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25 Dicembre 2007
Charlie Arturaola, american Sommelier e wine educator racconta la sua love story con il vino
Charlie Arturaola
è considerato uno dei “top 10 palates” dall’American Sommelier Association. Ha preso parte, come sommelier e wine educator ai principali wine festival statunitensi e nel 2005 è stato nominato Chevalier by France’s Ordre des Coteaux des Champagnes. Attualmente insegna presso il
Lynn’s University new Hospitality department di Boca Raton nella Palm Beach County in Florida ed é presidente del Grappolo Blu di Miami, società specializzata nella fornitura di servizi di sommelier, oltre che direttore di tutto il servizio relativo al vino della Gulf Bay Hospitaly e del Marco Beach Ocean Resort nelle Marco Island in Florida.
La sua esperienza nel campo del vino è maturata nel campo della ristorazione e della hotellerie più importante (ad esempio il Boca Raton Resort & Club, a Boca Raton, i ristoranti Tulipano e Rigoletto di Miami, di cui stato il manager) negli Stati Uniti, in Inghilterra ed in Uruguay, dove ha conseguito un diploma in giornalismo e comunicazione radiofonica presso il
Press Institute di Montevideo.
Arturaola, che ha maturato studi di storia europea presso l’Università di Navarra in Spagna è membro
del Board of Education della Society of Wine Educators di Washington DC ed della American Society of Appraisers. Questa l’interessante e vivace intervista, testimonianza di una vera love story con il vino e di un'autentica "storia americana", che mi ha concesso.
Charlie, puoi raccontare qualcosa di te e perché hai scelto di occuparti di vino?
Ho sempre vissuto nell’ambiente del vino sin da bambino a Montevideo, perché sono nato in Uruguay da una famiglia di origine basca. Ho ricordi netti di quando avevo cinque anni e giocavo con altri bambini in una cantina con grandi botti di legno e mi ricordo distintamente l’aroma del legno impregnato d’uva e vino. Ricordo i profumi di
Tannat
, dell’uva portoghese, e di vini molto popolari come i Chianti Putto che venivano commercializzati in Uruguay e ricordo anche grandi vini da dessert ungheresi che erano stati introdotti in famiglia perché mio zio aveva sposato una ragazza ungherese.
Come è stata la tua formazione del gusto e come hai creato la tua cultura del vino?
E’ stata una formazione dovuta alla mia famiglia e alla presenza di immigrati italiani nel nostro quartiere, nomi quali Teti, Bonnino, Bruzzone, Pirotto, famiglie che producevano tutte vino. Già a 18 ho fatto il mio primo viaggio in Spagna, in quei Paesi baschi di cui siamo originari, e poi in Portogallo e Italia. Volevo rimanere in Spagna, tra Barcellona e Madrid, ma in quegli anni con il mio cognome troppo basco facevo fatica a trovare lavoro nella Spagna di allora e quindi ho deciso di imparare francese e inglese e ho imparato a stare al mondo…
Il primo ricordo di una seria valutazione sul vino risale alla mia permanenza spagnola, quando vidi in televisione tre degustatori discutere dei vini di Jerez e delle loro uve e delle caratteristiche di ognuna. Questa cosa mi colpì molto e decisi di cominciare a studiare seriamente il vino. Ricordo, una volta trasferito in Francia, le mie lunghe frequentazioni di un bistrot a Saint Tropez, il cui proprietario, una volta saputo che… volevo diventare sommelier, mi disse che occorreva conoscere molto bene le uve prima di poter giudicare i vini. Ed infine ricordo il mio primo viaggio in Italia, le distese di vigneti in Veneto e poi in Toscana, ed il mio interesse per il vino che diventava sempre più forte!...
I casi della vita poi vollero che a vent’anni o poco più finissi a Puerto Rico nei Carabi trovando lavoro in un ristorante condotto da un napoletano,
Raul Orazzi
, a San Juan Puerto Rico. Due anni di intenso lavoro e di apprendistato, ai tavoli ed in cantina diventando il braccio destro di Raul nella sua Trattoria. Non pensavo ancora di diventare un sommelier, ma di farmi una solida cultura sul vino. Così frequentai l’Hospitaly School e partecipai ai vari workshop per imparare etichetta e protocollo. Ricordo, quando ero già assistente maitre D’Hotel un indimenticabile ricevimento per 500 persone, nel 1985,
a base di Champagne Tattinger!
