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Quello dei vitigni autoctoni o tradizionali è diventato in questi ultimi anni uno dei temi più dibattuti nell'ambito del discorso sul vino. Dopo anni di "sbornia" per le varietà internazionali, spesso addirittura esaltate come "migliorative", una buona parte del mondo produttivo italiano, non si sa bene se folgorato sulla via del Carricante e del Colorino e sensibilizzato dagli studi di valenti studiosi e convertito alla causa della ampelodiversità o se invece costretto a cambiare rotta dagli atteggiamenti del mercato e del consumatore, oggi non c'è landa vinicola italica dove non sia in atto un'opera di riscoperta delle varietà locali. Una riscoperta che per certi versi ha anche le parvenze dell'ennesima moda. Volumi sui vitigni autoctoni ne sono usciti parecchi in questi anni, ma merita comunque interesse, per l'originalità dell'impostazione, la freschezza e la vivacità della scrittura, che appare soprattutto nelle originali e spesso divertenti note di degustazione dei vini che sono stati presi in esame e descritti per ognuna delle cultivar tradizionali selezionate, il volume Autoctono si nasce (GoWine editore) curato da Francesco Falcone. Collaboratore della rivista Enogea di Alessandro Masnaghetti nonché di altre testate, Falcone propone nel libro un itinerario attraverso 100 vitigni autoctoni da scoprire, illustrati da oltre 270 vini selezionati e commentati. All'autore di Autoctono si nasce ho chiesto di parlare della propria opera e della situazione attuale dei vitigni autoctoni italiani. f.z.
Francesco, perché un altro libro sui vini da vitigni autoctoni? Go Wine e Massimo Corrado che ne è il presidente hanno sempre dedicato una buona fetta dell'attività associativa ed editoriale alla valorizzazione dei vitigni meno noti coltivati nel Paese. Quando sono arrivato ad Alba Corrado ha trovato in me un collaboratore che credeva nel progetto. Insieme abbiamo cercato di trovare una casa a tanti vini prodotti con le uve meno note del Paese. Lo hanno fatto anche altri, e altri continueranno a farlo perché è giusto così. In che cosa questo libro si differenzia dai tanti altri, scientifici o divulgativi che in questi anni sono stati dedicati all'argomento? Lo diranno i lettori. Da degustatore e critico mi sono divertito a scrivere una guida non guida, uno strumento facilmente consultabile, di informazione e di approfondimento insieme, che potrebbe diventare, qualora Go Wine lo ritenesse opportuno, un volume annuale dedicato ai vini prodotti con uve italiane meno popolari. Per quale motivo un appassionato di vino che ha già letto altri libri sui vitigni autoctoni italiani dovrebbe procurarsi e leggere anche questo libro? Sono consapevole che non s'inventa più nulla, che tutto o quasi è stato scritto. Ma io ho il mio linguaggio, i miei punti di vista, i miei gusti. Mi considero un manovale della degustazione: ho costruito una casa per alcuni vitigni e per alcuni vini che insieme a Massimo Corrado abbiamo voluto valorizzare. Ora spero che qualcun altro apprezzi lo sforzo. A quale tipo di lettore si indirizza un libro come Autoctono si nasce e quali ne sono le istruzioni d'uso? E' un volume dedicato a chi conosce già la materia: non ci sono glossari né introduzioni educative. Non volevano scrivere un saggio, ma un libro-guida pratico, semplice da consultare. Utile agli appassionati della degustazione, al dilettante che vuole crescere, al ristoratore che cerca novità, ai tanti amatori che simpatizzano per i vini prodotti con le nostre uve meno note. Ho scritto come scrivo sempre, senza badare troppo alla burocrazia della degustazione: il linguaggio troppo azzimato non mi piace. Non c'è il rischio che il tanto parlare, giustamente, di vitigni autoctoni e tradizionali, finisca con il ridursi ad una moda, superata dalla moda successiva? Si diceva che fosse una "moda" anche a metà anni '90. Non è stato così a quanto pare. Riscoprire con forza la personalità delle migliori uve italiane ha certamente contribuito a ridefinire i parametri dei vini contemporanei: vini più consapevoli, più vicini alla natura del terroir che li partorisce, in molti casi più divertenti. Ma c'è ancora tanto da migliorare e dubito che parlarne e scriverne possa nascondere funesti effetti collaterali. Cosa