi e incontri enogastronomici, sia per la gente del settore, che per un pubblico di appassionati. Ad ottobre per esempio, faremo parte di una bellissima manifestazione organizzata qui a Los Angeles per promuovere la musica e i vini italiani chiamata "Hit Week LA"
www.hitweek.it, mentre a gennaio partiremo con il corso AIS interamente in lingua inglese.
Come sono i contatti ed il dialogo con le varie associazioni di sommelier americani? Ci sono differenze nella didattica e quali?
Purtroppo il dialogo con le altre associazioni manca completamente, forse siamo ancora troppo piccoli perché si accorgano di noi. Ho riscontrato però della curiosità nei confronti della nostra didattica e soprattutto del metodo di abbinamento cibo/vino. Comparando le didattiche, la preparazione data dall'AIS é imbattibile. Le altre associazioni riempiono gli studenti di nozioni da imparare a memoria, ma a livello pratico offrono poco.
Il Sommelier AIS non é solo nozionistico ma é in grado di degustare correttamente un vino, di riscontrarne i difetti e abbinarlo con il cibo. Un esempio su tutti, la Court of Master Sommelier stabilisce che il Sommelier non deve assolutamente ne' annusare il tappo ne' assaggiare il vino al tavolo del cliente. A che serve allora cenare in un ristorante costoso se poi devo bermi un vino ossidato?
L'A.I.S. California può contare sulla collaborazione degli importatori e distributori di vini italiani in questo che è lo stato vinicolo per eccellenza negli States?
Abbiamo qualche supporto dai distributori locali, in particolare la F&H (www.fourcadeandhecht.com), azienda importatrice di Diego Meraviglia, Sommelier AIS, che ci aiutano nell'organizzazione di eventi e degustazioni, ma é ancora molto poco. Stiamo cercando degli sponsor e aziende vinicole italiane disposte a credere nell'AIS California, per crescere abbiamo bisogno di non essere lasciati soli.
Sul suo sito Internet
http://www.italiansommelier.com/ lei propone la sua attività di wine educator che comprende molte cose, da corsi a lezioni di terminologia del vino italiano, a degustazioni, seminari. Ce ne vuole parlare?
La mia compagnia di consulenza offre servizi a vari livelli. Da un lato punta ad una clientela privata e appassionata di vino, per far fronte a una richiesta di personale qualificato per ricevimenti privati, piccole degustazioni tra amici o clienti importanti. Offro inoltre la possibilità di organizzare seminari su richiesta su vari argomenti, in primis naturalmente sul vino Italiano che mi permette sia di far conoscere i vini italiani che di dare visibiltà alle aziende che importo personalmente.
A questo affianco un servizio di consulenza più specifico per i ristoranti, per i quali mi occupo di tutto ciò che riguarda l'universo vino come stilare la carta, manutenzione della cantina e formazione dello staff. Questa attività mi ha permesso di ottenere grandi soddisfazioni personali e un importante riconoscimento  da parte di Wine Spectator, che ha conferito il grand award ad una lista esclusivamente di vini italiani da me stilata.
Quali sono le maggiori difficoltà che s'incontrano per spiegare ad un consumatore californiano medio la diversità, la particolarità dei vini italiani? Quali sono le cose che gli americani faticano a capire?
Il consumatore californiano (e parliamo sempre di quello medio) ha in testa una serie codificata di termini dettati dalle principali riviste con cui descrive il vino che degusta, fatica ad andare al di la. Per esempio una delle difficoltà di comprensione che ho avuto é il loro errato utilizzo del termine "sweet" (dolce) usato per descrivere un vino fruttato o "dry" (secco) per designare un vino di poca struttura. Tra le difficoltà più comuni, ho riscontrato che l'americano difficilmente apprezza l'acidità e il tannino (le durezze quindi, come risultato di anni di abuso di zuccheri nella loro dieta).
Quasi mai riesce a distinguere un vino bianco ossidato, ma lo confonde con un vino invecchiato in barrique. Non capiscono il concetto di "terroir" e perché i vini "difficult to drink" dovrebbero invece essere i più apprezzati. Bisogna combattere ogni giorno con il concetto di vino-cocktail: il vino qui é una bevanda da bere da sola e non da abbinare col cibo. E' naturale quindi che per loro il vino vero é robusto, ricco d'alcol e un concentrato di marmellata.
E quali sono, invece, gli aspetti del vino italiano che nei suoi corsi vede vengono facilmente apprezzati dai partecipanti? Amano la storia che c'é dietro ogni vino, amano i vini del Sud perché sono caldi e intensi. Sono affascinati dall'età dei nostri vitigni e rimangono sbalorditi nel vedere le fotografie di vigneti in posizioni suggestive. Nel vino cercano la cultura e le radici che il loro giovane paese non ha potuto dargli.