Dopo aver rafforzato la mia esperienza parlando spagnolo, italiano e portoghese, finii come wine steward in una nave da crociera diventando dopo qualche tempo Head Wine Steward delle Cunard Lines. E poi, ecco i casi della vita, accadde che un bar manager piemontese, mi ricordo ancora il nome,
Riccardo Polito
, mi offrì di tornare in Europa a lavorare a Malaga e a Venezia come membro del suo wine team. Quattro anni di crociere su e giù per il Mediterraneo, il Mar Nero e l’Oceano Atlantico, che grandi esperienze!
Ma come sei diventato sommelier negli Stati Uniti Charlie?
Dopo il mio ritorno dall’Europa, nel 1992, arrivai a Coral Gables, località che ospita la maggior parte dei ristoranti italiani a Miami. E così il caso volle che incontrassi i miei vecchi amici di Portorico e dei Caraibi, che avevano appena aperto un ristorante,
Rigoletto
, il cui chef era di Bergamo. E così lavorai alla cantina e al servizio in sala di questo locale, mentre contemporaneamente frequentai un seminario a San Francisco per saperne di più sui vini di
Napa e Sonoma. Ricordo un’autorità del vino americano liquidare in soli 15 minuti di corso la Toscana ed il Piemonte, il sangiovese, il nebbiolo, il Chianti, il Brunello! Un vero insulto per me che avevo lavorato in tutto il mondo e così decisi che dovevo saperne ancora di più sui vini italiani per poter insegnare alla gente quali grandi vini l’Italia producesse. Così ottenni un certificato dalla Guild of Master Sommelier in America, sostenendo un colloquio in inglese e di dedicarmi alla parte food & beverage e alla gestione delle cantine dei ristoranti, con una serie di seminari e workshop dal 1992 ad oggi.
Nel 1997 mi spostai al ristorante
Tulipano
, con una carta dei vini che fu scelta come una delle 10 Top list degli Stati Uniti da Wine Spectator, su 600 ristoranti selezionati. E così, dal 1995 in poi, ovunque abbia lavorato le mie carte dei vini sono sempre state selezionate tra le migliori. Nel 1998 decisi di frequentare l’Ecole du Vin a Bordeaux diplomandomi in tecnica di degustazione e conoscenza del vino. Oggi insegno a 42 giovani professionisti alla Lynn University di Boca Raton e mi occupo delle mie attività di consulenza viaggiando per gli States e realizzando carte dei vini per ristoranti e Hotel 7 Cruise Lines (ad esempio Accademia Di Vino a NYC,
C21 Hotels Group in Louisville Kentucky). Nel 1999 sono stato coinvolto dal partner di Robert De Niro nel Myriad Restaurant Group a New York per aprire un locale toscano a Boca Raton, chiamato
Lucca
. Nei primi due anni furono spesi due milioni di dollari in vino!. L’Hotel mi diede la direzione dell’intero settore vino con un budget di sette milioni di dollari per il solo Hotel. E ringrazio sempre il mio mentore Raul Orazzi per quello che mi ha insegnato…
Come giudichi oggi il movimento della sommellerie negli Usa e la situazione dell’American Sommellerie?
E’ veramente un "casino"! L’
American Sommelier Association
(membro della W.S.A.) a New York
http://www.americansommelier.com
cerca di fare le cose per bene. Io stesso ho frequentato i suoi corsi e li considero tra le migliori wine experience che ho fatto. C’è poi la
Guild of Master Sommelier
, ma a parte i costi altissimi di iscrizione e partecipazione credo che non sia sufficientemente strutturata e che si tratti di un’associazione che lascia molto a desiderare e che è piuttosto elitaria e non riesca a formare bene gli studenti.
Io farò l’impossibile per fare in modo che ci sia un’American Sommelier Association che possa unire tutti i professionisti sommelier negli Stati Uniti. Ricordatevi piuttosto che negli Stati Uniti, pur con 400 milioni di abitanti, due anni fa c’erano solo 750 sommeliers qualificati, davvero molto pochi… C’è moltissimo interesse per il vino, ma pochi considerato quella della sommellerie una materia da studiare seriamente e da approfondire in tutte le sue tematiche. E questo accade anche ai massimi livelli della ristorazione Usa.
Come vedi il rapporto tra l’A.I.S. e la Sommellerie statunitense?
Noi dobbiamo guardare all’A.I.S. con il massimo rispetto, come una fonte di informazioni inesauribile, come qualcosa di valido anche nel campo del marketing. Sinora questo aspetto ci è mancato negli States. Credo che con l'American Sommelier Association voglia lavorare per creare standard unitari nel servizio e migliorare la professionalità degli addetti. La gastronomia non è materia esclusiva degli chef, che sono delle celebrità negli Usa e lavorano in tv, ma tendono ad ignorare il ruolo fondamentale dei sommelier.