devono fare i produttori, e cosa dobbiamo fare noi comunicatori del vino, perché quella degli autoctoni diventi una consapevolezza e una valorizzazione di un patrimonio colturale e culturale che arrivi al consumatore? Continuare a studiare, a conoscere, a capire, a provare. Ci vogliono produttori curiosi e capaci, in grado di interpretare con sensibilità e intelligenza il terroir. Noi comunicatori dobbiamo essere altrettanto sensibili a coglierne il talento, a valorizzare le esperienze positive. Come giudichi l'atteggiamento dimostrato dal mondo del vino italiano nei confronti dei vitigni autoctoni: è stata un'adesione convinta da parte di molte aziende la scelta di riscoprire e valorizzare antiche varietà o proprio come sta accadendo anche con i vini rosati, che svariati produttori si sono decisi a produrre obtorto collo, perché richiesti dal mercato, ci siamo trovati di fronte a conversioni unicamente dovute a ragioni commerciali? Forse buona parte di tanti bravi interpreti del vino italiano hanno cominciato a credere nei vitigni autoctoni anche perché stimolati dalle sirene del mercato. Trovo che sia un fatto normale. Se oggi le bollicine e i rosati tirano come TGV in corsa, come si fa a condannare un imprenditore che ha la tentazione di salirci a bordo? Il produttore non può perdere di vista la realtà del mercato, non può sottovalutare le tendenze. Certo occorre avere la maturità, la sensibilità, l'abilità per non creare parodie, caricature, vini banali. Insomma produttori di vini da vitigni autoctoni si nasce, per natura, per convinzione profonda, per scelta di campo, o si diventa perché è obbligatorio o fa fino farlo? Autoctono (il vitigno) si nasce, ma buoni interpreti e buone interpretazioni si diventa. Non credo che esista una vocazione al mestiere di vignaiolo, così come non credo che esista un'unica ricetta per fare vino. Io adoro i vinificatori che hanno il bernoccolo del vino di terroir, ma non condanno chi cerca strade alternative. Ripeto, non trovo che esista una vocazione, una luce divina che scelga il buon produttore di vitigni autoctoni da quello che usa il merlot. Credo nel lavoro e nell'onestà. Ad Ama, nel Chianti Classico, un poco di merlot c'è sempre entrato nell'assemblaggio finale del Chianti Classico, eppure quello di Pallanti è un sangiovese squisito, un Chianti quintessenziale. Parliamo del libro e della sua impostazione: per quale motivo hai scelto di escludere gli autoctoni "classici" come Nebbiolo, Dolcetto, Sangiovese, Fiano, Cannonau, Aglianico, per concentrare l'attenzione su varietà minori? Perché da sempre Go Wine ha scelto la strada dei vitigni meno noti, e io ho voluto seguirla, pur con qualche motivata eccezione. Senza sentirci schiavi di uno schema, abbiamo interpretato il tema con discreta libertà. Nel volume c'è spazio sia per alcune varietà rarissime (poche in verità) come il Trebbiano spoletino in Umbria, il Rossese bianco in Piemonte, il Casetta in Trentino, sia per uve poco diffuse anche se già abbondantemente valorizzate (lo Schioppettino nei Colli Orientali del Friuli, ad esempio), e ancora per quei vitigni evidentemente molto noti in passato che per tanti motivi sono attualmente lontani dalla luce dei riflettori (la Vernaccia di San Gimignano, la Vernaccia di Oristano, la Schiava dell'Alto Adige, il Gaglioppo di Cirò, il Cortese a Gavi. Oltretutto Abbiamo volutamente incluso nella selezione anche alcune varietà universalmente riconosciute ma raramente apprezzate nell' "intimità" della loro area d'origine: è il caso del Nero d'Avola di Pachino, del Primitivo di Gioia del Colle, del Montepulciano in Valle Peligna. Così come abbiamo selezionato vitigni tanto popolari e consolidati nelle rispettive zone d'elezione, quanto ingiustamente sottovalutati in terroir altrettanto nobili, ma non altrettanto "visibili". Due i casi: il Verdicchio di Matelica (diverso dal quello coltivato nel più vasto comprensorio dei Castelli di Jesi) e il Marzemino dei Ziresi a Volano, alternativo a quello più famoso di Isera. E con quale criterio hai scelto, regione per regione, i vitigni (ed i vini) da inserire nel libro? Per evitare noiose ripetizioni, ho preferito selezionare il vitigno nella regione dove attualmente dona i risultati enologicamente più significativi e risolti. Secondo il