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22 Giugno 2009
“Guerre” del vino perse: intervista a Cristina Coari, autrice di Bye Bye Tocai

Evitare "un altro caso Tocai" è stata una delle spiegazioni, data da fior di addetti ai lavori e parti in causa (leggete qui) per spiegare la recente misura di ampliare e fare diventare interregionale la zona di produzione del Prosecco e di legare il nome di questa nuova Doc al nome geografico di Prosecco, località in provincia di Trieste, per evitare lo scippo del Prosecco ormai in atto in tutto il mondo, con vini che riportano in etichetta il nome Prosecco prodotti dall'Australia alla Romania a chissà dove. Il richiamo al Tocai, alla "guerra" persa con l'Ungheria che ha portato i viticoltori del Friuli Venezia Giulia a rinunciare alla storica dizione di Tocai friulano per il loro bianco simbolo e a ribattezzarlo Friulano, mi ha fatto tornare in mente un eccellente e puntiglioso lavoro Bye Bye Tocai che appunto a questa vicenda risoltasi male per i colori italiani aveva dedicato lo scorso anno, pubblicandolo per la piccola casa editrice Senaus di Udine la giornalista e sommelière goriziana Cristina Coari, oggi impegnata nel mondo del vino come responsabile delle relazioni esterne di un'azienda vitivinicola del Collio.
La guerra del Tocai tra storia e cronaca il sottotitolo di queste oltre 170 pagine ricche di date, dati, documenti, un volume di grande interesse e utilità i cui temi dominanti, il peso del vino italiano e dei suoi rappresentanti nel consesso politico ed economico internazionale, gli intrecci tra politica, economia, finanza che hanno portato il Tocai friulano a non potersi chiamare più Tocai, le incerte scelte strategiche del mondo del vino friulano e italiano, meritavano di essere nuovamente presi in esame e considerati.
E' per questo motivo che ho chiesto all'autrice di raccontarci come sia nato questo volume, e se davvero pensa che le scelte maturate sulla vicenda del Prosecco siano quelle giuste per evitare che l'Italia del vino venga ancora una volta sconfitta. Ecco quello che Cristina Coari mi ha risposto.
Com'è nata innanzitutto la decisione di raccontare in un libro, con scrupolo documentario e precisione da archivista, la guerra persa del Tocai friulano?
Questo libro è un po'  il risultato di tutte le mie esperienze passate. C'è come un filo che le lega insieme. Apparentemente la mia formazione scolastica e professionale non ha niente a che fare con l'enologia, infatti sono laureata in Lingue e Letterature straniere e ho un master in comunicazione e giornalismo, poi ho lavorato per dieci anni come assistente di volo. Ma già in queste scelte di vita si può leggere il mio grande amore per "le storie", la cultura, le tradizioni, i viaggi.
Ho iniziato a interessarmi al vino da consumatrice, amante del "buon bicchiere" mi piaceva poter abbinare i vini ai piatti che consumavo  in diverse città d'Italia e anche all'estero nei miei viaggi. E poi il ritorno a casa: la curiosità che mi ha spinto a voler conoscere altri paesi e culture mi ha fatto capire che mi mancava l'approfondimento della mia terra e così la storia del Tocai è per me "un viaggio" dentro la cultura, la tradizione e il territorio friulano. Che poi è il bello del vino.
Per me ogni vino è un viaggio, è una scoperta che "racconta" di luoghi, persone, leggende, incontri, e alle volte, scontri, come nel caso del nostro Tocai. Con questo lavoro ho voluto raccontare la storia di uno dei simboli della cultura e tradizione friulana, partendo dalla storia del vino, dall'inizio, dal mito di Diòniso fino ai giorni nostri, come si è evoluto, cosa è cambiato e perché oggi non possiamo più scrivere "Tocai". La storia di questo vino appartiene a tutta la collettività, ed è giusto che rimanga traccia scritta di una battaglia, che seppur persa, racconta un  episodio importante della viticultura friulana e italiana, da cui si possono trarre molte riflessioni, di alcune delle quali parleremo in questa intervista.  
