 |
Molto spesso ci dimentichiamo che nel mondo del vino di oggi la fortuna dei vini italiani all’estero, la possibilità di essere conosciuti e apprezzati è sempre più competenza, oltre che delle singole aziende, di consorzi di produttori, importatori e distributori e della stampa specializzata estera, della nuova categoria di quelli che potremmo definire, con un neologismo, “flying sommelier”, sommelier consulenti che dopo essersi formati in Italia scelgono terre straniere vicine e lontane, dall’Europa sino al Nuovo Mondo, per la loro attività. Sommelier di giovane generazione, uomini e donne, che viaggiano, s’informano, maturano esperienze e conoscenze e cultura enoica, e che portano, nella ristorazione dei Paesi dove si stabiliscono e agiscono, quella italianità, quella passione e consapevolezza del valore dell’italica enoica produzione che di fatto li trasforma in veri ambasciatori, missionari e portabandiera. Uno di questi personaggi è sicuramente la sommelier e wine consultant Luciana Girotto attiva ormai da diversi anni in Gran Bretagna nel campo della ristorazione e degustatrice di valore, come dimostra la sua frequente presenza nei panel tasting di degustazioni riservate a vini italiani organizzate dalla celebre rivista Decanter. A Luciana, incontrata nel corso della manifestazione Piacere, Barbaresco, ho chiesto di raccontarci come sia la vita del sommelier italiano in UK, quale l’immagine e le prospettive per i nostri vini nel più ricco e complesso dei mercati del vino internazionali. Luciana, può raccontarci com’è avvenuto il suo approdo al vino e quando ha cominciato ad interessarsi seriamente e professionalmente di vino ? Lei è sommelier professionista e dove ha avuto la sua formazione in Italia con l’A.I.S. ? Sono figlia di ristoratori e di conseguenza il vino e chi lo produceva era parte della mia vita quotidiana. Nel 1983 ho iniziato i corsi AIS a Treviso, dove c'era una squadra accanita di personaggi "mitici" della vita enogastronomica trevigiana e grazie ad uno stage al Gambrinus di San Polo di Piave mi sono sempre più appassionata a questo mondo. La storia va avanti anche con incontri per me formativi, come la conoscenza di Franco Tommaso Marchi o grandi produttori che progressivamente mi hanno aperto altre porte rispetto alla formazione AIS, ho frequentato corsi per il formaggio e la grappa e sono istruttore alla degustazione. Quando ed in quali circostanze ha deciso di trasferirsi a Londra e come ha maturato le sue esperienze nel campo della ristorazione inglese ? La mia presenza a Londra e' iniziata nel 1997 é dovuta ad una richiesta per sommelier nell'unico ristorante italiano allora stellato, lo Stefano Cavallini, discepolo di Marchesi, all’Halkin Hotel, sono entrata come assistente e ho trovato ancora dopo 6 anni (ero già stata a lavorare all’Hyde Park Hotel nel 1991) vecchie mentalità in generale per il vino Italiano. Nel ristorante dove mi avevano chiesto di lavorare grazie all’head sommelier, Bruno Besa, si incominciava a vedere qualche nuovo nome dell'enologia italiana. Sono stata allo Stefano Cavallini per due anni ma nello stesso tempo ho organizzato i corsi AIS, tramite richiesta dell'allora presidente Giuseppe Vaccarini. Mi sono spostata poi all'Etrusca Group, compagnia di 10 ristoranti a Londra e cinque in Spagna, il mio ruolo era di wine buyer, head sommelier ma anche di coordinamento del personale e assistenza nei vari ristoranti, per cui conoscenza di ogni tipo di esigenza del singolo posto e cliente dove sono posizionati i vari ristoranti, il cliente della City é decisamente diverso dal cliente di Belgravia.... L'esperienza é durata 7 anni, ho imparato tanto sopratutto a livello di puro business, qui in UK il vino é uguale denaro in Italia siamo ancora romantici per quanto riguarda la preziosa bevanda! Comunque, sia, una breve apparizione come head sommelier al The Drones Club e poi ho cominciato a fare consulenze per ristoranti dove per mancanza di tempo o mezzi non hanno l'opportunità di costruire una carta dei vini che possa andare incontro alle loro esigenze. Cosa l’ha più colpita, all’inizio, rispetto all’Italia, nel modo di trattare il vino nella ristorazione britannica ? E quali sono le più importanti differenze che riscontra oggi nel rapporto con il vino nella ristorazione londinese ed in quella italiana ? La grande differenza tra qui e il bel Paese é che la proposta di chi vende vino in qualsiasi locale é ben accettata. In Italia, siamo tutti esperti...gli Italiani hanno comunque un palato più raffinato e non si accontentano della prima cosa che capita, qui purtroppo c'é ancora un approccio sbagliato all'alcool in generale, che ti può facilitare il lavoro da un punto di vista, ma se penso a quante porcherie si vedono in fantomatiche carte dei vini o sugli scaffali dei negozi o supermercati… Come giudica oggi la situazione dei vini