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22 Ottobre 2007
Un sommelier ci guida alla “scoperta del vino”: intervista ad Andrea Scanzi
Un ipotetico “Oscar” per il volume più divertente e originale, più simpatico da leggere, tra quelli dedicati al vino pubblicati quest’anno se l’è sicuramente conquistato. Sto parlando di Elogio dell’invecchiamento, sottotitolo “Viaggio alla scoperta dei dieci migliori vini italiani (e di tutti i trucchi dei veri sommelier), (Mondadori, 315 pagine 15,50 euro) opera del giornalista (collaboratore della Stampa) e scrittore, nonché sommelier e degustatore ufficiale A.I.S., Andrea Scanzi, aretino 33enne.
Scritto con scanzonata ironia, con uno stile narrativo molto fluido e godibile, il libro (che dispone anche di un apposito blog dedicato) è un viaggio a tappe nel mondo del vino che parte dalla formazione sommelieristica dell’autore con l’A.I.S. di Arezzo (leggere il capitolo “il sommelier è un fingitore”) per portarci in giro nell’Italia del vino, con ritratti di produttori e di vini “archetipo” (Barolo, ovviamente, il Brunello di Montalcino del grande Franco Biondi Santi, l’Amarone, “il mito dei miti” alias il Sassicaia, ma anche il Verdicchio, quello, stupendo, di Ampelio Bucci, il Pinot nero, il Picolit, l’Aglianico ed il Lambrusco) e con considerazioni, acute e spesso controcorrente, (fa particolarmente piacere vederlo definire la barrique “un’arma a doppio taglio” o definire “la guerra del Barolo scontro d’identità” dove “i modernisti” fanno spesso ricorso ad “una serie di scorciatoie”) in un universo, quello del vino italiano di oggi, luminoso, certo, ma non privo di zone d’ombra.
Non un libro per “addetti ai lavori”, ma un libro che, ad ogni livello, sommelier in servizio permanente effettivo, oppure semplici consumatori, ha qualcosa da dire e lo fa, in maniera convincente e fresca, con il linguaggio della passione, di chi il vino lo conosce, lo frequenta intensamente, cerca di conoscerlo sempre meglio e lo ama, come
“uno splendido compagno di viaggio. Una scoperta continua”.
Ad Andrea Scanzi ho chiesto di raccontarci lo spirito di questo suo omaggio a Bacco, il suo rapporto con l’Associazione, la sua idea del vino. Proprio come nel libro, le cose che dice non sono mai banali e fanno riflettere.
Andrea, come nasce l’idea di Elogio dell’invecchiamento e come l’hai potuto realizzare? Come si è concretizzato strada facendo?
Mondadori mi aveva cercato già due anni fa, pochi mesi dopo il mio approdo a La Stampa. Voleva mettermi sotto contratto, cosa che mi riempiva di orgoglio e soddisfazione, solo che non riuscivamo a trovare l’argomento giusto. Poi, un giorno, sono andati nella “biografia” del mio sito Internet e hanno scoperto che stavo diventando sommelier. Mi hanno chiesto se me la sentivo di scrivere un libro “diverso”, nuovo, sul vino.
La sera stessa sono tornato a casa, ho aperto un Dolcetto d’Alba Superiore 2004 di Flavio Roddolo, e in mezzora ho buttato giù la scaletta di Elogio dell’invecchiamento (che in un primo momento doveva chiamarsi Profondo rosso). La casa editrice è rimasta entusiasta, una settimana dopo abbiamo firmato il contratto. Volevamo uscire a settembre, durante la vendemmia, e così è stato. E’ filato via tutto liscio.
La chiave di volta è stato il “doppio binario”: da una parte un viaggio in dieci terreni particolarmente vocati o significativi d’Italia, dall’altra un ironico dietro le quinte dei sommelier (e più in generale del mondo del vino) che facesse da contrappunto al libro e che non lo rendesse barboso, come spesso accade ai libri enoici.
Viaggio alla scoperta dei dieci migliori vini italiani, il sottotitolo del libro, ma con quali criteri hai scelto i dieci vini e li consideri davvero i migliori?

L’editoria vive (anche) di titoli accattivanti e un po’ forzati. In realtà i miei non sono i “dieci migliori vini italiani perché non credo alle guide/classifiche e perché non sono nessuno per stilare delle hit parade vitivinicole. Come spiego nel libro, più che “migliori”, i miei dieci vini/vitigni – anche se nel libro ne cito a centinaia – sono fortemente rappresentativi della realtà ampelografica italiana.