Al di là di una sentenza, del divieto di non poter più utilizzare il nome storico di un vino c'è una verità che andava raccontata. Con il mio libro volevo far capire  che non è giusto dimenticarsi del "vecchio" nome del Tocai e  che se anche non possiamo più scriverlo su un etichetta nessuno ci vieta di nominarlo e di raccontarne  la storia.
Nel suo libro Bye Bye Tocai lei documenta in maniera precisa e documentata "la guerra del Tocai", tutte le fasi dell'affaire che dal 1993, quando in base ad un accordo tra CEE e Ungheria che fissava nell'aprile 2007 il termine ultimo per consentire all'Italia di chiamare Tocai friulano (o Tocai italico) il suo vino, ed il faticoso, contrastato passaggio, nel 2008, dal Tocai friulano al Friulano. Era destino sin dall'inizio che le cose andassero così e che le ragioni ungheresi avessero la meglio sulle seppur legittime richieste italiane?
Non parlerei di destino. Credo che la vicenda del Tocai sia emblematica dei nuovi assetti economici venutasi a creare nella nuova "casa comune" europea. Paradossalmente se prima il nemico era "fuori" dall'Europa, in particolare verso Est, con l'allargamento europeo è cambiato lo scenario politico e quindi anche economico. Nel 1993 eravamo all'inizio di tutto questo. L'Ungheria, come molti altri paesi dell'Est è entrata in Europa nel 2004. Probabilmente certi meccanismi non erano ancora del tutto chiari e l'assenza dei nostri politici ha fatto il resto. Sarebbe stato diverso se fosse stato presentato ricorso nei primi sei mesi dopo l'Accordo, ma non possiamo saperlo.
La vicenda Tocai ci aveva abituato fin dall'inizio a continui colpi di scena.  Una delle difficoltà è stata mettere la parola "fine" al mio libro, quando ancora eravamo in pieno fermento e non era ancora chiaro come sarebbe andata a finire.  È anche vero però che ad un certo punto avevamo capito che il nemico non era l'Ungheria, ma la stessa comunità Europea che continuava a negare il permesso di usare il nome Tocai, e su 123 deroghe richieste in altri casi di omonimia aveva rifiutato solo la nostra. La cosa ancora più assurda è che i paesi extraeuropei possono usare le menzioni tradizionali dei nostri vini e pertanto potremmo trovare un Tocai friulano prodotto in Argentina o in Australia mentre a noi non è concesso.
La battaglia legale dei "paladini" del Tocai era pertanto lecita e doverosa, ma nulla ha potuto contro un nuovo sistema di equilibri commerciali ed economici in cui gli interessi italiani sono balzati in secondo piano.
Non crede che la causa italiana sia stata sacrificata sull'altare della Realpolitik europea e che occorreva dare per questo dare ragione ad un Paese che dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine delle guerra fredda stava passando nell'orbita (anche del mercato) occidentale e nella Comunità Europea, piuttosto che ad un antico Stato membro come l'Italia?
Sì è proprio così, basti pensare alla Moninpex (società ungherese) che nel 1956 aveva fatto causa ai Baroni Economo di Aquileia per uso illegittimo della denominazione Tocai nell'indicazione di un vino prodotto nella loro azienda. La causa è stata persa dalla Monimpex per ben due volte, nel 1959 e in appello nel 1962. La conclusione della corte a quell' epoca fu che l'antico uso del Tokay per il noto vino da dessert in Ungheria era pacifico, come altrettanto pacifico era l'uso autonomo e secolare del nome Tocai per il vino da pasto friulano. È quindi probabile che il cambio di rotta della Comunità europea nei confronti dell'Italia sia  dovuto al non più centrale ruolo del Bel Paese nell' Europa post guerra fredda e a una nuova benevolenza verso i futuri "alleati" dell'Est europeo.