italiani nella ristorazione britannica e londinese? Sono ben rappresentati, oppure no ? E l’immagine dei vini italiani in UK? Negli ultimi 10 anni c'e' stato un grande salto di qualità, dovuto a vari fattori, L'immagine dell'Italia é migliorata sia pure grazie alla moda e a viaggi, la presenza massiccia di sommelier italiani preparati ed esigenti nella richiesta agli importatori di specifici produttori e di conseguenza un risveglio e spolverata di listini obsoleti di queste compagnie anche storiche che erano qui da generazioni. Poi la popolazione inglese viaggia di più, e ritornando at home vorrebbe trovare quello che ha bevuto quando era per esempio in Sardegna o Piemonte (mai che si ricordino il nome dei vini!). Qui la presenza di sommelier o il cameriere per il vino é sempre più richiesta e c'é una folta schiera di addetti ai lavori, ma mai abbastanza. Internet aiuta molto e l'appassionato di vino quando legge di vini italiani vorrebbe poi trovarli in patria, da qui la richiesta sempre maggiore anche di importatori considerati conservatori per allargare il loro portafoglio a prodotti italiani. Quali sono i vini italiani più conosciuti e più richiesti, quelli che “funzionano” da soli e quali invece quelli meno noti e che necessitano di un lavoro di educazione ed informazione da parte del sommelier? C' e' ancora un mare di Pinot grigio e Chianti generico, ma affiancati da Aglianico, Vermentino, Malvasia, Timorasso, Lagrein, Barolo, grazie anche a giovani importatori le gemme o i vini poco di moda sono stati presentati a grandi ristoranti internazionali sopratutto francesi. Devo dire che i sommelier d'Oltralpe hanno riconosciuto forse più di qualche ristoratore italiano che si era fossilizzato con i classici vini e nomi, le potenzialità dei vini italiani: ho dei colleghi francesi o spagnoli veramente "in love" con il vino italiano, innamorati del vino italiano. Come avviene e con quali criteri viene fatta la scelta dei vini nei ristoranti inglesi: il prezzo è un elemento fondamentale e discriminante ? Senza inoltrarci troppo nel problema, il prezzo é ragionato di pari passo alla qualità del vino, ma non sempre è l’elemento fondamentale perché venga scelto, come ho accennato sono relativamente poche oggi giorno le carte dei vini nei ristoranti inglesi dove non ci sia la presenza di qualche vino italiano, anche se io parlerei di ristorazione internazionale più che di inglese vera e propria. Chi frequenta questi locali e mi rivolgo ad esempi medio alti, (ci sono anche i pub che stanno prendendo piede con mescita al bicchiere di vino italiano) é cosmopolita, gira il mondo, conosce il vino anche se magari solo tramite le guide o Parker, oppure Internet, tutto aiuta. Com’è, secondo la sua esperienza, la clientela dei ristoranti di qualità inglesi ? E’ composta da appassionati che sanno il fatto loro, da persone che scelgono autonomamente o da persone che si fanno consigliare e guidare nelle scelte ? La ristorazione internazionale e la relativa clientela, come dicevo sono attente e si lasciano consigliare anche se devo dire che dipende dal locale. In generale sono aperti, ma la situazione più difficile é il club privato, dove gentiluomini in doppio petto gessato non si lasciano consigliare da persone che non siano almeno ultra cinquantenni e che abbiano lavorato nel locale da almeno decenni, ma i giovani e sopratutto le donne sommelier sono visti come “strani”. A Londra può capitare di avere a che fare anche con bellissime principesse arabe che ordinano grandi bottiglie ma che ti guardano dalla testa ai piedi solo perché sei donna e osi parlare di vino. Come vede le prospettive del vino italiano in UK ? Il vino italiano in generale da qualche anno va molto e se negli anni si vedrà che la qualità va a pari passo con prezzi ragionati può avere un incremento ancora maggiore di come e’ adesso. Ci sono i grandi e classici come Antinori, Frescobaldi, Lungarotti, Mastrobernardino, Masi Fontanafredda, Gaia, Sella & Mosca ecc. che ancora sono sulla breccia, affiancati da una nuova generazione di cantine che oramai da qualche anno si sono create un mercato solido anche con la collaborazione di importatori di mentalità giovane e interessati alla qualità con pochi numeri di bottiglie di produzione. La voglia di bere italiano c’é in tutte le fasce della ristorazione e clientela e questo ultimamente determina nel mondo del commercio speculativo l’accaparrarsi di casse di vino di fantomatiche grandi annate di nomi in voga del vino italiano. C’é un vero e proprio traffico di liste Fine Wine di molti importatori di tradizione francese con delle ottime proposte di quelle poche casse di Barolo, Barbaresco, Brunello disponibili. Se vogliamo c’è una distorsione del mercato creata dalla moda più che dal piacere vero e proprio di bere un determinato prodotto del particolare produttore, ormai gli italiani fanno