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Nel panorama, affollatissimo, delle guide dei vini italiane spicca, per la particolarità dell’impostazione, la guida d’autore, pardon, d’autori, visto che è firmata da due, ma con la collaborazione di altri quattro, intitolata Guida ai Migliori Vini d’Italia – Italy’s Best Wines, 100 vini da non perdere – 100 wines you must try – giunta, con quella 2008, alla sua terza edizione (Guido Tommasi editore 290 pagine 17 euro www.guidotommasi.it). Una guida, con testi (sintetici) in italiano, ma anche in inglese, che non vuole essere onnicomprensiva ma che si prende la briga di selezionare e proclamare quello, che ad avviso dei compilatori, sarebbe il meglio della produzione italiana. A determinare un’ulteriore singolarità della guida è il fatto che accanto a due curatori italiani appaiano, nel panel tasting, anche un sommelier, Alessandro Pipero, capo sommelier del ristorante Antonello Colonna di Labico, nonché tre giornalisti del vino internazionali, il francese Bernard Burtschy, conseiller de rédaction della Revue du Vin de France, nonché due esperti wine writer britannici come Charles Metcalfe e Derek Smedley. Al più noto dei due autori italiani, Ian D’Agata (nella foto), l’altro è Massimo Claudio Comparini, ho chiesto di raccontare i meccanismi di questa singolare guida, come nasca, come lavori il team di degustazione, ecc. Inoltre, poiché anche D’Agata è un giornalista del vino particolare, direttore, con Comparini, della Wine Academy of Roma, nonché collaboratore, favorito da un inglese spettacoloso, quasi madre lingua, di riviste quali l’International Wine Cellar di Stephen Tanzer, nonché di diversi atenei americani, nel ruolo di docente di cultura enogastronomica, ho chiesto a Ian di dare un giudizio, che lui ha articolato con un discorso molto ampio e circostanziato, sulle differenze tra la comunicazione ed il giornalismo del vino in Italia e all’estero. Buona, e credo interessante, lettura! f.z.
Ian, raccontaci innanzitutto qualcosa di te e sul tuo approccio al vino, dapprima come passione e poi come lavoro (wine writer, conferenziere, animatore della Wine Academy of Rome). Ho iniziato a degustare seriamente nel 1979, quando, per puro caso (la vita è una lotta continua con il destino) assaggiai un vino straordinario, il Cantina Mascarello (oggi Bartolo Mascarello) 1970 e il giorno dopo il 1971. Fino ad allora non avevo fatto grandi assaggi, perché nonostante ai miei il vino piacesse molto, essendo mio padre psichiatra e avendo visto troppe famiglie rovinate dall’alcol (che ci tengo a dire però che non merita di essere demonizzato, il problema vero sono gli uomini che ne abusano e le leggi che non vengono adeguatamente applicate, nel caso di reiterati abusi) non ci facevano bere vino a cena, quindi gli unici vini che assaggiavo con una certa regolarità erano quelli serviti nelle grandi feste di casa, nelle quali, per via dell’alto numero degli invitati, non si trovavano mai grandissimi vini. Quei due Barolo mi aprirono gli occhi su un mondo sconosciuto, un mondo bellissimo… Il giorno dopo andai a visitare un mio amico, il cui padre era il responsabile delle importazioni di vini rari per l’Ontario (ho vissuto in Canada per circa nove anni) e lì assaggiai quello che è ancora oggi uno dei tre migliori Eiswein della mia vita, il Mulheimer Helenkloster Riesling Auslese 1976 ( sì, Auslese, non è un errore, perché la legge tedesca allora richiedeva che si specificasse in etichetta il livello di maturazione delle uve – oggi non accade più e quindi all’epoca si trovavano Auslese Eiswein, Beerenauslese Eiswein, ecc.). Capirai che con tre assaggi del genere uno fa in fratta a “vedere la luce” e a quel momento mi misi a leggere tutti i libri scritti sul vino che trovavo e mi iscrissi a corsi di degustazione. E qui devo ammettere di avere avuto due grandi fortune: primo di poter frequentare corsi tenuti da Master of Wine e altri grandi esperti