Pensando a quali interessi, non più solo ungheresi, ma internazionali sono entrati in essere e si sono palesati apertamente nella "rinascita del Tokaij", (investitori un po' da tutto il mondo) si può concludere che le ragioni dell'economia, della finanza, del business hanno prevalso su quelle storiche e del buon senso che avrebbero portato a mantenere la denominazione, anche geografica, di Tokaij per il vino ungherese e di Tocai friulano per il vino, assolutamente diverso e non confondibile con quello magiaro, italiano?
Ecco come vede è sempre vera la tesi che dietro a tutte le guerre ci sono interessi economici e così è stato anche per il caso Tocai. Mi riferisco in particolare alle multinazionali che dopo il crollo del muro di Berlino avevano iniziato ad investire nei paesi dell'Est, tra cui appunto l'Ungheria. Il più grande investitore  nella regione ungherese di Tokaj- hegyalia fu il francese Axa sotto la direzione di Jean Michael Cazes, seguito da altri due francesi, GMF e Gam Audy. L'idea era di "monopolizzare" il Sauternes dell'Est, modificando i metodi di vinificazione del Tokay. Ecco cosa potrebbe esserci dietro il "famigerato" accordo del '93 e la discriminazione nei confronti del nostro Tocai friulano.
La Francia non ha infatti mosso ciglio per difendere il suo "Tokay d'Alsace"  e già nel 1984, precorrendo  i tempi, aveva chiesto alla Commissione europea la sostituzione della dominazione Tokay d'Alsace con quella di "Tokay- Pinot Gris d'Alsace". In seguito all'accordo del '93 i Francesi non hanno fatto altro che cancellare la parola Tokay e lasciare la nuova dicitura "Pinot Gris d'Alsace".
Crede che da parte italiana si sia fatto tutto quello che era possibile per far prevalere la richiesta del mondo del vino friulano di continuare a chiamare Tocai friulano un vino che per una serie di documentati motivi è profondamente diverso e non può essere confuso con il Tokay (o Tokaij ?) ungherese? Non ci sono stati errori strategici e sono state percorse tutte le strade possibili, a livello politico, legislativo, comunitario per preservare i diritti dei produttori friulani?
Gli errori ci sono stati eccome. Primo e fondamentale il ritardo con cui si è intrapresa questa battaglia. L'Italia aveva sei mesi di tempo per presentare ricorso dopo l'accordo del '93, ma c'è stata una completa latitanza dei politici di allora, sia a livello nazionale, che locale.
Le prime azioni legali sono partite nel 2003, grazie a coloro che io ho chiamato i "paladini" del Tocai, dieci anni dopo l'accordo tra l'allora Cee e la Repubblica d'Ungheria sulla tutela reciproca delle denominazioni di vino. Se le rubano la macchina, come può pretendere di avere giustizia se fa denuncia dopo dieci anni?
Le ragioni di questo ritardo vanno ricercate sia nell'assenza della politica di allora (erano gli anni di tangentopoli), indicativa  anche di quella  "cattiva abitudine italiana" di prendersela comoda, lasciando ai posteri "le gatte da pelare",  sia nel disinteresse dei produttori friulani per il Tocai, considerato a quel tempo un vino di serie "b", il vino del "tajut", dell' "osteria", non alla pari dei più "raffinati" e alla moda Pinot, Sauvignon ecc.
E questo forse anche per colpa dei media, responsabili di creare le mode, come dichiarò il giornalista Pino Khail durante il Simposio internazionale sul Tocai friulano tenutosi a Gorizia nel 1985. Dal 2003 in poi è stato fatto di tutto e di più e forse è mancato un vero piano strategico, e soprattutto a livello regionale è mancata la comunicazione tra i vari comparti del settore vitivinicolo che hanno cominciato ognuno a intraprendere la "propria battaglia" con la "propria strategia".