Ma ci siamo anche noi!
Credi che con la creazione della W.S.A. Worldwide Sommelier Association (
http://www.worldwidesommelier.com
) e con il ruolo importante al suo interno rivestito dall’American Sommelier Association le cose possano migliorare?
Sono convinto di sì, e dobbiamo fare in modo di interessare e coinvolgere al massimo le persone nella nostra attività, allargando il discorso anche a scuole e università. Diventare sommelier non si risolve nel gesto di acquistare un diploma, che non fa di te un sommelier finito, ma costituisce un inizio
e la base per creare la tua professionalità lavorando a contatto con la gente, con realtà, culture del vino, situazioni, esperienze diverse. Io credo che persone come Medri, Maietta, Moreno Rossin e tutto il comitato esecutivo della W.S.A. e della Giunta dell’A.I.S. siano persone di grande preparazione ed esperienza e che costituiscano dei punti di riferimento per la sommellerie internazionale.
In novembre tu hai partecipato all’American Sommelier Summit: vuoi spiegare di cosa si tratta e che cosa ha proposto?
Il Sommelier Summit è stato fondato dalla Franciscan Estancia Estate dell’imprenditore cileno Agustin Hunneus dieci anni fa come forma di sostegno ai sommeliers della Napa Valley. Si tratta di una forma di collaborazione e dialogo tra i sommeliers d’America e l’industria del vino. Al summit cerchiamo ogni anno di imparare qualcosa di più sulle regioni del vino del mondo, sulla loro storia, geologia, incontrando produttori ed enologi e scambiando informazioni su quello che accade nei vari mercato. Nel corso di questi incontri abbiamo incontrato personaggi come Robert Mondavi, Clarke Swanson, Bill Harlan, Mary Beth Spottswoode, Al Bronstein (r.i.p.), Sangiacomo brothers, Sebastiani, Signorello, Rosenblun Shafer, Benziger; Buelher Hunneuss, Araujo, Staglin Jim Clendelan. Nel corso del summit ci sono laboratori e lezioni dove i sommelier possono interagire e porre domande circa le nuove tecniche relative alla vinificazione.
Quest’anno l’attenzione si é concentrata sulla Nuova Zelanda e sulle sue varie zone, mediante degustazioni ciece e guidate, corsi dedicati ai vari vitigni. Forse in un prossimo futuro potrà essere ospite l’Italia… Ogni anno sono invitati 40 sommeliers provenienti dagli Stati maggiormente consumatori di vino. Questo aiuta a capire a che punto si trovi la vitivinicoltura americana oggi. Agustin Hunneus, proprietario di aziende in California ed in Cile ama chiamare questa l’universalizzazione del vino,l’apertura di nuovi mercato per nuovi bevitori. Oggi i sommelier americani devo studiare, viaggiare, aggiornarsi se voglio essere figure centrali nell’ambito della sommellerie.
Parliamo ora dei giornalisti del vino americani che si occupano di vini italiano. Sei convinto che lo conoscano sufficientemente bene, parlo in generale, e che siano forniti degli strumenti critici adeguati per valutarlo con cognizione di causa e senza approcci parziali o condizionamenti?
Mi piace leggere notizie del vino che arrivano da tutto il mondo, ma vedo che alcuni wine writer offrono notizie di poco peso e controverse. Il savoir faire di molti giornalisti del vino mi sembra, con alcune eccezioni, molto limitato. Credo sia impossibile per coprire bene una data zona vinicola se non ci si vive e se non si parla la lingua locale. Nel mondo di oggi occorre viaggiare, chiedere, parlare, interagire: è quel che fa, ad esempio,
James Suckling
di Wine Spectator che in America è un’autorità.
Che differenza trovi, nel modo di avvicinare e giudicare i vini, tra il giornalismo specializzato italiano ed il giornalismo estero, soprattutto quello di lingua inglese? Siamo noi italiani davvero provinciali oppure gli american writers sono davvero più aperti e dotati di uno sguardo più ampio di noi, come qualcuno dice?
Provinciali non direi, ogni Paese ha il proprio stile. Io leggo di tutto, dalle riviste italiane alle news letter dei consorzi. Quando leggo notizie sul vino in inglese mi sembrano più ampie di quelle italiane, ma spesso prive di quella passione che rende lo stile italiano unico. Pochi scrittori del vino americani scrivono con passione, sono dettagliati nel dare statistiche, e numeri, cose molto utili, ma difettano di quel calore, di quell’entusiasmo che ti fa venire voglia di leggere qualcuno che scrive di vino. Il mondo del vino oggi è in eterno movimento, e viaggiamo tutti, sommeliers, produttori, enologi, consulenti, giornalisti. C’è solo da imparare dalle massa di cose che succedono.