che il vino lo conoscevano davvero; secondo il trovarmi a vivere in Ontario, dove si trovavano con facilità grandissimi vini da tutto il mondo, permettendomi di formarmi su grandi vini australiani, neozelandesi e californiani già intorno al 1980. La palestra dei master of wine o comunque di persone che avevano 30 anni e passa di esperienza nel mondo del vino mi ha formato, facendo sì che ancora oggi preferisco quei vini molto equilibrati, non i vinoni che servono solo ad impressionare i novizi. E’ un po’ il discorso del culturista tutto muscoli, palestra e steroidi, ma che poi a letto… Ancora oggi io amo vini senza eccessi di legno, di maturità delle uve o di alcool. Spiega un po’ l’attività della Wine Academy e quello che siete e organizzate Si tratta di una associazione culturale che tiene corsi di degustazione come quelli dell’A.I.S. o altre strutture simili, con tre livelli. Oltre al vino si hanno di tanto in tanto anche mini-corsi su salumi, formaggi, olio d’oliva e si hanno molte serate di degustazione dedicate a singoli vini (ad esempio, il Barolo 2003, il Verdicchio 2005) ed altre ancora con i produttori stessi che presentano un loro vino in verticale o i vini della loro azienda. Infine, organizziamo wine dinners con un menu specificatamente creato per i vini dell’azienda. Una cosa importante é che la Wine Academy ha da sempre voluto guardare anche all’estero, e quindi vi sono molte serate dedicate anche ai vini e chef stellati stranieri. Del resto, il 40% circa dei nostri soci sono di lingua non italiana ed e’ per questo che teniamo molti corsi in inglese o francese o addirittura in traduzione simultanea. Tutti i docenti della Wine academy devono parlare almeno un’altra lingua oltre all’italiano, e la devono parlare molto, molto bene, altrimenti qui non possono lavorare. Parliamo della guida ai migliori vini d’Italia di cui sei autore, animatore, curatore con Massimo Claudio Comparini. Questa, se non sbaglio, è la terza edizione. Perché avete pensato di creare un’altra guida vini: non c’erano (e ce ne sono tuttora) già abbastanza in Italia? E’ un’ottima domanda, che molto sinceramente ci siamo posti anche noi. E’ vero, di guide ce ne sono tante e forse anche troppe, ma una nuova guida nasce solo quando le altre già presenti sul mercato non raggiungono l’obbiettivo per le quali sono state create. Mi spiego meglio, perché bisogna distinguere. Io ho collaborato a una guida di vini italiani, acquisto o mi regalano tutte le altre, e negli anni mi sono posto alcune domande, anche in base a quello che mi dicevano gli stessi produttori di vino, oltre che i miei amici stanchi di prendere fregature seguendo i consigli dei cosidetti esperti. Allora, mi sono chiesto: ma servono davvero soltanto quelle guide che rassomigliano ad un elenco telefonico? Ci sarà mai qualcuno che davvero se le porta appresso in viaggio? Non ne servirebbe una attendibile ma più piccola? I giudizi effettivi sono riproducibili da altri assaggiatori in un altro giorno? E’ davvero valida una guida per la quale si degustano 80 vini in un giorno o 300 in tre? Quanto può essere utile una guida nella quale chi vi partecipa degusta vini magari solo da due-tre anni e sta in commissione solo perché amico di qualcuno? E come mai i vini più importanti e costosi delle aziende vengono sempre premiati più di quelli che costano meno? E con tutto il rispetto per le commissioni, a che servono se poi i giudizi finali li determinano sì e no in tre persone? E come la mettiamo con quelle guide e riviste che accettano pubblicità da chi produce vino? Faccio inoltre presente che le guide o le riviste migliori del mondo sono quelle scritte da singole persone tipo Parker o Tanzer, poi ognuno deve essere bravo a capire i gusti del singolo scrittore e capire che magari, faccio un esempio, Parker va bene per i Bordeaux e non per i Borgogna. Per i Borgogna allora leggeremo Hanson o qualcun altro. In cosa si differenzia questa dalle altre