Da qui lo scontro tra il partito del "Tocai" , in particolare rappresentato  dal sistema cooperativo, e il partito del "Friulano", soprattutto i produttori Doc, mentre a livello di istituzioni a un certo punto si voleva addirittura proporre un nuovo nome alternativo,  "Blanc Furlan" al posto di "Friulano", cosa che fece infuriare i produttori, che alzarono la voce  a favore della scelta già intrapresa.
Non crede che ad un certo punto, quando ormai appariva chiaro che la partita era persa e la sorte del Tocai friulano segnata, ci sia stato una sorta di "accanimento terapeutico" che ha rischiato di pregiudicare la salute del principale (per storia e numeri di ettari vitati) vino bianco friulano?
Sì, come ho detto, si sono iniziate a combattere altre battaglie, che hanno portato alla luce una profonda spaccatura all'interno del sistema vitivinicolo regionale, una diversità di vedute e un' incapacità appunto di "fare sistema" con il rischio di lasciare l'amato bianco senza nome. D'altra parte non mi sento di dire che uno aveva torto e uno ragione, entrambi avevano le loro ragioni, credo solo che forse si dovevano creare molte più opportunità di incontro e di confronto per decidere insieme qual'era la strada migliore da percorrere.
Per qualcuno forse la "guerra del Tocai" non è stata un utile cavallo di battaglia per conquistare una visibilità politica: non c'è stata una sorta di strumentalizzazione degli interessi del mondo vitivinicolo friulano?
È possibile. È anche vero che la politica si basa sul consenso popolare e va a cercare il consenso nei momenti e nelle situazioni più sensibili. Credo che sia comunque un rapporto reciproco, per cui anche dall'altra parte si va a ricercare  il supporto delle istituzioni e autorità politiche per raggiungere un certo obiettivo. L'interesse della politica verso alcuni argomenti sensibili è comunque sintomo di attenzione e non va letto sempre in senso negativo. L'assenza è sicuramente molto più negativa.
Non si è perso un sacco di tempo (e di danaro) in una battaglia inutile e ormai destinata alla sconfitta, invece di decidere, molti anni prima, quale sarebbe stato il nuovo nome dell'ex Tocai friulano, per comunicarlo per tempo, abituandolo al cambiamento programmato, al consumatore?
Come ho detto precedentemente il problema principale di questa battaglia sono stati i tempi, molto ritardati e dilatati, come se il problema non fosse stato nell'oggi, ma nel domani. La decisione del nome alternativo, a mio avviso, è stata intrapresa all'inizio (primi anni Novanta), con molta leggerezza, quasi come un "toto" Tocai, con sondaggi sui principali quotidiani locali dove si è visto di tutto e di più, chi lo voleva "Tai", chi "Jacot", chi "Blanc furlan" ecc.
Sarebbe stato forse opportuno coinvolgere fin da subito esperti di comunicazione e marketing per capire quale poteva essere il nome alternativo più corretto e una volta individuato da lì partire con azioni di promozione per abituare il consumatore, come ha fatto la Francia (anche se per i Francesi è stato più semplice perché il loro Tokaj d'Alsace era Pinot grigio e non uno dei vitigni autoctoni più antichi come il nostro Tocai).
Ancora oggi credo che il problema sia far capire al mercato  che parlando di Friulano, non intendiamo un "nuovo" vino, ma l'ex Tocai, che è cambiata solo la forma e non la sostanza.
E' dell'opinione che anche da parte dei diretti interessati, i produttori di Tocai friulano, ci sia stata poca lucidità, poca chiarezza e scarsa coesione nello scegliere, non all'ultimo momento, il nuovo nome e una valida strategia di promozione e comunicazione? Qualche interesse "di bottega" (nomi depositati come fossero marchi privati, ricorsi al Tar e altre stranezze) non ha condizionato le scelte? Aveva senso, quando si era ormai in "zona Cesarini", pensare ad un vino a doppio registro, Tocai friulano per la commercializzazione in Italia e Friulano per l'estero, quando anche uno studente di giurisprudenza al primo anno avrebbe capito che questa soluzione non aveva nessuna possibilità di essere accettata?