concorrenza ai grandi francesi senza ombra di dubbio nell’essere presenti sia in carte dei vini in ristoranti prestigiosi sia nelle cantine private di collezionisti vecchi e giovani. E quali vini “tirano” di più in questo momento in UK ? I vini più conosciuti e in voga sono come già detto Pinot Grigio, Chianti, Gavi, c’é un apertura da qualche anno per Barolo, Barbera, Aglianico, Amarone, Dolcetto, Arneis, Fiano, Greco, Nero d’Avola e Vermentino, una riscoperta di Soave, Lambrusco, Frascati. C’é un mare di prodotti commerciali, ma anche delle cose veramente ottime, grazie ad importatori che con pazienza e dedizione hanno avuto l’abilità di portare qui questi prodotti e spendere tempo ed energie, ma tanta pazienza nel proporre i vini selezionati e qui sconosciuti anche se in Italia magari erano conosciuti e sulla cresta dell’onda. Ora c’é interesse pure per il Nerello Mascalese e i vini in generale dell’Etna, per Barbaresco, Gattinara, Sfursat, Verdicchio, Malvasia, Tocai, Negroamaro, Primitivo, si sta scoprendo che l’Italia ha un grande patrimonio di varietà, tant’é che sento sempre più importatori che vogliono questa diversità e che ormai abbandonano la strada dei Supertuscan. Non mi sto dimenticando, poi, del Prosecco, che sembra abbia invaso gli UK e che sta addirittura avendo una sua vetrina qui a Londra in ottobre. Ci sono vini che per le loro caratteristiche particolari faticano ad incontrare il gusto del consumatore britannico ? I vini che possono incontrare delle difficoltà in questo Paese possono essere solo dei prodotti che non rispecchiano la qualità o che non sono posizionati nell’ambiente adatto, sono convinta che qui riesci a vendere qualsiasi vino, basta spiegarlo e avere pazienza. Di mio posso dire che in questo Paese ho suggerito a feroci custodi del bere francese o con palati preparati a bere australiano piuttosto che marchigiano, delle grandi Malvasie e Tocai, particolari Ribolle e Frascati maturati 20 anni, Verdicchio, Timorasso, quello di Walter Massa, prima che diventasse famoso, la sua Croatina, Barbaresco e Barolo di piccoli produttori ma che vini straordinari! sempre avendo l’entusiasmo, non smettere mai di aggiornarsi e la pazienza di far cambiare idea al cliente quando sceglie, ma devi dargli cose buone, non sto parlando che cose astratte, solo credere in quello che si fa. E c’è qualche aspetto nella promozione e comunicazione del vino italiano che non la convince ? Quello che non capisco é come mai l’immagine dei vini Italiani sia in mano ad agenzie di PR che assoldano giornalisti e master of wine sempre stranieri che si spacciano per esperti di vino italiano: é mai possibile non ci sia un ambasciatore dei nostri prodotti che sia anche italiano? Questa se si vuole é la snobbery che serpeggia in questo Paese, ma forse é solo una nostra mancanza, non ci sono organi di informazione forti, preparati, competenti e organizzati per mandare un messaggio forte e chiaro sia all’addetto ai lavori sia al cliente finale. L’istituto dello Sherry spende cifre enormi per promuovere il proprio prodotto e I risultati si vedono, nonostante sia una bevanda che può piacere solo ad una nicchia ristretta di persone. Cosa dovrebbero fare i produttori, le zone vinicole, le denominazioni italiane per farsi meglio conoscere e avere più successo sul mercato britannico? Cosa manca per determinare quel feeling che si è creato, oltre che con i vini francesi, storicamente vini molto apprezzati in UK, anche con i vini australiani, californiani, neozelandesi? Secondo me non sappiamo promuovere il nostro tesoro, lo chiamo così, perché ci sono dei vini “da urlo” da quanto sono buoni e sopratutto generano benessere economico e di immagine, siamo sempre gli ultimi a capirlo o scopiazziamo male un marketing che non é nostro. Per i sommelier italiani e non, per le persone che lavorano nei negozi di vino si fa poco e niente, la conoscenza é gestita chiaramente in maniera personale oppure é affidata solo ad importatori che organizzano la visita alle proprie cantine. I giornalisti sono disorientati dal cattivo funzionamento di organi creati apposta per la promozione del vino italiano, anche loro spesso si rivolgono o vengono contattati dagli importatori e un po’ finiscono con l’essere depistati a volte su cosa é veramente la realtà. Penso inoltre che il vino italiano deve avere le sue caratteristiche e non standardizzarsi per assomigliare ad altri prodotti internazionali. Abbiamo un patrimonio unico, gestiamolo bene perché questa sarà una carta vincente, ma ci vuole chiarezza, messaggi diretti e chiari al consumatore finale, campagne commerciali che siano uno strumento intelligente nel dare notizie su quanto sia vasto e prezioso il nostro prodotto, non mi pare che la legislazione francese sul vino riferita ad alcune aree sia meno complicata rispetto alla nostra! intervista a cura di Franco Ziliani |