Come definirebbe la wine scene di Los Angeles? Quale spazio ha il vino italiano, il suo consumo ed il suo apprezzamento? Ci sono vini italiani che si trovano più facilmente, che hanno più gradimento e business e altri invece che fanno fatica ad andare e che non vengono accettati? Quali sono rispettivamente? 
E come giudica i vini da vitigni italiani che sono stati prodotti in questi anni in California (Sangiovese, Nebbiolo, ecc.)? Ricordano vagamente o sono completamente diversi, essendo diversi terroir, microclimi, epoche di maturazione, gli originali vini italiani?

Eclettica é la parola esatta per definire la wine scene di Los Angeles: si  può spaziare dal ristorante italo-americano stile "Il Padrino" che serve surrogato di vino italiano, al wine bar specializzato in cui si possono trovare delle vere e proprie chicche. Il vino italiano, dato anche il numero enorme di ristoranti italiani, é, tra quelli d'importazione, quello maggiormente diffuso e più apprezzato, anche grazie al fascino che circonda la nostra Penisola.
Ci sono naturalmente vitigni che hanno un mercato facile, quale Sangiovese, Pinot Grigio, Montepulciano, Nero D'Avola mentre altri che purtroppo non andranno mai come il Gewürztraminer o il Müller Thurgau. Ma ci sono anche delle denominazioni che, pur essendo fatte con vitigni noti, non hanno mercato. E' il caso del Carmignano e del Vino Nobile di Montepulciano. I grandi nomi dell'enologia Italiana (i vari Barolo, Brunello di Montalcino e Amarone) manterranno sempre ben saldo il loro mercato, così come il Sassicaia e tutti i Super-Tuscan.
Ci sono altri vitigni che, sorprendentemente, pur essendo sconosciuti quasi anche in Italia, vanno alla grande, un esempio su tutti il Timorasso che va letteralmente a ruba. E' impossibile generalizzare sul mercato di Los Angeles perché spesso é il singolo ristoratore che si prende a cuore un vino e lo promuove, vendendone quantitativi da far invidia a un supermercato. Parlando di vitigni italiani in California, i due certamente più significativi e di maggior diffusione sono il Sangiovese e il Nebbiolo.
Ho provato parecchi Sangiovese, fatti in zone diverse, dalla Napa Valley a Paso Robles a Santa Barbara ma, forse solo in un paio di casi ho intravisto una leggera similarità con i vini prodotti in Italia. Il problema é che fondamentalmente utilizzano lo stile californiano sui vitigni italiani: tendono sempre a esagerare con la sovraestrazione delle uve, con un uso eccessivo del legno (americano, nuovo, alta tostatura) e una presenza prorompente dell'alcol.
Il Nebbiolo é meno diffuso, vi é un'azienda degna di menzione a Santa Barbara, Palmina (www.palminawines.com) il cui vino di punta é proprio un Nebbiolo fatto in maniera tradizionale, invecchiato in botte grande importata dal Piemonte. Apprezzo gli sforzi di produrre il nobile vitigno secondo lo stile piemontese ma se ne ottiene un vino comunque diverso e non ancorato al territorio. Vi é un nuovo movimento di produttori che stanno producendo vini utilizzando vitigni del Sud Italia e, per me, e' molto più sensato piuttosto che fare Nebbiolo a 40 gradi centigradi.
Parliamo della ristorazione e dei costi dei vini al ristorante in California: più cari che in Italia o no? E i prezzi, in dollari, anche con la svalutazione del dollaro rispetto all'euro, facilitano o impediscono un apprezzamento e una diffusione dei vini italiani negli States ed in particolare in California?
Il vino italiano, una volta che arriva in California, triplica quasi il prezzo. Un vino che in Italia si acquista a 3 euro dalla cantina, il ristoratore lo acquista a 11 dollari. Il cambio sfavorevole euro/dollaro non ha fatto che peggiorare la situazione, facendo lievitare ancor di più i costi. A questo si unisce un ricarico esorbitante dei ristoranti, che varia da 2,5 a 4. Per capire, una bottiglia che in Italia acquisto dal produttore a 3 euro, posso trovarla fino a 50 dollari in lista. Visto dall'esterno potrebbe sembrare un ladrocinio ma, dal punto di vista del ristoratore, il vino deve produrre profitto per pagare le spese. Il cibo viene ricaricato molto meno rispetto al vino, che rimane nella categoria di prodotti di lusso.
Un'ottima iniziativa é l'opportunità di portarsi il proprio vino al ristorante pagando il "corkage fee" ovvero il diritto di tappo che può variare da zero a trenta dollari.
La proposta di vino a bicchiere aiuta a proporre vini italiani un po' diversi dal solito oppure anche nel vino by glass si tende a puntare sui nomi noti?
