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E’ allarme importazioni, il Brunello di Montalcino rischia seriamente di non poter più approdare per qualche tempo e in grande quantità (l’export ammonta al 24%) negli Stati Uniti. Dopo la lettera inviata dal inviata dal Department of the Treasury, Alcohol & Tobacco Tax & Trade Bureau all’Ambasciata d’Italia a Washington, lettera che fa riferimento all’autorizzazione data alla United States Customs & Border Protection a bloccare i Brunello di Montalcino sprovvisti di certificazione di conformità (che attesti cioé che sono prodotti con sole uve Sangiovese) o compresi in un elenco di vini e aziende sotto inchiesta che l’ ATTB ha più volte richiesto senza peraltro ottenere risposta, esiste la fondata possibilità, a meno di interventi politici, che vengono da più parti sollecitati, che il celeberrimo vino toscano riceva un catastrofico semaforo rosso che avrebbe esiti disastrosi non solo per l’immagine, ma per l’economia, largamente basata sul vino, di Montalcino. Per capire come giudichino gli americani questa situazione, con che oggi guardino a quanto sta accadendo ad un vino, importante, che hanno sinora dimostrato di apprezzare e molto, ho chiesto aiuto ad un caro amico, il collega wine writer, wine blogger con il suo eccellente Do bianchi (vedi), nonché storico del cibo e del vino, traduttore di opere di letteratura italiana e traduttore simultaneo Jeremy Parzen. Una persona particolarmente adatta per aiutarci a capire visti i suoi continui contatti, che ha spostandosi da San Diego a New York, città nelle quali vive e opera, quali possano essere le reazioni del pubblico dei wine enthusiast americani allo scandalo che investe il Brunello. Ecco pertanto le risposte e le interessanti riflessioni di Jeremy, mio compagno d’avventura nel wine blog in inglese dedicato al vino italiano VinoWire (vedi). Jeremy, puoi aiutare i lettori di Sommeliersonline a capire quali reazioni si stiano sviluppando negli States allo scoppio dello scandalo dei Brunello di Montalcino non conformi al disciplinare di produzione? Purtroppo la recente crisi ilcinese ha creato e continua a far nascere confusione nel mercato statunitense. Soprattutto dopo che si era sparsa la notizia della lettera del governo americano indirizzato all’ambasciata italiana in cui la nostra Treasury, la nostra Guardia di Finanza, di cui l’ATTB fa parte, ha minacciato di bloccare l’importazione del Brunello in toto se i nomi degli indagati non vengano rivelati, gli americani — sia i professionisti del vino, sia i semplici consumatori — non sanno più a chi devono rivolgersi. Da una parte, i distributori e i venditori non sanno neanche se le bottiglie di Brunello 2003 già arrivate negli USA siano “legali” e dall’altra, ho già sentito dire che molti ristoratori — tra cui anche alcuni molto importanti — hanno rifiutato la consegna di bottiglie ordinate dai grossisti, dicendo che quel vino non lo possono rivendere, una notizia, se vera, che mi rattrista molto perché vuol dire che tali ristoratori hanno rivoltato le spalle al Brunello e a chi produce — onestamente — il Brunello. Considerando che gli States sono il primo mercato estero e assorbono qualcosa come il 25% della produzione di Brunello, come sono state le prime reazioni e come si è sviluppato l’atteggiamento degli appassionati americani che amano i vini toscani ed il Brunello, e soprattutto quello degli addetti ai lavori, importatori, distributori, wine merchant, ristoratori? Il comportamento del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino e quello dei produttori indagati purtroppo ha creato una confusione tale che, ripeto, i professionisti del vino non sanno più cosa fare. Bisogna tener presente che molte bottiglie sono già arrivate negli USA e ora gli importatori e i distributori non sanno cosa fare di questi vini in deposito. L’altra sera ero a cena con gruppo di giovani professionisti del vino qui a San Diego in California e quando ho proposto di