Penso al Lambrusco: fai fatica a ritenerlo migliore di un Valtellina Superiore, ma certo il Lambrusco racconta la sua terra molto più di quanto un banale Supertuscan possa raccontare la Toscana. Dei dieci vini, uno doveva essere un bianco, alla fine ho optato per il Verdicchio; uno doveva essere un vino dolce, alla fine ho scelto il Picolit; uno non poteva non essere un Metodo Classico, per raccontare tutte le tipologie (ho raccontato il Franciacorta, anche se il mio preferito è l’Haderburg Pas Dosè).
Gli altri dovevano essere rossi, possibilmente da regioni diverse (con l’eccezione di Sassicaia e Brunello di Montalcino) e da vitigni diversi (ecco perché, una volta scelto il Barolo, non ho potuto dedicare un capitolo specifico a Barbaresco e Sfursat, che pure adoro e di cui parlo). Anche l’Amarone c’è perché ci “deve” essere: non se la sta passando benissimo, e nel libro lo dico, ma è un vino rosso particolarissimo, significativo, che tutti conoscono.
L’Aglianico del Vulture sa essere, al suo massimo, una gemma. Il Pinot Nero è notoriamente il vitigno più difficile, io lo definisco vitigno-Kiarostami perché fa molto cool dire che lo si adora: quello di Gottardi mi pare essere notevolissimo. Certo, così come Nick Hornby ha faticato a scegliere solo 31 canzoni, al tempo stesso io ho sofferto nello stilare la mia decina, ma è il problema delle “compilation”: non appena hai consegnato la tua lista, ti viene in mente un “titolo” che non hai inserito.
Elogio dell’invecchiamento non è un manuale per sommelier, non è un libro per eno-appassionati alle prime armi e presuppone, da parte del lettore, una certa “complicità” ed una conoscenza delle cose del vino: insomma, a che lettore si rivolge?
E’ un libro per tutti. Per curiosi, anzitutto. Per novizi, ma anche per esperti. E’ una maniera diversa, spero riuscita, per avvicinarsi col sorriso sulle labbra al mondo – affascinante e bizzarro – del vino. Anch’io mi sono posto il problema se davvero esistesse un “target” per il mio libro, ma a giudicare dalle vendite e dalla imminente seconda edizione forse la scommessa è vinta. Volevo scrivere un libro (auto)ironico, informato ma non serioso, brillante, scorrevole, secondo il vecchio detto per il quale apprendere divertendosi è la maniera migliore.
Elogio dell’invecchiamento
è un libro adatto a chi già conosce il vino, ma buono anche per chi ne è solo minimamente incuriosito. Mi piacerebbe che fosse un libro per chi ama leggere. L’ho scritto “di getto”, privilegiando l’immediatezza e la piacevolezza, ma dietro c’è una certa ricerca linguistica e – oserei dire - l’ambizione al “bello stile”.
La figura del sommelier percorre sotto traccia, come un filo rosso, l’intero volume ed in un paio di capitoli tu racconti il tuo percorso nell’Associazione, ma come ti sei avvicinato al vino e come sono stati i tuoi approcci enoici prima di avvicinarti all’A.I.S. ?

Ho sempre bevuto vino, ma soffrivo del fatto che la mia conoscenza fosse molto estemporanea, random. Detesto “non sapere” e l’A.I.S. è la maniera migliore per conoscere il vino. Seguendo i tre livelli, e diventando poi Degustatore Ufficiale, mi sono reso conto di come quel microcosmo si prestasse a essere raccontato con ironia, diciamo con l’occhio di un Pennac o un Benni. Tra le mie letture c’è sempre stato il Pepe Carvalho di Vazquez Montalban, tra i colleghi che più stimo c’è Gianni Mura: prima o poi dovevo imbattermi veramente nel vino. Sono curioso, amo ricercare e apprendere. Il vino è una strepitosa espressione di cultura popolare.
Come consideri oggi, da sommelier dotato dello status di “degustatore ufficiale”, la figura del sommelier ? Che cosa gli manca ancora per ottenere quel riconoscimento di chiave di volta nel discorso sul vino che penso gli spetti di diritto?