diciamo così “istituzionali” o classiche? Ho voluto creare una guida diversa sotto tutti i punti di vista: assenza totale di pubblicità, piccola, maneggevole, facile da leggere, bilingue, con un panel di assaggiatori molto limitato e tutte persone di valore internazionale in quanto a wine writing e esperienza nel mondo del vino. Ad esempio, Derek Smedley é un master of wine che degusta vino da più di 40 anni, ripeto, quaranta, Bernard Burtschy e’ da tutti considerato il secondo più importante giornalista di vino di Francia dopo Michel Bettane, ecc... Sopratutto, e questa é una cosa alla quale tengo particolarmente, é una guida nella quale tra i migliori vini d’Italia si possono benissimo trovare anche un ottimo ruché, un coda di volpe, o un bombino bianco, non solo grandi Barolo e Brunello. Questo perché un bombino bianco fatto veramente bene è delizioso, piacerà a tutti, e io ho il dovere di informare i miei lettori di ciò: se scendo nell’inferno del Barolo é sempre meglio di un vitigno minore, non faccio un favore a nessuno...ma chiaro, si deve trattare di un bombino davvero buono, e che sappia di bombino, non di Sauvignon o Chardonnay in aggiunta “libera e creativa”, diciamo così..... Tu sei curatore della guida con Massimo Claudio Comparini, ma dallo scorso anno avete coinvolto anche penne e palati diversi, un sommelier come Alessandro Pipero e facendo tesoro delle vostre conoscenze in campo internazionale, wine writer come il francese Bernard Burtschy, gli inglesi Charles Metcalfe e Derek Smedley. Cosa hanno portato alla guida e alla valutazione dei vini queste differenti esperienze e professionalità? Fermo restando che forse una guida italiana che seguisse gli stessi criteri e scritta da Ziliani, Gabrielli, Masnaghetti, il sottoscritto e qualcun altro sarebbe altrettanto bella e forse ancora meglio (e magari da fare, perché no? Sottolineo che quanto detto si applicherebbe benissimo anche a una nuova rivista dedita al vino), credo che la presenza degli stranieri porta una visione più internazionale al lavoro. Si potrebbe obbiettare, ed e’ una obiezione giusta, che uno Ziliani o un Gabbrielli o Masnaghetti conoscono meglio i vini italiani dei giornalisti stranieri, ma ho voluto provare a fare una cosa del tutto nuova, magari dal respiro più ampio e mettendo in squadra degli stranieri che comunque assaggiano migliaia di vini ogni anno, fra cui moltissimi vini italiani. Rimane un po’ misterioso e complesso il meccanismo di degustazione, con sei diverse persone coinvolte: vuoi spiegare come funziona ? Degustate tutti insieme e confrontate le valutazioni e le discutete insieme, oppure ognuno degusta per conto proprio ? E come si arriva, praticamente, a selezionare i cento “migliori vini” che presentate in guida? Ti ringrazio per questa osservazione, mi fai capire che ho sbagliato qualcosa, nel senso che evidentemente devo spiegare meglio la procedura utilizzata nei capitoli introduttivi. Allora funziona così, o almeno, dovrebbe: da gennaio a giugno tutti e sei i degustatori assaggiano vino italiano a casa loro e in giro per il mondo...a giugno ognuno di loro deve mandarmi una lista dei migliori nuovi vini italiani assaggiati quell’anno con punteggi in centesimi. Io poi confronto le liste dei sei membri del panel e tutti quei vini che hanno almeno due menzioni diventano automaticamente finalisti, mentre per gli altri scelgo quelli che hanno il punteggio più alto. Dopo di che si richiedono i vini e si affronta una degustazione finale alla cieca di circa 250 vini in cinque giorni a metà o fine luglio. In quell’ambito paghiamo agli stranieri viaggio, vitto e alloggio e li ospitiamo a Roma per quattro notti e cinque giorni, limitandoci a degustare al massimo 60 vini al giorno per un totale di sette ore e mezzo di degustazione con pausa, praticamente sono 30 vini di mattina e 30 di pomeriggio. Ognuno valuta per conto suo, poi ci si confronta alla fine di un certo numero di batterie ma senza