mio punto di vista, naturalmente. Come deve essere oggi un vino da vitigno autoctono, oltre che "buono pulito e giusto" culturalmente parlando, per piacere al consumatore di oggi? Deve fondere al meglio la tradizione con l'innovazione, il carattere con la definizione, la profondità dei contenuti e la capacità di portarli a galla. Non amo i vini privi di attenzione enologica, non credo nella sostanza senza la forma, nel contenuto privo di un adeguato contenitore. Interesse culturale a parte, ovvero la necessità di preservare dalla scomparsa il maggior numero di varietà possibili che compongono la ricchissima ampelografia italiana, ritieni che tutte le varietà autoctone meritino di essere recuperate e valorizzate e restituite alla realtà produttiva? Non pensi che ci siano varietà autoctone che esprimono vini che sono difficili da far capire/accettare al mercato di oggi? Quando il fenomeno dell'autoctono era ancora lungi dall'essere completamente esplorato, e la curiosità verso una serie di vitigni minori era alimentata giusto dal coraggio di un manipolo di vignaioli illuminati, si diceva che le vecchie varietà erano state abbandonate perché valevano poco. Che i loro nomi così strani sarebbero serviti a vendere fumo, piuttosto che alimentare una nuova e più consapevole epoca del vino italiano. Oggi, a qualche decennio di distanza, in piena era "autoctona", si scopre che spesso quei vecchi vitigni dimenticati, non furono sostituiti perché davano vini scadenti, ma perché con tutta probabilità erano semplicemente antieconomici: sensibili alle malattie della vite, condizionati nel rendimento da una serie di deformazioni genetiche più o meno gravi, scarsamente produttivi. In molti casi, dunque, il loro abbandono non aveva nulla a che vedere con la qualità del vino che producevano. La strada verso la completa conoscenza del nostro patrimonio ampelografico è ancora lontana, senza dubbio i filtri imposti dal mercato e dalla concorrenza porteranno a galla le eccellenze lasciando sullo sfondo le uve con minor potenziale enologico. Quali sono le caratteristiche insite in tante uve tradizionali italiane che sono meno in sintonia con un gusto diffuso di oggi? L'acidità, i tannini, una certa non esuberanza o neutralità aromatica? Franco sai benissimo che il gusto degli amatori è in continua evoluzione. Porto l'esempio del Franciacorta visto che è dietro l'angolo: dieci anni fa erano bollicine a cui mancava freschezza, oggi buona parte dei vini che si assaggiano sono spremute di agrumi, super acide, dalla disposizione a dir poco verticale. Hanno successo perché tra gli appassionati prevale il modello champenoise, e pazienza se la loro acidità non ha nulla a che fare con la Champagne, non ne possiede il sapore, l'evoluzione, il talento. E' dura, dunque, dirti cosa va e cosa non va delle nostre uve autoctone. Tuttavia si sa che il Pignolo è super tannico, il Timorasso super minerale e il Frappato super essenziale. Vivaddio! E' dalle imperfezioni che nascono i vini di carattere. E quali elementi invece, presenti in tante varietà autoctone, e non nelle consuete varietà internazionali costituiscono degli atout, delle importanti carte da giocare per rendere interessanti e appealing i vini che ne sono espressione? La diversità, la personalità, l'autenticità sono gli l'elementi che più affascinano gli impallinati dei vini di terroir. Ma non sono esclusiva dei vitigni autoctoni italiani. Capo di Stato a Venegazzù o Marchese di Villamarina ad Alghero sono due Cabernet, eppure entrambi lasciano respirare tutta l'atmosfera dei luoghi che gli hanno generati. Il vitigno è una chiave di accesso, il resto lo fanno la bontà della terra, della vigna, dell'interprete. Ritieni che l'orientamento attuale del mercato, l'aria di crisi che si respira, possa giocare a favore dei vini da vitigni autoctoni che spesso presentano prezzi più ragionevoli rispetto a più mediatici vini ottenuti da varietà alloctone? Domanda complicata alla quale non so rispondere. In genere quando c'è crisi il consumatore si orienta su ciò che ritiene più affidabile. E dubito che, a livello generale, la prospettiva dell'autoctono rappresenti la pista più affidabile. Pensi che l'evoluzione odierna del consumatore, più curioso, più attento ed informato, favorisca una più consapevole