bere Brunello, una ragazza venticinquenne mi ha chiesto, “Ma, Brunello? Non è quello il vino che non si può più vendere?” Poverina… Lei di Brunello o di Sangiovese non ne sa nulla, ma conosce comunque il marchio del Brunello e ormai per lei l’immagine del nostro amatissimo Brunello è ormai quella: un “vino che non si può vendere” anche se non è assolutamente vero che non si possa vendere. Che giudizio pensi si siano fatti nei confronti del mondo produttivo di Montalcino? A tuo avviso produttori e Consorzio sono stati sufficientemente chiari nel comunicare quello che stava accadendo? Gli americani in generale non seguono le vicende del vino italiano da lontano, anche se il vino italiano gode di una forte presenza negli USA, e quindi della gestione, diciamo politica del vino ci arrivano a capire relativamente poco. Nello stesso momento, tutto questo casino — e scusa il termine, ma chiamiamolo per quello che è — ha suscitato e forse risvegliato la percezione dell’Italia come paese dove la corruzione politica (insieme al qualunquismo) continua ad aver una ricaduta anche su delle cosa mondane e non di centrale importanza come il vino. Mi spiace dirlo, ma l’attuale situazione rafforza lo stereotipo anziché indebolirlo. Sono un amante dell’Italia e dei suoi vini e mi rattrista molto dover dir questo. Non trovi paradossale e per certi versi comico il fatto che certe aziende di Montalcino che avrebbero “taroccato” i loro vini aggiungendo altre uve come Merlot e Cabernet per compiacere una certa parte dei consumatori e soprattutto certa influente stampa specializzata americana, oggi si vedano “presentare il conto” dagli stessi Stati Uniti che pretendono chiarezza nella comunicazione, ad esempio conoscere l’elenco esatto delle aziende sotto inchiesta, e trasparenza e soprattutto la garanzia di importare Brunello che rispecchino esattamente il disciplinare di produzione e siano fatti, come le leggi prevedono, solo con il Sangiovese? Non sarebbe stato più semplice e onesto, come molti hanno fatto, proporre all’importante mercato Usa solo Brunello Sangiovese di Montalcino al 100% al di sopra di ogni sospetto? Questa vicenda non ti sembra una forma di nemesi che si rivolta contro i liberisti spinti, che vorrebbero avere le mani libere e disciplinari di produzione il più possibile “aperti”? Per me, il paradosso, o meglio il reversal edipico (perdona il termine freudiano), sta nel fatto che quello che hanno fatto i produttori disonesti, aggiungendo dei vitigni francesi, l’hanno fatto perché era la maniera più facile e più veloce per sedurre gli americani — giornalisti e consumatori — abituati a bere il vino californiano. E ora questo atteggiamento ha devastato il loro marchio, nel giro di solo una decina di anni! Secondo me, la mossa del governo americano avrà una ricaduta molto positiva: solo dopo l’arrivo della famosa lettera, il Consorzio ha comunicato per la prima volta e i produttori — di cui la maggior parte sono onesti — si stanno muovendo per fare autocontrolli. Io, questo fatto, lo vedo come elemento molto positivo, almeno spero che sia così. Parliamo del mercato Usa e degli appassionati di vino: è proprio vero che questi wine enthusiast vogliono vini più “internazionali” nel gusto, più facili e rassicuranti da approcciare, con colori più scuri, un fruttato più intenso e concentrato, tannini più morbidi, oppure il pubblico americano è pronto, maturo, disponibile ad apprezzare la diversità nei vini ed un Brunello che sia fedele alla propria storia e alla propria natura e non imiti modelli stile Nuovo Mondo? Bisogna tener presente che la California — e diciamocelo pure, non è solo uno stato ma un Paese vero e proprio! — é un fenomeno unico nella storia del mondo vinicolo: per la prima volta nella storia, esiste un paese produttore di vino dove si produce e si consuma molto vino prodotto localmente ma si importa e si consuma anche molto vino proveniente da altri paesi, in questo caso dalla Francia e dall’Italia. Era naturale che