fare alcun commento per non influenzare nessuno: si dicono i punteggi ad alta voce, si eliminano il punteggio più alto e quello più basso, e si fa una media degli altri quattro. Solo allora uno del panel può obbiettare che trova un nostro punteggio troppo alto o basso per un determinato vino, al che lo si degusta di nuovo tutti insieme...e si cerca di capire le ragioni di ognuno. I vini sono divisi per batterie di pari tipologia (Barolo contro Barolo, Nero d’avola contro Nero d’avola ecc...) E si fa del nostro meglio a posizionare i vini in un ordine logico, ad esempio i non passati in legno prima di quelli barricati, i vini a basso tenore alcolico prima di quelli molto forti, ecc... E cerchiamo di assicurarci che i vini ci siano tutti prima dell’inizio della finale, ma non ci si riesce mai per via di cronici ritardi negli imbottigliamenti o negli invii, e quindi altri 50-100 vini circa li assaggiamo io e Massimo (o Alessandro), sempre tutto alla cieca. Non é di sicuro un sistema perfetto, ma sembra funzionare abbastanza bene, nel senso che ci sono pochi vini (ma ci sono) ogni anno che riassaggiandoli mi viene da dire, ma che stavamo mai pensando? Che tipo di valutazione, in generale, hanno i wine writer che collaborano con te ad una guida sulla produzione vinicola italiana? Per forza buona, altrimenti che ci starebbero a fare? Se a uno il vino italiano non piace parte con pregiudizi che non vanno bene...ecco devo dire che l’unica cosa che forse non funziona bene é il loro modo di vedere i nostri pinot nero...partono dal presupposto che non sono buoni e tendono ad essere un po’ severi, ma mi sembra sia l’unico nostro vino forse leggermente penalizzato in partenza....man mano che ne assaggiano sempre di più di buoni cambieranno opinione. Un buon esempio di ciò fu nel primo anno della guida quando obbiettarono nel vedere quanti sylvaner, kerner e Muller Thurgau erano finiti in finale: non potevano credere che ce ne fossero davvero di così buoni, perché come sai la produzione mondiale vinicola ottenuta da quei vitigni é per lo più disastrosa. Ma gli spiegammo che erano vini davvero molto validi e che si sarebbero ricreduti, e così é stato...diedero punteggi molto alti proprio a questi vitigni che loro consideravano degli intrusi, in una degustazione del meglio e del meglio!!! E sai una cosa? So di certo che ho personalmente acquisito molti punti ai loro occhi con quella rivelazione, me ne sono ancora grati. In seconda battuta, visto che tu collabori anche con riviste estere e con l’International wine cellar di Stephen Tanzer, che conoscenza e sguardo sul vino italiano pensi, in base alla tua esperienza, abbiano i wine writer internazionali? In genere i nostri vini piacciono molto e sono tutti d’accordo nel ritenerli tra i migliori del mondo. Gli stranieri però hanno grandi problemi con le nostre etichette e le vorrebbero più semplici e più informative. Certo per conoscere bene i nostri vini dovrebbero venire qui da noi molto più spesso di quanto non facciano. E per la massima parte conoscono meglio solo i vini più importanti. Sei convinto che lo conoscano sufficientemente bene, parlo in generale, e che siano forniti degli strumenti critici adeguati per valutarlo con cognizione di causa e senza approcci parziali o condizionamenti? Questa é una osservazione molto valida ed é stata anche una mia preoccupazione in merito alla guida che si andava a creare insieme...come ho detto sopra, quegli esperti che in Italia vengono di rado o che non hanno comunque almeno un quindici - venti anni di esperienza nell’assaggiare i nostri vini non hanno, molto probabilmente, le migliori basi per giudicarli con cognizione di causa. Ritengo che relativamente allora alla guida che ho descritto, la mia idea di coinvolgere degustatori stranieri possa funzionare solo a patto che si tratti di esperti a tutto tondo, degustatori di grandissima levatura e esperienza e che degustano effettivamente molto vino italiano