accettazione dei valori, non solo organolettici, che un vino autoctono presenta? Credo di sì. Per merito di un consumatore più attento, ma soprattutto per merito di una critica più matura, più consapevole. O almeno di una parte di essa. Quali sono le difficoltà oggettive che i vini da vitigni autoctoni incontrano nel farsi conoscere e accettare in Italia e all'estero? Se ne parla e se ne scrive ancora troppo poco. Tu in apertura mi chiedevi se la forte esposizione mediatica del tema non nascondesse controindicazioni. Io sottolineo che il patrimonio di uve di talento del nostro Paese, penso alla Calabria, alla Sardegna, al Lazio, penso insomma a quel sud che ancora oggi fatica a emergere, merita di essere assolutamente valorizzato. Parlarne e scriverne con serietà è nostro dovere. Non vedo altre strade. A tuo avviso quali sono gli autoctoni ancora più sottovalutati del panorama odierno, quelli che nonostante la loro qualità non riescono ad essere ancora accettati da larga parte degli appassionati? Lo Schioppettino a Prepotto dona un rosso sublime che meriterebbe più attenzione. E come lui l'Uva di Troia nel Nord barese e il Frappato nella Sicilia sudorientale. Tra i bianchi il Pigato nel Ponente Ligure, il Timorasso nel Tortonese, la Vitovska nel Carso. E ci sono invece autoctoni che tendono ad essere un po' sopravalutati o godono di un successo superiore ai loro effettivi meriti? Il Primitivo fin troppo azzimato che ci hanno proposto per anni, il Nero d'Avola civilizzato con la Syrah coltivato fuori dalla Sicilia sudorientale, la Falanghina fermentativa, fiacca, debole di carattere che ancora oggi trovi nei cataloghi di buona parte delle aziende poste a cavallo tra Avellino e Benevento. Cosa pensi - e una risposta mi sembra venire dal libro dove hai scelto vini che giocano da "solisti" e dove le varietà autoctone sono utilizzate in purezza - di una certa tendenza a coniugare l'autoctono con l'alloctono? Pensi che questi matrimoni in genere siano riusciti oppure no? Ritieni che la forza e la verità e la particolarità assoluta di una varietà autoctona riesca comunque ad emergere anche nel connubio, un po' forzato, con varietà internazionali? I vitigni internazionali nella storia enologica del nostro Paese - e non solo nel nostro - hanno alimentato con profitto terroir altrimenti destinati a produrre vini mediocri. E' il caso anche di grandi denominazioni geneticamente impoverite dai disastrosi anni '60 e '70. Ora, senza per forza mettere in discussione il ruolo dei vitigni miglioratori, penso che questa fase storica sia per i vini/vitigni autoctoni certamente più matura. La consapevolezza, l'esperienza di questi anni, la selezione delle migliori varietà e dei migliori cloni dona al vignaiolo strumenti più "oliati" di un tempo e dunque maggiori chance di mettere a punto un ottimo vino autoctono senza supporti. Ma ripeto l'esempio di prima: quelli del Castello di Ama sono rossi vestiti Chianti Classico dalla testa ai piedi, nonostante nella miscela non manchi un briciolo di merlot. Molti vini da varietà autoctone, soprattutto le meno note, sono prodotti in piccoli quantitativi, cosa che ostacola la loro diffusione e conoscenza da parte del grosso pubblico: cosa si può fare per farli conoscere meglio? Dedicando tempo e spazio ai vini più autentici, alle produzioni di nicchia, ai vini/vitigni di talento che senza il nostro contributo faticherebbero a imporsi. Dando voce agli interpreti più coraggiosi, più caparbi, spesso attrezzati dal punto di vista enologico e viticolo, ma quasi mai in grado di promuoversi adeguatamente. Per concludere, quali sono le varietà autoctone del tuo cuore, quelle che ami di più? E quali elementi ti hanno conquistato in queste uve ed in questi vini? Numerose. Il mio approccio è laico, campo alla giornata, mi lascio acchiappare, qualche volta perfino commuovere da tutto ciò che di autentico passa sul mio tavolo di assaggio. A ogni modo non è facile rimanere indifferenti alla calda mineralità della Turbiana di Lugana, a quella più timida e sottile del Cortese di Gavi, alla squisita trama odorosa dello Schioppettino (uva di superba personalità), alla finta leggerezza dei Frappato più sinceri. Tutte personalità inconsuete dalle quali è bello farsi travolgere. Intervista a cura di Franco Ziliani |