prima o poi i francesi e gli italiani avrebbero fatto vini più accessibili, più “familiari”, più facili da frequentare per gli americani. La pazienza — in quanto uno deve aspettare che un vino maturi — non è una virtù molto apprezzata dagli americani in questo senso. La gratificazione immediata — e lascio a te la decifrazione freudiana — rientra come uno dei elementi fondamentali del grande consumismo statunitense. Il Brunello di Montalcino è diventato un marchio vincente negli USA perché la Toscana rimane la meta privilegiata, più richiesta, e più romantica e miticizzata dei turisti americani in Italia e perché i toscani sono molto bravi nel gestire il turismo enogastronomico. Questo fatto non diminuisce la grandezza del vino ma bisogna essere onesti: il successo del Brunello negli USA è dovuto a una serie di fattori tra cui spicca il turismo. Secondo te l’appassionato di vini italiani negli States si scandalizza se viene a scoprire che determinati Brunello di Montalcino sono o sono stati prodotti non solo con Sangiovese, ma anche con altre uve, oppure è del tutto indifferente a questa commistione truffaldina di uve? E’ vero, come hanno scritto alcuni, che poco conta, per il mercato americano, che il Brunello sia fatto con una sola uva, il Sangiovese, o con più uve, ma piuttosto che sia buono e che sia appealing al gusto? Per gli americani in generale — e ripeto, non parlo dei conoscitori — l’idea che il vino si debba fare come monovitigno per legge risulta molto strano. La California per esempio non regola il vino in questo senso: tu puoi coltivare quello che ti pare dove ti pare. “Live free or die!” come dicono nel New Hampshire. Ma dall’altra parte pochi americani sanno che in Borgogna si coltivano principalmente solo due vitigni, lo Chardonnay e il Pinot Noir. Tra l’altro molti americani credono che lo Chardonnay sia un tipo di vino e non un vitigno. Ci sono state reazioni da parte della stampa statunitense nei confronti di un certo discutibile orientamento che stava prendendo una parte del mondo produttivo di Montalcino impegnato a produrre Brunello sempre più “internazionali” e conformi ad un gusto stile Parker o Wine Spectator? Queste reazioni, penso a quelle di Eric Asimov sul New York Times e nel suo blog The Pour ospitato sul sito del NYT, le tue, di Alice Feiring (autrice del fantastico libro The battle for Wine and Love or How I saved the World from Parkerization, di Joshua Greene di Wine & Spirit, riescono a bilanciare la forte influenza che Wine Advocate e Wine Spectator hanno tuttora su larghi strati degli appassionati di vino americani? Eric ha scritto un post molto interessante in cui implorava i produttori — anche se indirettamente — a non abbandonare il disciplinare e a non permettere l’aggiunta di altri vitigni. Joshua invece, sempre in maniera molto equilibrata, ha pubblicato delle notizie molto interessanti in cui ha precisato i “fatti” e la situazione in corso. Con VinoWire abbiamo sempre voluto — non solo per il caso Brunello — pubblicare le notizie che arrivano dall’Italia in maniera tempestiva. Siamo stati noi i primi a pubblicare (e a tradurre) informazioni proveniente da Montalcino. Il nostro mandato è quello di dare al lettore americano una chiave di lettura che gli dà la possibilità di decifrare quello che sta succedendo “sul terreno”, come dicono alle Nazioni Unite. Il blogger Craig Camp su Wine Camp (leggi) ha fatto un post ironico — e secondo me molto bello — in cui chiedeva retoricamente, “ma cosa ci fanno quelli del nostro governo che lavorano per la Homeland Security (la sicurezza nazionale)? Meno male che ci proteggono dal Brunello adulterato visto che i terroristi non ci creano più problemi”. Cosa prevedi per il futuro del Brunello e per il rapporto tra Brunello di Montalcino e pubblico americano? Ora tocca a noi professionisti del vino — sia in Italia, sia negli USA —aiutare soprattutto il consumatore a capire la grandezza di questo vino. intervista a cura di Franco Ziliani |