nell’anno. Ripeto, una guida scritta da te, me, Fabio Turchetti, Daniele Maestri, Masnaghetti e qualcun altro sarebbe forse il massimo (chiedo scusa ai tanti altri validissimi esperti ma che non posso menzionare per mancanza di spazio). Ma anche qui, vale sempre che stiamo parlando di esperti italiani che conoscono bene anche il vino straniero, altrimenti corri il rischio di scrivere una guida a respiro provinciale – come avveniva in Italia qualche anno fa e da più parti – dove si finisce col premiare degli chardonnay, faccio un esempio, ipercaramellati perché non si conoscono a fondo i grandi chassagne o puligny....e come sappiamo tutti solo pochi anni fa venivano premiati per la maggiore parte proprio vini di questo genere, tragicamente carichi di barrique, alcool a 14.5, e poco altro.... Amo sempre ricordare che Paul Pontallier, non uno qualunque, dice che un vino rosso che supera i 13 gradi alcolici non é, ne può essere, elegante per definizione. Una sera a cena con Jean Claude Berrouet, all’assaggio di uno dei nostri Chardonnay piu’ famosi che gli avevo propinato apposta, si rifiutò di berne un altro sorso, perché stradominato dal legno. Ha preferito continuare con una deliziosa Ribolla fresca, armonica e piacevolmente acidula. Eppure lo Chardonnay in questione era stato premiato con il massimo dei punteggi da tutte le guide di quell’anno… Che differenza trovi, nel modo di approcciare e giudicare i vini, tra il giornalismo specializzato italiano ed il giornalismo estero, soprattutto quello di lingua inglese? Siamo noi provinciali e un po’ "all’amatriciana" e loro sono davvero più aperti, smagati e dotati di uno sguardo più ampio di noi, come qualcuno dice? Io penso che in italia abbiamo degustatori e scrittori bravissimi, ma purtroppo sono una minoranza esigua. Anche perché in Italia, in genere, molti cosiddetti esperti di giorno lavorano in banca o alle poste, e non hanno comunque alle spalle almeno venti anni di esperienza di degustazione di visita in cantine in tutto il mondo, senza la quale é difficile essere davvero bravi nel mestiere. Gli stranieri hanno il vantaggio di una cultura enologica che é nata molto prima che da noi, e quindi sono partiti prima...hanno anche un approccio molto serio agli esami (l’esame del master of wine non lo passano in molti, mentre altri diplomi “di vino” si ottengono molto più facilmente). Ma questo non vuole dire che siano migliori di noi, hanno solo un’impostazione diversa e più esperienza, sopratutto nell’assaggiare vini provenienti da ogni luogo del mondo che ti dà per forza di cose una visione più ampia della materia. Direi che sono anche molto attenti alla presenza dei difetti nel vino, anche minimi, che noi spesso passiamo come tipicità...ad esempio, un vino in degustazione che sa di brettanomyces dagli inglesi viene massacrato!!! E poi deve fare pensare che fra tutti, il libro piu’ bello ed utile mai scritto sul vino italiano sia opera di un autore di lingua americano e di lingua inglese, Nicolas Belfrage... Tu collabori con Tanzer che è una delle migliori espressioni di un modo alternativo, statunitense, di guardare al vino: come giudichi invece testate di grande potenza, soprattutto mediatica e grande capacità di fare marketing come il Wine advocate di Robert Parker e Wine Spectator? Molto onestamente, ho un grande rispetto di Parker, che ho avuto modo di conoscere personalmente per la prima volta già nel 1993, e quindi non da ieri. Questo non vuole dire che bisogna prendere tutto quel che dice per oro colato. Pur con alcune riserve delle quali adesso ti dirò, gli va riconosciuto il merito di essere stato il primo a parlare in maniera netta contro certi vini famosi ma sopravvalutati, mi riferisco a molti Bordeaux, cosa che all’epoca la stampa inglese non aveva il coraggio di fare. Ha capito, unico all’epoca, la grande qualità del millesimo 1982 a Bordeaux fin dalla sua prima uscita. Ha fatto conoscere al mondo, aumentandone di molto