Sì, c'è stata un'incapacità di fare "sistema" e poi una confusione generale, tra cause legali, ricorsi al Tar, leggi e sentenze. A mio avviso, la soluzione del "doppio" nome, con la quale termina il mio libro, ha avuto più lo scopo di accontentare le due parti in conflitto, il partito del Tocai e quello del Friulano, piuttosto che essere una risoluzione valida e lungimirante della questione. È chiaro che per il partito del Tocai, la legge "Salva-Tocai" che aveva permesso di continuare a utilizzare il nome storico in Italia costituiva un importante appiglio per confermare e rafforzare a livello legale la validità della loro lotta e per "salvare" il nome storico almeno in casa.
Il Tocai friulano ormai è il passato ed il presente si chiama Friulano: secondo lei come hanno reagito, psicologicamente innanzitutto, i diretti interessati, i produttori a questo cambiamento?
All'inizio il nome non aveva convinto molti. Tra i motivi dello scontro tra il partito del "Tocai" e quello del "Friulano" vi è anche il fatto, secondo i "paladini" del Tocai, che il nuovo nome presenta alcune problematiche legate principalmente al fatto che si tratta di un aggettivo,  usato per definire  alcuni vitigni autoctoni friulani (vedi il Verduzzo), come sinonimo della lingua friulana e dell' abitante del Friuli.
Pur se apparentemente privo di "appeal" a livello di marketing e comunicazione, la scelta di questo nome deriva dalla necessità di legare il nostro vitigno al territorio in cui nasce. Lo scopo  è di costruirgli una nuova identità che possa contribuire a far conoscere sul mercato non solo il vino ma anche il Friuli, nome troppo spesso dimenticato a favore delle varie e forse troppe zone Doc  della nostra regione.  Se abbiamo perso il nome è anche perché la Comunità Europea difende i nomi delle aree geografiche, come appunto quella di Tokaj- hegyalia in Ungheria, a scapito dei nomi dei vitigni. Da qui la decisione di dare al vitigno una connotazione territoriale.
Che poi è la strada vincente già intrapresa dai Francesi,  vedi il caso di Bordeaux o della Borgogna, o dello Champagne, dove i vini si identificano con l'area di provenienza e non con il vitigno,  o per citare alcuni esempi italiani, il Chianti, il Barolo, il Barbaresco e il Brunello di Montalcino. Nonostante la dolorosa perdita di un nome che faceva parte del lessico quotidiano dell'abituale consumatore di vino friulano, grazie al nuovo nome il Tocai potrà divenire il vino-bandiera della nostra regione, sinonimo di tutto quello che rappresenta la viticultura friulana, eccellenza innanzitutto, ma anche storia, tradizione e territorio. Pensa che il consumatore, sia quello italiano, che era ed è tuttora il maggiore consumatore dell'ex Tocai, sia quello estero, abbiano recepito il messaggio e capito di vino si tratti quando si parla oggi di Friulano?
No, credo che ci sia ancora parecchia confusione. Per questo penso che il mio libro, come gli altri che sono stati scritti sull'argomento siano importanti per fare chiarezza. È necessario partire con una grande campagna di comunicazione e promozione all'Italia e all'estero per far capire che il Friulano è solo un nome diverso e nuovo di dire Tocai e che Friuli è sinonimo di grandi vini.