Il vino a bicchiere é un grande veicolo di promozione di vitigni meno noti, il consumatore e' piu' portato a sperimentare e provare prodotti nuovi quando può farlo ad un costo contenuto. La vendita a bicchiere ha anche un altro grande beneficio meno diretto: permette all'americano di comparare vari vini nella stessa sera, contribuendo a formarsi un proprio gusto personale. Ci sono wine bar che, grazie all'utilizzo delle Enomatic, possono offrire una selezione di vini costosi a bicchiere, ma la politica del "wine by the glass" si sta sempre più orientando verso la sperimentazione e lo scoprire prodotti nuovi a prezzi contenuti.
There's space for Italian wines beyond Pinot grigio? E' sempre il Pinot grigio a dominare i consumi di vini italiani negli States? Perché piace? Non crede che il nostro Pinot grigio è destinato a perdere quote di mercato visto che Pinot gris, un po' diverso dal nostro, viene ormai prodotto in California, Oregon, Australia, New Zealand? 
Il Pinot Grigio piace perché alcune aziende sono state geniali a livello di marketing. Eloquente l'esempio del Pinot Grigio Santa Margherita, venduto a prezzi esorbitanti. Mi sono sempre chiesta se piaccia veramente, degustato magari alla cieca. Io credo di no. Nel significato comune, il pinot grigio é sinonimo di vino bianco leggero, da contrapporsi allo chardonnay californiano, notoriamente "buttery" (burroso) e spesso pesante.
A Los Angeles da qualche tempo si sta verificando una forte tendenza anti-pinot grigio: molti ristoranti italiani l'hanno tolto del tutto dalle loro liste, privilegiando vitigni bianchi meno noti e di maggiore qualità. Molto probabilmente il Pinot grigio nostrano perderà sempre più mercato, che verrà conquistato dal Nuovo Mondo, ma si tratta pur sempre di andare a colpire una fascia di consumatore medio/bassa.
Come avete vissuto in California lo scandalo del Brunello di Montalcino? Ne avete avuto notizia, i consumatori sono stati colpiti dalla cosa, o è rimasta una vicenda italiana? Secondo lei l'immagine è ancora prestigiosa e la domanda è quella di prima dello scandalo?
Fortunatamente é rimasta in gran parte una vicenda italiana. Gli italiani che vivono qui ne sono informati, chi lavora nel settore e vende Brunello ha cercato di parlarne il meno possibile e in generale, molti americani non lo sanno nemmeno. Il Brunello é e rimane uno dei grandi vini italiani importati in America e vende sempre moltissimo, soprattutto le aziende con grandi punteggi. L'annata 2004, tanto decantata dalle riviste, era sold-out prima ancora di arrivare sul mercato. Contraffazione o meno, in questo sono patriottica e sono contenta che un prodotto italiano possa avere una ricettività tale, soprattutto in un periodo economicamente così difficile.
Quali sono oggi i vini italiani più trendy e richiesti in California?
I vitigni sconosciuti, inusuali, provenienti da regioni poco rappresentate sul mercato. Io mi sono concentrata proprio sull'importazione di vitigni poco conosciuti e ho avuto grande successo con il Pigato e il Rossese, il Fumin della Valle D'Aosta e, su tutti, il Gaglioppo calabrese. Vi é una ricerca di essere alternativi quasi spasmodica che, da un lato é positiva perché da' visibilità a prodotti prima sconosciuti ma spesso non ci si sofferma a pensare che sconosciuto non e' sempre sinonimo di qualità. C'e' un motivo se il nebbiolo é diventato famoso...
Cosa può fare l'A.I.S. per fare ulteriormente conoscere e apprezzare i vini italiani nel mondo?
Puntare ad una formazione di sommelier competenti e preparati che a loro volta potranno lavorare in ristoranti di spicco e far apprezzare i vini italiani ai loro clienti. Il vino italiano e' ammirato in tutto il mondo ma la sua legislazione ne ostacola la comprensione all'estero. Compito dell'AIS e dei suoi sommelier é spiegarlo e renderlo comprensibile a tutti.
Cosa legge nella sua sfera di cristallo? Un futuro ancora come sommelier e wine educator in California, magari con un proprio locale, o un ritorno in Italia?
Vorrei ampliare la selezione di vini italiani che importo, dando voce a realtà e produttori di grande valore e passione. Mi piacerebbe inoltre avere un mio wine bar dedicato esclusivamente ai vini del sud, che mi danno sempre grandi emozioni. Nel futuro più lontano non so che cosa vedo, quando avrò raggiunto i miei obiettivi qui forse mi piacerebbe spostarmi in un altro Paese, forse l'Australia?

Intervista a cura di
Franco Ziliani

Foto ritratto di Johanna Jacobson



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