la popolarità, zone vitivinicole quali Rodano e Alsazia, tutto questo stabilendo nel frattempo anche una reputazione di grande integrità ed incorruttibilità. Certo, non tutto fila liscio, e io stesso ho disdetto il mio abbonamento alla sua rivista dopo qualche anno: questo perché lui preferisce chiaramente vini molto rotondi, morbidi, carichi di legno e dalla bassa acidità...quindi il suo palato non va bene per tutti i vini. Come molti sostengono, e a ragione, Parker va bene per i vini di Bordeaux e del Rodano (e nemmeno lì tutti) ma non e’ attendibile per quanto riguarda la Borgogna, dove i meriti della finezza andrebbero maggiormente premiati. Non si puo’ valutare al top solo quei Borgogna che ti ricordano un Hermitage, non é giusto. Aggiungo che quello che sta succedendo con Chateau Pavie, dove dopo essere stato attaccato da Jancis Robinson continua a dargli punteggi fra i più alti ogni vendemmia non gli fa onore, perché il vino non é così buono come dice lui...qui, punto sul vivo, pecca d’umiltà e non fa un favore né a se stesso né ai suoi lettori. Il Wine Spectator é un’altra storia, e fermo restando che mi piace leggere la rivista perché fonte inesauribile di notizie, posso dire senza mezzi termini che una pubblicazione che elargisce, faccio un esempio, 90 e passa centesimi a una sfilza impressionante di Chardonnay californiani (la maggiore parte dei quali ipercaramellati, alcoolici, quasi caricaturali e comunque non buoni) o che tempo addietro andava sostenendo che potessero invecchiare, beh...e non commento nemmeno tutti gli iperpunteggi da loro dati negli anni a Brunello o Barolo neri come l’inchiostro. Come giudichi tu oggi la scena del vino italiano ? Quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza? Io vorrei essere sempre un ambasciatore del vino italiano nel mondo, o comunque fare del mio meglio per parlarne il più possibile bene. Tra i punti di forza, la passione, la tradizione, la creatività di molti nostri produttori, caratteristiche tipicamente italiane, tra l’altro. Che so, penso agli sforzi ingenti che compie Donnafugata con il Passito di Pantelleria, un vino che non gli garantisce certo un enorme ritorno economico, oppure a una azienda come Braida che insiste sul grignolino piuttosto che lasciarlo sparire. Un vero punto di forza di cui tutti parlano sono indubbiamente i nostri vitigni autoctoni, varietà di uve che non ha nessun altro al mondo e che quindi ci possono permettere di competere sui mercati internazionali con prodotti diversi e di valore. Detto questo, qui già iniziano i problemi. Parto proprio dagli autoctoni: ora che la parola é di moda, tutti a farsi paladini della specie, ma non basta etichettare un vino come Passerina o Malvasia del Lazio....cosa contengono veramente quelle bottiglie? Se in quel vino autoctono o spacciato per tale si trova un 30% di chardonnay, allora quello é un vino inutile, che non darà mai a nessuno l’esatta idea di quello che quell’autoctono può esprimere. Si tratta di un problema di difficile risoluzione, perché gli autoctoni sono stati a lungo dimenticati, nessuno ne sa nulla o quasi, vanno studiati ancora per anni se non decenni, ma tutti hanno fretta, tutti vogliono imbottigliare ed etichettare il nuovo oggi...ma non é un caso se con chardonnay o merlot é più facile, in Francia ci lavorano da secoli...da noi lo schioppettino era praticamente scomparso alla fine degli anni ’70, e di quel che c’era ancora nessuno ne sapeva molto. Hai voglia a dire che lo schioppettino é una varietà minore, non è vero, almeno non lo sarà fino a quando non se ne saprà di più. Un altro problema della nostra produzione riguarda la resa di molti produttori ai voleri dell’enologo consulente: fermo restando che questi ultimi hanno lavorato benissimo negli anni e hanno aiutato, e molto, il nostro vino a migliorare, finché avremo produttori danarosi che danno carta bianca per poi ottenere un vino identico a quello del vicino, e