Il ministero delle Politiche Agricole nell'aprile 2009 ha deciso lo "stanziamento di 10 milioni di euro, otto a carico dello Stato e due della Regione, per i prossimi due anni. "Questi soldi - ha detto il ministro - serviranno a riqualificare i vini a denominazione di origine, a formare e informare i produttori, facendo loro conoscere meglio i mercati e le tendenze dei consumatori, e a fornire maggiori informazioni ai consumatori stessi circa la nuova denominazione del vitigno e dei vini regionali". Non sarebbe stato meglio decidere questo stanziamento parecchi anni orsono? Secondo lei quali possono essere le misure più utili da adottare per utilizzare in maniera intelligente, in Italia e all'estero, questi fondi?
Certo, anche qui si è partiti in ritardo, perché non era ancora chiara la sorte del Tocai. Poi la confusione  creatasi all'interno della nostra regione ha creato ulteriori rallentamenti. Credo che sia importante mettersi a tavolino e coinvolgere tutti gli attori che ruotano intorno al mondo del vino e al territorio, cioè produttori, istituzioni, associazioni, gli enti turistici ecc., per stilare un programma comune di promozione attraverso la creazione di eventi ad hoc, di azioni mirate verso la stampa, coinvolgendo direttamente sia il mercato "on-trade" sia  il consumatore finale. E poi lasciamo che sia il nostro Friulano a parlare di noi, della qualità dei vini friulani e della nostra meravigliosa terra.
Avendo studiato a fondo il caso Tocai, pensa che proprio per evitare "un altro caso Tocai", come qualcuno ha detto, sia stata valida la decisione di ampliare e fare diventare interregionale la zona di produzione del Prosecco e di legare il nome di questa nuova Doc al nome geografico di Prosecco, località in provincia di Trieste dove solo "arrampicandosi sui vetri" si è riuscita a documentare una storica presenza di questo vitigno e una produzione di quel vino che come tale si è invece affermato e fatto conoscere nel mondo partendo dalla Marca Trevigiana e non dal Friuli Venezia Giulia?
Per il Prosecco si è giocato d'anticipo, come dice Lei, per evitare un altro caso Tocai. Tuttavia la situazione è piuttosto diversa, poiché nel caso del Tocai parliamo di un territorio, il Friuli, dove il vitigno è radicato da tempo, essendo presente in tutte le zone Doc della regione ad eccezione del Carso (e della DOCG Ramandolo). Nel caso del Prosecco c'è stata una forzatura per allargare la Doc fino al paese di Prosecco nella provincia di Trieste, zona dove il vitigno non è tradizionalmente presente, senza uno studio preliminare per valutare se le condizioni del territorio sono adatte a coltivarlo per farne un prodotto di qualità.
Con il passaggio a  DOGC del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, Colli Asolani e Montello c'è il rischio che la nuova Doc Prosecco venga considerata di serie B nuocendo alla qualità e all'immagine che questo vino si è costruito nel tempo.
Lei è giornalista, si occupa di relazioni esterne per un'azienda vinicola del Collio, ma è anche sommelier: quale contributo pensa possa dare la sommellerie ed in particolare l'A.I.S., per comunicare al consumatore i pregi ed il valore del Friulano ed il nuovo nome di questo nobile e antico bianco friulano?
Mi sono avvicinata al mondo della sommellerie perché ho sentito la necessità di "studiare" il vino. Il vino non va solo bevuto e degustato, secondo me va capito, studiato, bisogna conoscere, e se possibile andare a scoprire i luoghi dove nasce, parlare con chi lo produce, toccare con mano. Ecco perché il "vino" è un viaggio e grazie al vino si può e si deve viaggiare. Il sommelier è il custode di questo sapere, è il tramite tra il produttore e il mercato, può e deve comunicare l'eccellenza. Deve saper raccontare  "la storia" che c'è dentro una bottiglia, e dietro un' etichetta. E nel caso del Tocai- Friulano c'è molto da raccontare...
Per concludere, da appassionata di vino e "storica" del Tocai friulano, quali sono le caratteristiche che rendono questo vitigno e questo vino unici? E per quale motivo il consumatore oggi, tra tanti vini bianchi, del Friuli e della Venezia Giulia e di tutta Italia, di cui dispone deve scegliere il Friulano?