In novembre sono stato in Nuova Zelanda e ho visto 12 elicotteri lavorare per due giorni, anche di notte, per cercare di combattere le gelate dovute al vento polare che arrivava dall’Antartico. Marlborough mi sembrava come Bagdad durante la Guerra…
Come giudichi giornali di grande potenza, soprattutto mediatica e grande capacità di fare marketing come il Wine Advocate di Robert Parker e Wine Spectator? Esistono vere alternative, negli States, al potere di Wine Advocate e Wine Spectator? Quali sono oggi, su carta e su Internet, i giornali che offrono un’informazione alternativa, libera e interessante?
Ce ne sono così tante di riviste sul vino che si rischia di perdere il conto. In un Paese con 400 milioni di abitanti è giusto che ci siano tante possibilità di scelta. Circa i wine blog credo che grandi blogger siano i benvenuti, mi piacciono, ma non li seguo molto. Il mondo di Internet ha conosciuto una rivoluzione straordinaria e oggi puoi comprare senza problemi vino dalla Cina o il Sorì San Lorenzo di Gaja solo servendoti di una carta di credito e di un corriere espresso. Anche l’informazione corre e quella via blog corre più veloce di una rivista tradizionale. Non so se i blogger possano condizionare in qualche modo il mercato del vino visto che i consumi continuano a restare bassi, inferiori ai dieci litri pro capite ed sono i collezionisti del vino più che i normali consumatori ad acquistare vino. Vedo i blog come un complemento dell’informazione, portavoce di un tipo d’informazione più fresca, anche se credo che la credibilità sia indispensabile nell’informazione sul vino.
Come giudichi tu oggi la scena del vino italiano ? Quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza?
Non c’è dubbio che il concetto di IGT
e molte Doc siano sempre più accettate e gradite dal palato americano. Un buon marketing e un riconoscimento della marca possono aiutare l’immagine di una denominazione. I vini che oggi vanno più forte sono i rossi della Maremma toscana, i cru rossi di Bolgheri, i bianchi della Sicilia, della Sardegna e del Friuli, il Sagrantino di Montefalco ed i rossi campani. Non dimenticherei poi i cru di Barolo. Quelli che sono meno noti e avrebbero bisogno di un supporto sono i bianchi del Lazio, l’Aglianico del Vulture, i bianchi marchigiani. In America piuttosto sono in circolazione un sacco di vini dalle aziende misteriose, imbottigliati da case vinicole di dubbia provenienza.
Come si pone il vino italiano oggi nei confronti del mondo del vino internazionale? Non trovi che corra il rischio di omologarsi troppo, in tante espressioni, alle parole d’ordine e agli stilemi dominanti del cosiddetto “gusto internazionale” e che nel nome del “mercato” sia disposto ad accettare troppe trasformazioni? Resta se stesso o rischia di perdere la propria identità e unicità?
Il riscaldamento globale sta cambiando i palati, basta vedere quello che sta accadendo anche ai vini della Borgogna, con vini tutto frutto e tannini dolci. Il cambiamento del clima cambia tante cose ma credo che la tipicità possa essere salvaguardata, come i caratteri peculiari di ogni vino. Il gusto internazionale ed il rischio di omologazione sono nati quando gli enologi hanno cominciato ad avere incarichi un po’ in tutto il mondo e a creare una rete incredibile di collaborazioni ovunque. La trasformazione nasce da queste nuove idee che fanno tendenza e innovano il discorso sul vino.
Quali sono le prospettive per il vino italiano negli Usa per il 2008? Quali potranno essere i prossimi grandi successi negli States?
Le prospettive future sono molto positive anche se un po’ in tutto il mondo stanno nascendo nuove zone vinicole. Quanto alle prossime “scoperte” io punterei sulla Puglia, sul Barbera d’Asti, che può essere più elegante e dalle tessitura più rotonda dei Barbera d’Alba, ma senza dimenticare i vini classici, come il Soave e l’Amarone della Valpolicella in Veneto, le icone come Barolo, Brunello,
Barbaresco
, Taurasi. Negli States penso che sia ora di mostrare le grandi possibilità di vecchie varietà autoctone poco note come il Pallagrello bianco ed il Casavecchia campani, ma penso anche ai rossi della Valle d’Aosta e ai rossi e bianchi della Lombardia.
Quali sono i vini italiani che maggiormente ami e perché e quali sono le zone vinicole italiane del tuo cuore?