spesso, curiosamente, anche a quelli di regioni molto distanti, non andremo da nessuna parte. I produttori dovrebbero sviluppare al meglio il proprio palato, assaggiando in giro il più possibile e poi imporsi, almeno un pochino, ma so bene che non é un discorso così semplice, anzi. Chiudo dicendo che in un mercato sempre più globale e dominato dai grandi gruppi, molte delle nostre piccole aziende sono destinate a scomparire, se non si danno un taglio molto più moderno e aggiornato: basta pensare a quante aziende italiane non hanno siti web aggiornati, magari con ancora delle schede dei loro vini generiche o non aggiornate all’ultima vendemmia. Come si pone il vino italiano oggi nei confronti del mondo del vino mondiale? Non trovi che corra il rischio di omologarsi troppo, in tante espressioni, alle parole d’ordine e agli stilemi dominanti del cosiddetto “gusto internazionale” e che nel nome del “mercato” sia disposto ad accettare troppe trasformazioni? Resta se stesso o rischia di perdere la propria identità e unicità? Su questo sfondi una porta con me aperta, non avrei potuto dirlo meglio. Si, la risposta é sì. Fermo restando che non bisogna fare di tutta un’erba un fascio, ritorno a quanto dicevo prima, ci sono molte aziende che producono vini molto simili uno all’altro e questo non le aiuterà mai a vendere. Inoltre si deve capire, piaccia o no, che cercare di aprirsi strada con cabernet merlot e chardonnay non sarà mai facile perché ce ne sono troppi di veramente buoni nel mondo, e quindi o i nostri sono eccezionali, o sono destinati a non vendere bene, perché il costo del lavoro in Italia é molto alto e i nostri vini sono fatalmente destinati ad essere più costosi. L’unicità dei nostri vini é la nostra vera carta vincente, un Sangiovese lo possono fare anche altrove ma non sarà mai come il nostro, sopratutto se diventiamo bravi a cristallizzare meglio le singole sotto-zone di produzione: secondo me bisognerebbe arrivare un giorno a distinguere facilemente un Barolo di La Morra da uno di Monforte, o un Chianti classico di Radda da uno di Gaiole, ma oggi come oggi non é facile. Ci vuole tempo , denaro e molti studi, ma é una strada, che pur lunga e irta di difficoltà, alla lunga ritengo premiante. Come giudichi l’informazione sul vino in Italia? Adeguata, libera, condizionata (dalla pubblicità), coraggiosa, un po’ ingessata e costituzionalmente istituzionale o che altro ? Come giudichi l’informazione alternativa sul vino che viene proposta da siti internet e wine blog? Non hai mai pensato di scendere anche tu nell’arena del wine blogging e di dotarti di un tuo blog dove documentare in tempo reale quello che fai e le tue esperienze di wine trotter? Ripeto, io sono un fan del sistema Italia, e quindi cerco di cogliere sempre i lati positivi della questione. Sicuramente quando si tratta di grandi riviste o guide che hanno bisogno di inserzioni pubblicitarie si corre il rischio di una perdita di obbiettività, e non c’é dubbio che in Italia questo problema esiste, ma va detto, perché solo onesto riconoscerlo, che lo si vive anche in altre parti del mondo. Altro esempio calzante é che chi scrive di vino non può venderlo, é un conflitto di interesse fin troppo ovvio, sta al consumatore capire quando deve dire basta e non correre appresso l’ultima guida solo perché quella di cui parlano tutti. Faccio un esempio parlando d’altro: se su una nota guida alla gastronomia di una città si trova sulla seconda di copertina la pubblicità di un ristorante poi recensito all’interno della stessa, cadono le braccia, non si può non capire quanto sia sbagliato e quanto sia allora inaffidabile la guida stessa. Tocca quindi a noi lettori essere un pochino intelligenti e non comprarla più. Di nuovo un’operazione che richiede tempo, ma se oggi le guide perdono in popolarità e ne nascono altre come appunto la mia, é proprio per questo tipo di problema. Arriverei a dire che la mia non avrebbe ragione di esistere se le