La fortuna del Tocai oggi si può ricondurre al successo dei vitigni autoctoni che il mercato ha riscoperto negli ultimi anni. Poter "raccontare" un vino, il suo legame con il territorio, con la storia,  con le tradizioni,  con  chi lo ha prodotto,   è quello che fa la differenza. Oggi non basta solo la qualità, che ormai è generalizzata e data per scontato. Il consumatore  vuole qualcosa di più, ricerca la particolarità, se possibile "l'unicità".
E mi pare difficile parlare di unicità pensando a un Pinot Grigio o ad un Sauvignon che sono prodotti in tutto il mondo. Inoltre, il Tocai non è più solo il vino del "tajut". Ha raggiunto punte di eccellenza ed è venduto e richiesto in tutto il mondo. Complice forse la pubblicità derivata dalla "querelle" per il nome. Il Tocai è un vino fresco, con una bella acidità,  mineralità e una certa struttura,  ed è spesso riconoscibile per suoi profumi floreali (in particolare il fiore di mandorlo) e il finale piuttosto persistente di mandorla amara.
È prodotto sia in purezza che spesso abbinato ad altre varietà negli uvaggi, in particolare si sposa bene con la Ribolla gialla, la Malvasia istriana, il Pinot bianco, il Sauvignon, lo Chardonnay e anche il Picolit. Può essere vinificato solo in acciaio, dove esalta le sue doti di freschezza e fragranza, sia con l'apporto del legno, dove sa  "ammaliare"  per la sua complessità, sfoggiando profumi più dolci, speziati e ammandorlati.
Sa invecchiare molto bene sorprendendo anche dopo 8-10 anni. È un vino molto versatile che si beve da solo e in ogni occasione (è il nostro "tajut"), come aperitivo, e si abbina a moltissime ricette e prodotti della tradizione culinaria friulana. Può davvero rappresentare il Friuli.
A quali preparazioni a tavola lei consiglia di abbinarlo perché trovi quelli che Veronelli avrebbe definito "matrimonio d'amore"?
Partendo dalle cose più semplici, se penso a un piatto di prosciutto di San Daniele, mi viene subito in mente un buon bicchiere di Tocai. Questo sicuramente uno dei suoi primi amori, di quelli che non si scordano mai. E proporrei di viziare subito i nostri "ospiti" offrendo all'arrivo nelle strutture turistiche un bicchiere di "Friulano" con una fetta di San Daniele. Perché anche a loro resti nel cuore l'incontro con la nostra terra e la nostra "gente unica". Ma sarebbe riduttivo parlare di un solo "matrimonio" d'amore.
A seconda dei metodi di vinificazione e dell' annata, il Tocai può accompagnare i principali salumi e formaggi friulani, i classici primi piatti, come i "Cjarsòns" e gli "Slicrofi", gli gnocchi, la "Jota", la pasta e fagioli, i minestroni di verdura, il "frico", frittate e risotti di erbe, le carni bianche, il pesce bianco e azzurro, la trota, ricette a base di  uova e asparagi, il baccalà, il "boreto" di pesce, il radicchio "Rosa di Gorizia" (e il radicchio con i ciccioli) e per finire i dolci tipici friulani, la "Pinza" e gli "Strucchi".
Vorrei concludere citando un passo tratto dalla recente monografia scritta dal giornalista friulano Walter Filiputti,  "Un Friulano da amare",  che ben definisce la versatilità del Tocai e il perché è impossibile inquadrarlo in  un solo "matrimonio", visti i suoi tanti amori: "Sa vestirsi casual, ma anche elegante fino allo smoking: sta volentieri in osteria - è lì che si è formato -, ma si distingue e s'impone, con discrezione, sulle tavole dei ristoranti top del mondo". Che poi è un po' il carattere di noi Friulani.."
Intervista a cura di
Franco Ziliani



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