Il sommelier è una figura sostanzialmente astrusa al mondo esterno. Tutti lo conoscono, ma nessuno sa veramente chi sia, cosa faccia e cosa sappia. Al massimo si pensa a lui come a un bizzarro figuro col cucchiaione al collo e una capacità extraterrestre di percezione olfattiva. La sovraesposizione mediatica, paradossalmente, ha contribuito ad alimentare la confusione (e le caricature in stile Antonio Albanese). Credo che i sommelier dovrebbero prendersi un po’ meno sul serio, essere più curiosi riguardo a fenomeni significativi (penso ai “vini veri”) e parlare con un lessico meno autoreferenziale.
Quali sono gli aspetti della sommellerie italiana che ti convinco di più e ti rendono orgoglioso di far parte di questa famiglia e quelli che, invece, a tuo avviso meriterebbero di essere ripensati e rivisti?
Molte cose mi rendono orgoglioso di essere sommelier. La competenza, l’amore per il vino, la serietà dei libri di testo, la vitalità dell’associazione, l’essere stati spesso precursori nello studio applicato al vino (ad esempio sull’abbinamento cibo/vino). Come ti dicevo prima, mi convince un po’ meno la seriosità del lessico, la teatralità del cerimoniale, l’obbligo della divisa (ma quello è un problema mio, sono refrattario a qualsiasi divisa e in genere alle cravatte). Sarei meno chiuso nei confronti dei vini “diversi” ed eviterei troppa vicinanza con le aziende importanti. Inseguirei l’assoluta imparzialità di giudizio (ammesso che esista), memore delle “accuse” di Report e del meritorio exemplum della rivista Porthos.
Già che ci sono, abbasserei i prezzi di corso ed esami, aumentando il livello delle bottiglie aperte durante i corsi. In linea di massima, sono (molti) più gli aspetti positivi di quelli negativi. L’A.I.S. va però vista come un punto di partenza: se, dopo aver dato l’esame, ti “siedi” e non studi più, non sperimenti, non assaggi, il tuo status di sommelier diventa fittizio.
Nel libro mi sembra che tu guardi alla famiglia della sommellerie italiana con affetto e orgoglio di appartenenza, ma anche con una sorta di lucida ironia, sottolineando che, in fondo, sempre di vino si tratta e che il sommelier, seppure esperto, non è chiamato a salvare il mondo. Che senso ha, dunque, diventare sommelier oggi, a tuo avviso?
L’ironia va sempre avuta, evita la sacralizzazione e aiuta a vivere (e leggere) meglio. Oltretutto io non sono un esperto ma un curioso bene informato, quindi la prima cosa da fare era scherzare su se stessi. Oggettivamente non puoi non ridere quando senti un sommelier che, con faccia serissima e quasi rapita, come di fronte allo svelarsi del Terzo Segreto di Fatima sciorina i sentori olfattivi più assurdi (che so, il famoso goudron, il lisergico anice stellato o l’oscura pietra focaia). Il sommelier istituzionale si prende troppo sul serio e finisce con l’allontanare il novizio: questo è un male. Il sommelier deve essere un comunicatore, un istruttore solidale, un compagno di bevuta, non certo un guru astruso.
Non so se ha senso diventare sommelier oggi. So che per me ha senso apprendere, e la strada migliore per “scoprire” il vino resta quella dei tre corsi Ais (anche se non ho nulla contro i privatisti, per carità, purché realmente preparati). Nel libro non manchi di sottolineare, con precisione talvolta spietata, le contraddizioni del vino italiano, dove spesso l’apparenza prevale sulla realtà. Cosa si può fare a tuo avviso per rendere più vero il vino italiano?
Non inseguire la moda, il gusto americanizzato o "napalizzato" (da Napa Valley). Valorizzare i vitigni autoctoni, esaltare la straordinaria ricchezza ampelografica del panorama italiano. Mi dà molto fastidio che un continente come l’Europa si sia fatta mettere in scacco da due critici americani, Robert Parker e James Suckling, prendendo per vangelo ogni loro afflato. Dal vino io voglio anima, unicità, emozioni. Non mi interessa la bottiglia perfetta, non mi piacciono i vini muscolari o inutilmente concentrati. Non sono contro la barrique: sono contro il suo uso indiscriminato.
E non sono neanche un “cultore della passerina” (che come sai è un autoctono, non una setta erotica) o un adepto acritico dei “viniveristi” e dei biodinamici: la loro esistenza, anzi, dimostra una patologia, ci dice che siamo stati costretti a “legalizzare” la tradizione contadina perché tutti la stavano abbandonando. Se dovessimo ridurre la situazione ampelografica a una lotta manichea tra tradizionalisti e innovatori, io voto per i primi.