altre fossero state diverse. L’idea del blog é molto bella, mi ci stanno spingendo in tanti, forse nel 2008 o 2009. Di sicuro il futuro é la rete, non la carta stampata. Girando il mondo conosci la sommellerie anche all’estero: come giudichi la sua preparazione, le sue competenze ed il suo ruolo, soprattutto in una realtà che tu ben conosci come gli States? E rispetto al modello italiano, impersonato, secondo me egregiamente dall’A.I.S., quali differenze riscontri? Io trovo che l’A.I.S., ma aggiungerei anche altre entità quali Fisar o Slowfood, svolgono un lavoro ottimo: va riconosciuto sopratutto all’A.I.S. il merito di avere portato la cultura del vino in tutte le case. Oggi abbiamo avvocati, medici, bancari ecc...ecc... che sanno davvero quello che dicono, almeno in massima parte, quando parlano di vino....basta pensare invece agli anni ’80, allora era di routine andare a cena a casa di qualche danaroso anfitrione e sentirgli dire che tra il Barolo e il Chianti serviti alla cena era per forza più buono il Barolo, ma solo in quanto più vecchio. Peccato che il signore preso in esempio si riferisse a un Barolo del ’73, annata pessima come poche, e difatti il vino non lo volle nessuno, preferendo tutti continuare con il Chianti!!! Dove invece sono meno entusiasta dell’A.I.S. o della Fisar, e sottolineo é un mio modestissimo parere, é nel fatto che le bocciature ai loro corsi sono troppo, troppo, troppo poche. Non si possono diplomare sommellier persone che non sanno la differenza fra charmat e champenois, o Barsac e Sauternes, persone che ho avuto il piacere, diciamo così, di incontrare. Mi dispiace, quelle non sono persone che dovrebbero mai fregiarsi di un titolo simile, si rischia di svilire tutto di quanto buono viene fatto. Quali sono i vini che maggiormente ami e perché e le zone vinicole del tuo cuore? Grazie, é una domanda che tutti noi amiamo, ma per me é difficile rispondere perché il vino davvero grande mi piace tutto. A volere proprio scremare, in Italia Barolo, Barbaresco, e Picolit, perché ci sono praticamente “nato”, ma io amo molto anche i nostri piccoli vitigni come il Ruché di Castagnole Monferrato, lo Schioppettino e la malvasia puntinata. I miei vini preferiti al mondo sono i grandi Riesling tedeschi dolci, intendo i beeren e trockenbeerenauslese, ma amo molto anche i grandi Borgogna rossi e bianchi, gli alsaziani e i Pinot nero dell’Oregon. Le mie zone viticole preferite sono, e qui vado allora oltre la sola bonta’ dei vini e considero anche la singolare bellezza dei luoghi, le Langhe, la Mosella, l’ Alsazia, Bordeaux e l’Oregon. Ultima domanda. Siamo alla fine del 2007, tempo di bilanci e di programmi. Cosa bolle in pentola per il 2008 per Ian D’Agata e come giudichi il lavoro di educatore e informatore sul vino che hai svolto quest’anno. Soddisfatto o pensi che potevi fare di più e meglio ? Per il 2008 ti regalo una bomba, che non ho ancora annunciato a nessuno, ma sono contento di annunciarla qui da te: ho firmato un contratto con la Harper Collins, una delle più grandi e potenti case editrici americane, per scrivere la loro nuova guida ai migliori vini italiani,. Uscirà in tutte le librerie Usa nell’autunno ‘08. Per il resto continuerò le mie collaborazioni con riviste italiane e straniere, come anche il lavoro alla Academy che pur difficile mi riempie di soddisfazione e di gioia, e aiuterò un amico a mettere in piedi un nuovo grande appuntamento sul vino italiano che si svolgerà a Roma a febbraio e intitolato Romawinefestival. Ultima cosa, ma alla quale tengo molto, è la creazione di un corso di laurea in enologia per la University del New Mexico per la quale sono professore-ricercatore in enologia. E’ un progetto che richiederà ancora un annetto, ma ci sto lavorando ormai da un anno e mezzo, e si farà... E in quanto a sbagli...io ne faccio sempre molti, l’importante è analizzarli, rimboccarsi le maniche e ripartire! Grazie intervista a cura di Franco Ziliani |