I vini rossi della Toscana e del Piemonte sono nel mio cuore, come i bianchi del Sud e delle Isole, come il Vermentino di Sardegna
e di Gallura anche, vini che per noi sommelliers sono splendide soluzioni per un abbinamento ai cibi. Le uve Vermentino hanno un incredibile aroma di frutti canditi e fiori bianchi, un corpo e una tessitura media ed una fresca, vivace acidità. Io sono un innamorato della storia del Mare Mediterraneo. Il pesce ed i frutti di mare del mare della Sardegna ed il Vermentino sono tra miei abbinamenti prediletti.
Poi amo tanto la Falanghina, che è estremamente versatile e mi fa pensare, come gli altri vini campani, all’era degli antichi romani. E poi i vini della Toscana: Chianti Classico, Brunello, Montescudaio, Carmignano, Bolgheri, Vernaccia di San Gimignano, i bianchi della zona di Lucca.
Potrei parlarne per ore.
Amo tanto anche il Sangiovese, da solo, ma in alcuni casi in abbinamento ad alter uve può diventare un’impeccabile soluzione per gli abbinamenti più difficili. Nel 2002 durante una cena a New York alla Hall of Fame of Food and Wine ho abbinato dei vini di Villa Cafaggio a Panzano a dell’halibut o ippoglosso saltato con pancetta e uve. Inizialmente i critici mi davano del pazzo, ma quando ho potuto mostrare loro la qualità dei vini della Conca d’Oro di Panzano hanno giudicato l’abbinamento azzeccatissimo.
E’ un amore eterno, una gentile acidità e dei tannini saldi fanno sì che i vini rossi diventino i vostri migliori amici nell’abbinamento dei vini come il Brunello. Il carattere e la personalità hanno assicurato un forte miglioramento, come pure il sistema dell’IGT che ha portato i vini toscani a diventare migliori da dieci anni a questa parte. Io adoro la Vernaccia di San Gimignano e ne ho sempre una bottiglia in fresco nella mia casa di Miami Beach. Adoro la sua scattante e pungente acidità e le note di mandorla e agrumi e non mi meraviglia affatto che Michelangelo abbia realizzato i propri capolavori bevendo proprio questi vini…Potrei poi parlare a lungo del Brunello e della sua grandezza, e la capacità dimostrata dai migliori produttori, i “soldati di Montalcino che hanno saputo difendere la città in tempi di guerra”! Adoro la gente e la cucina toscana e ho tanti amici tra i produttori.
Non posso poi dimenticare, hanno un posto speciale nel mio cuore, il Nebbiolo piemontese ed il Barolo, perché la mia vita e la mia carriera sono strettamente legate al Piemonte, già dai lontani tempi uruguagi. Ho scritto un articolo qualche mese fa sull’industria vinicola sudamericana e sulle famiglie piemontesi che sono state alla base del sorgere del vino in Cile, Argentina, Peru e Uruguay. E poi penso che i baschi ed i piemontesi abbiano qualcosa in comune. L’uva Nebbiolo è piena di sapori e di aromi che ricordano la terra, la fine acidità ed i solidi tannini assicurano un incredibile potenziale d’invecchiamento e di tenuta nel tempo. La maturità del Barolo è difficile da capire, ma porta a profumi unici ed una sensazione inimitabile sul palato quando il vino raggiunge il suo momento ottimale. E la complessità, la varietà di sfumature aromatiche! Non è invano che è stato chiamato “il re dei vini ed il vino dei re”…
Il Nebbiolo d’Alba ed il Nebbiolo Langhe sono vini adatti a tutti i giorni e spiego sempre alla gente negli States quanto siamo fortunati di poterci permettere (quando possiamo) una bottiglia di Barolo o
Barbaresco
, ma i Barbera, i Nebbiolo, i Dolcetto sono i vini che i piemontesi bevono quotidianamente. Sono così felice quando ho l’occasione di trovarmi in Piemonte e nelle Langhe, dove ho tanti amici.
Per concludere credo che il vino ed il cibo italiano siano l’essenza della vostra (nostra) storia. Ed il lavoro del vero sommelier sta proprio nel raccontare quello che c’è dietro e oltre il vino, il carattere del vino, l’azienda, la famiglia, la storia di quell’area da cui il vino proviene. Siamo tutti sullo stesso treno, produttori, addetti alle vendite, importatori, distributori, sommelier, giornalisti.
Sin dalle sue più lontane origini il vino era legato alla religione, ma oggi credo che abbia connotazioni e implicazioni anche di carattere filosofico, scientifico, artistico e sociale, che rendono quello per il vino un amore eterno. Evviva il vino, viva la sommellerie nel mondo!
Intervista a cura di
Franco Ziliani
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