Non mi interessa che un Barolo sia pronto dopo due o tre anni, perché un Barolo non può essere pronto subito. Mi interessa che un Barolo sia Barolo, che un Barbaresco sia Barbaresco. Tra un Brunello Biondi Santi e un legnosissimo – ma glamour - Casanova di Neri prendo il primo tutta la vita (con buona pace di Suckling).
E per quanto adori il Lambrusco, trovo che quelli – pur buonissimi – di certe zone di Modena, come il Metodo Classico Bellei, rischino di essere troppo “estetizzanti”, ambiziosi. Il Lambrusco non è uno Champagne, il suo ruolo è quello di fare compagnia con discrezione, di essere proletario e ruspante. Per questo, pur sapendo benissimo che un Vigna del Cristo di Cavicchioli e un Premium Chiarli sono “più buoni”, alla fine trovo più “veri” e i meno nobili Campanone di Lombardini o Gran Rosso del Vicariato di Quistello.
Che cos’è per te Andrea Scanzi, oggi, il vino e che importanza ha nella tua vita?
Il vino è un ottimo modo per capire cosa proviamo per il nostro passato e cosa stiamo preparando per il futuro. E’, per dirla con Jonathan Nossiter, il regista di Mondovino, “il guardiano della civiltà occidentale”. E’ uno splendido compagno di viaggio. Una scoperta continua, una deliziosa sciarada. Un insostituibile cavatappi dell’anima, come la musica.
Si degusta sempre anche quando si beve? Insomma, il degustatore, specie se di formazione sommelieristica, è sempre in servizio permanente effettivo anche nel caso di una cena con gli amici o i parenti?
Dipende cosa intendi per degustare. Se alludi alla cerimonia solenne che impari all’A.I.S., esame visivo/olfattivo/gustolfattivo eccetera, lo faccio solo per “lavoro” (durante le degustazioni) o per scherzo (quando sono in vena di sfottò con gli amici). Se intendi invece il tentativo di comprendere il vino che stai bevendo, allora sì, sono un sommelier in servizio effettivo permanente. Bere un vino senza “sentirlo”, distrattamente, significa fargli violenza.
Il consumatore italiano, a tuo avviso, ha ancora bisogno di “miti” (come possono essere il Sassicaia, il Monfortino, il Brunello di Soldera o di Biondi Santi), oppure è piuttosto alla ricerca di vini che siano solidi punti di riferimento e ai quali possa dare del tu?

Il consumatore che non sa, e che vuole far colpo sui commensali, si affida per forza di cose al mito, al tre bicchieri, al 96 centesimi o al cinque grappoli: non è che sbaglia, semplicemente sceglie la scorciatoia più percorribile. Via via però che ti addentri con cognizione di causa nel mondo del vino, cominci ben presto a diffidare della Guida (l’anagramma di “giuda”, non a caso), del mito, e cerchi un vino a cui dare del tu, buono quasi sempre più al secondo o terzo bicchiere che non al primo.
Nel libro compare una galleria di personaggi e di tipi umani notevoli, da Ampelio Bucci a Franco Biondi Santi: è molto importante per te il fattore umano, ovvero il fatto che dietro ad un grande vino ci sia un grande uomo (o una grande donna)?
Il fattore umano è fondamentale per me, come uomo e come scrittore. Di un vino mi piace pensare alla sua vita, alla sua unicità, come Virginia Madsen in Sideways. La vite è una pianta sembionte, una pianta-cane, finisce col somigliare al suo “padrone”. So bene che il Barolo migliore non è quello - pur buono - di Flavio Roddolo (i suoi capolavori restano il Dolcetto Superiore e il Bricco Appiani), ma Roddolo racconta le Langhe e le vigne delle Langhe: ne è testimonianza diretta e non filtrata. Così come Bucci racconta l’anarchia marchigiana del Verdicchio, Biondi Santi la nobiltà d’altri tempi del Brunello tradizionalista e il bassoatesino Bruno Gottardi l’eresia razionale – perdonami l’ossimoro – di credere nel Pinot Nero quando nessuno ci credeva. I vini migliori sono quelli che somigliano a chi li fa. Del resto, come diceva Aimè Guibert in Mondovino, “ci vuole un poeta per fare un gran vino”.
intervista a cura di Franco Ziliani


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